Bretus – Aion Tetra (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAion Tetra (2019) è il quarto album dei calabresi Bretus.
GENERESempre lo stesso doom metal con atmosfere orrorifiche e influssi stoner; rispetto al passato, c’è giusto un approccio un pelo più classico.
PUNTI DI FORZAQualche spunto interessante, le solite atmosfere buone  e avvolgenti dei calabresi, della musica in generale ben suonata. 
PUNTI DEBOLIUn lavoro non molto ispirato, con pochi brani che rimangono in mente. Una forte omogeneità, una certa mancanza di hit. 
CANZONI MIGLIORIDeep Space Voodoo, City of Frost
CONCLUSIONIAion Tetra è un lavoro sufficiente e nulla più, di certo inferiore agli album precedenti dei Bretus.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
67
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La prima volta che sono venuto a contatto coi Bretus è stato cinque anni fa: era l’inizio del 2015 quando mi sono occupato del loro secondo album The Shadow over Innsmouth. Si tratta di un disco non imprescindibile ma molto piacevole: tuttavia, questa band di Catanzaro ha fatto ancor meglio col successivo …from the Twilight Zone, uscito nel 2017 e che all’epoca avevo molto apprezzato. È stato quindi con convinzione che ho accettato di recensire per una terza volta i Bretus quando mi è stato proposto il loro quarto album, Aion Tetra, uscito lo scorso settembre: convinzione che però è scemata in parte con gli ascolti. Non si tratta di una vera delusione, visto che il livello non è troppo basso, ma devo ammettere che ha un po’ disatteso le mie aspettative. E sì che per certi versi è interessante, per esempio dal punto di vista stilistico: di base è sempre lo stesso doom metal seminale e a suo modo rozzo, seppur con meno influssi stoner rispetto al passato. Ma anche se hanno optato per un’impostazione da doom più classico, i Bretus mantengono al centro le atmosfere cupe che contraddistinguono il loro suono: anche in Aion Tetra, rappresentano il loro punto di forza. Dall’altra parte però l’ispirazione dei calabresi è calata: rispetto ai precedenti, gli spunti vincenti che sono ben pochi, e di conseguenza quasi nessun brano riesce davvero a rimanere in mente, seppur diversi siano carini. Colpa anche di una forte ridondanza, sia a livello di melodie che di atmosfere e di impostazioni musicali: è così spinta che a tratti in Aion Tetra si fa fatica a distinguere un pezzo dall’altro. Non che ciò lo renda negativo: è un album ben suonato, e i Bretus inventano diversi bei riff. Tuttavia, secondo me gli manca l’anima e qualcosa che lo possa rendere degno di nota: così è piacevole e nulla più. E non può far altro che perdere il confronto coi suoi due predecessori, per i miei gusti.

Aion Tetra comincia da un intro classico di echi cupi e orrorifici, che creano un’atmosfera subito lugubre, confermata poi dall’entrata in scena di The Third Mystic Eye con una chitarra fredda, quasi da black metal. Ma poi i Bretus si spostano con decisione sul loro classico doom, sempre sinistro e dissonante, grazie anche alla voce di Zagarus, una garanzia in fatto di sguaiatezza. È una norma di base che si ripete spesso, con la giusta potenza e anche una bella aura inquietante, ma spesso il pezzo se ne diparte. A volte è per abbracciare intenti più melodici e malinconici nei ritornelli, il che però non cozza con la cattiveria del resto, anzi ci si integra a dovere. È lo stesso mood che domina nella seconda metà della parte centrale, con un bell’assolo della chitarra di Ghenes; la prima però accentua anche la sua aggressività e l’oscurità. In ogni caso, anche questo passaggio non è malaccio: ne risulta una opener che non fa gridare al miracolo, ma è godibile e fa esordire il disco a dovere. Anche Priests of Chaos ha un lungo preludio, stavolta di musica elettronica che fa molto colonna sonora di un film horror vintage. Dura quasi un minuto, prima di lasciar spazio a un mid-tempo strisciante, guidato tutto da un bel riff, un vortice lento ma incalzante che ci guida a lungo fino a chorus più espansi e lenti ma sempre molto cupi. La stessa natura viene poi dilatata in alcuni lunghi stacchi che appaiono al centro e sulla tre quarti: lenti, quasi funerei nel ritmo, si rivelano davvero sinistri, con le urla folli del frontman e le melodie che le contornano. A tratti assumono anche una bella solennità, ma di solito creano una bella cortina di tenebre: anch’essa contribuisce a un pezzo incisivo e per ora nemmeno troppo scontato. Lo stesso purtroppo non si può dire di Prisoner of the Night, pezzo con cui i calabresi spingono sull’acceleratore. Ci ritroviamo allora in un ambiente sì doom ma al tempo stesso quasi rockeggiante: nonostante l’atmosfera perda un po’ in cupezza, tutto sommato è un ambiente che avvolge. In più, si alterna bene con ritornelli più espansi e ombrosi, che però non perdono del tutto il proprio dinamismo: nonostante il contrasto, l’accoppiamento funziona. Purtroppo, non si può dire lo stesso della frazione centrale (e della sua breve ripresa alla fine), che rallenta su un ritmo tombale e si fa più espansa: oltre a sapere un po’ di già sentito, c’entra poco col resto. Anche se la sua seconda parte, con un bel riffage a là Black Sabbath, non è male, sembra quasi preso da un’altra canzone, e col resto ci azzecca poco. Il risultato è perciò riuscito a metà, e non va oltre una moderata piacevolezza.

Aion Tetra è un interludio di giusto un minuto, crepuscolare ma tutto sommato sereno con il suo arpeggio di chitarra pulita su uno sfondo sintetico. È carino, ma a parte questo non ha molto senso a livello musicale, se non quello di collegarsi con Deep Space Voodoo, con cui però i Bretus decidono di ripartire da un altro intro. Ha qualche somiglianza col brano precedente, ma riletto in chiave meno calma e più oscura, quasi orrorifica per certi versi, con il suo arpeggio disarmonico che pian piano cresce, fino a sfociare nel riffage principale. Esso riprende sia la sua impronta melodica, potenziandola di molto ma senza troppa aggressività, sia il ritmo, sempre lentissimo, quasi a livelli asfissianti. È una norma molto cupa ma possiede anche una certa solennità e uno spirito atmosferico, quasi spaziale, che avvolge bene. Si ripresenta spesso in alternanza con momenti in cui tutto torna più morbido ma sempre oscuro, un’alternanza ben riuscita che costituisce la colonna portante della canzone. I catanzaresi se ne dipartono solo per i ritornelli un pelo più diretti ma sempre oscuri, seppur sia una cupezza meno alienata e più calda,con anche un po’ di pathos che filtra tra le linee. A parte qualche rara variazione, non c’è molto altro in un paesaggio espanso e quasi ipnotico, che procede senza quasi una struttura ben definita. Non un problema, comunque, visto che avvolge alla grande: parliamo di un brano che spicca molto, uno dei picchi dell’intero album! Con Mark of Evil, la band torna quindi su lidi più classici per il proprio suono: un preludio da doom classico, poi ci troviamo in un ambiente più movimentato, sempre tradizionale ma con qualche influsso stoner. Sarebbe anche piuttosto incalzante, non fosse per il fatto che è un po’ scontato; a parte questo però la falsariga di base ancora si difende. Il vero problema sono i refrain, più aperti e che cercano di essere drammatici, ma risultano soltanto stucchevoli, e ammosciano un po’ il brano. Per fortuna, i Bretus lo ritirano un po’ su al centro, un tratto con la giusta energia e una serie di riff ben riusciti; ottimo anche il suo assolo, come anche quello di trequarti, preambolo a una chiusura analoga all’apertura. Sono dettagli che valorizzano un pezzo certo non da buttare, anzi carino nel suo, seppur all’interno di Aion Tetra non brilli più di tanto.

Dopo un intro col gracchiare di corvi, Cosmic Crow entra subito nel vivo col suo riff, potente e deciso, di ottima efficacia. Stavolta ha meno cupezza e uno spirito di nuovo influenzato dallo stoner, che gli dà un tocco dilatato ma senza stavolta andare a discapito della potenza e dell’incisività, sempre al centro. È un’ottima base di partenza, ma purtroppo i calabresi non la sfruttano al meglio: spesso, staccano verso chorus non solo con poco mordente, né carne né pesce; soprattutto, sanno parecchio di già sentito. Per fortuna però stavolta è solo un dettaglio, mentre il resto è migliore, anche grazie a una struttura più varia e meno ripetitiva: per esempio, circa a metà fa bella mostra di sé un bel passaggio, cadenzato e quasi aggressivo. Si spegne presto, e la canzone sembra finita lì, ma poi la musica riparte, all’inizio soffice ma poi via via più intensa, con anche una bella intensità emotiva, ben accoppiata a un tessuto musicale espanso, quasi psichedelico. È un ottimo contraltare per una traccia non eccezionale ma tutto sommato ben riuscita, che va oltre il proprio difetto e si rivela buona, addirittura a poca distanza dal meglio del disco! La successiva Fields of Mars è un altro interludio che serve a spezzare il ritmo, a metà tra rock e persino ambient, nonostante l’atmosfera mogia ricordi addirittura il blues. Per quasi tutto il tempo, la sua base è contraddistinta dall’incrocio tra i vaghi echi della chitarra e il basso, con alle spalle lievi effetti sinistri e la voce di Zagarus in primo piano. È un frammento lento, quasi rilassante anche nella sua inquietudine: anche nel suo caso, forse spezza un po’ troppo il ritmo del disco, ma a parte questo presa a sé stante è un ascolto piacevole. Tuttavia, è un’altra storia con City of Frost, con cui i Bretus decidono di chiudere Aion Tetra: dopo un intro crepuscolare, preoccupato, esplode movimentata, incalzante al massimo, grazie a un riffage di gran energia. È una norma già ottima, ma stavolta anche i ritornelli funzionano: rallentati, col loro spirito strisciante e sinistro stavolta incidono al meglio. Molto buona anche la sezione centrale, più lenta e stavolta sentita in maniera autentica, con le sue melodie semplici ma dolorose al punto giusto, sia vocali sia soprattutto da parte delle ottime armonizzazioni e fraseggi di Ghenes. Lo stesso vale per il finale, anche più melodioso ed espanso, nonostante i suoni inquietanti che tornano dall’inizio: un bel sentire, oltre che il finale adatto per un buonissimo pezzo, il migliore del disco che chiude con Deep Space Voodoo!

Per concludere, all’interno della carriera dei Bretus Aion Tetra può essere considerato come un mezzo passo falso. Di sicuro non brilla come i due album precedenti, seppur non sia così male: nonostante i difetti e la relativa mancanza di ispirazione, è un ascolto piacevole, e raggiunge una comoda sufficienza. Ma non va oltre: per questo, se ti piace il doom te lo consiglio comunque, ma al tempo stesso spero che i calabresi la prossima volta possano tornare ai loro livelli precedenti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Third Mystic Eye05:33
2Priest of Chaos06:25
3Prisoner of the Night04:58
4Aion Tetra01:03
5Deep Space Voodoo05:05
6Mark of Evil05:38
7Cosmic Crow06:13
8Fields of Mars02:06
9City of Frost06:15
Durata totale: 43:16
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Zagarusvoce
Gheneschitarra, basso
Strigesbatteria
ETICHETTA/E:Ordo MCM
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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