¡Pendejo! – Atacames (2014)

Per chi ha fretta: 
Gli olandesi ¡Pendejo! sono una band molto particolare, come dimostra il loro secondo album Atacames (2014). Non solo cantano in lingua spagnola, ma assumono anche sonorità iberiche, con per esempio la tromba di El Pastuso a integrarsi nel loro altrettanto eclettico stoner rock con influssi hard e alternative. Si tratta di un genere che la band gestisce al meglio, riuscendo a variare e a conferire personalità a quasi ogni pezzo. Sono questi i segreti di episodi come l’ascendente Amiyano, la calma Hermelinda e l’oscura La Chica del Super no se Puede Callar, picchi di una scaletta con qualche momento morto, ma niente di drammatico. Lo stesso si può dire della registrazione secca di cui soffre il complesso: non è comunque un gran difetto per Atacames, che anche così si rivela un lavoro di buonissimo livello!

La recensione completa:

Anche se bisognerebbe fare un’analisi statistica per esserne certi, credo di poter affermare con relativa sicurezza che lo spagnolo sia la lingua più diffusa nel metal dopo l’inglese. Viene usato non solo dalle band spagnole, ma anche da moltissime in Centro e Sudamerica; inoltre, spesso persone originarie di questi luoghi continuano a usarla nella loro musica anche in nazioni in cui lo spagnolo non è madrelingua. In questi anni, ho scoperto diversi casi di quest’ultima categoria, tra cui i ¡Pendejo!: sono nati nel 2006 ad Amsterdam, ma tutta la loro produzione è stata contraddistinta dalla lingua spagnola, e non solo. L’influenza della Spagna è ben udibile anche nella loro musica: la si sente in molte melodie e soprattutto nella presenza di una tromba, autrice della maggior parte degli assoli. Peraltro, la band olandese è molto abile a inserirla nel suo stoner rock, altrettanto particolare: prende dall’hard rock più classico quanto dall’alternative e dal metal, specie nei momenti più potenti, ma a volte sfocia anche in territori doom. È un suono che i ¡Pendejo! sanno trattare con abilità e col giusto equilibrio: lo si sente bene per esempio nel loro secondo album Atacames, uscito nell’ormai lontano 2014. Si tratta di un lavoro in cui la band dei Paesi Bassi si dimostra brava a variare, sia tra le canzoni, che solo di rado suonano già sentite, sia per quanto riguarda le atmosfere. All’interno della sua scaletta, si può trovare il divertimento dello stoner più classico, ma anche rabbia, oscurità e pathos. Sono tutti punti di forza di un disco di buonissimo livello, anche a dispetto di alcune sbavature: per esempio, ogni tanto Atacames si rivela ondivago, con qualche pezzo meno bello. Per fortuna, però, sono parecchi i brani che al contrario brillano, coi ¡Pendejo! bravi a dare a quasi ognuno di essi una propria personalità. Il difetto peggiore del disco è invece il suono, secco e basilare più di quanto mi aggradi: anche in questo caso però non è catastrofico, anzi. Anche così, parliamo di un album di grande intrattenimento, che non sarà immortale o splendido ma sa bene il fatto suo!

La opener El Verano del ’96 ha un brevissimo intro: pochi secondi, poi ci ritroviamo subito nel vivo in un brano rockeggiante, che avanza veloce e divertente. Il dinamismo è spesso sugli scudi, specie nelle strofe, di ottima potenza; più aperti sono invece i momenti che si dipartono da questa base. Che siano i ritornelli, anche con un pelo di pathos pur nella scanzonatezza generale, o frazioni potenti che reggono la tromba di El Pastuso, per qualcosa che fa molto western o musica ispanica, di solito funziona bene. A tratti la band olandese esita un po’, come all’inizio della parte centrale: poi per fortuna essa si trasforma in una progressione lunghissima divisa tra grinta, passaggi di eco doom e altri molto sentiti. È complessa, ma in fondo non troppo, visto che non le manca l’immediatezza: si rivela un valore aggiunto per un brano con qualche momento morto ma di intrattenimento, nonché una buona apertura per Atacames. La successiva Amor y Pereza inizia subito inquieta, grazie alla voce roca e alcolica di El Pastuso, quasi aggressiva qui. È il preludio a una traccia agitata nello stesso modo, con un riffage di influsso alternative, specie nei momenti più dissonanti: un tocco peraltro ben integrato, che contribuisce bene all’aura crepuscolare del tutto. Essa avvolge ogni momento: sia le macinanti strofe, sia i più aperti ritornelli, anche discretamente catchy, graffiano pur non essendo troppo rabbiosi. Lo stesso vale ancor di più per il finale, che tra ritmiche potenti e un ombroso assolo di tromba colpisce alla grande: è il passaggio migliore di un pezzo breve ma efficace il giusto e di buonissimo livello! Purtroppo lo stesso non si può dire di Uñero, che segue e comincia in maniera subito estroversa, per poi fuggire con un riff debordante. Purtroppo, è una base un po’ scontata, che viene presto a noia e non coinvolge granché bene all’interno del suo dinamismo. Come, del resto, non convincono a pieno i vari passaggi in cui la band la evolve: hanno tutti una gran energia, ma la loro ricerca dell’impatto si rivela un po’ sterile. Non aiuta una struttura un po’ aleatoria, che cerca di variare sullo stesso tema ma fallisce un po’, rendendo il tutto piuttosto ridondante. Abbiamo insomma un brano anche piacevole ma ben poco significativo, che passa ma non lascia una grandissima traccia di sé alle sue spalle.

Per fortuna, a questo punto i ¡Pendejo! ritirano su Atacames con Amiyano, che comincia espansa e vuota. Il suo paesaggio, all’inizio quasi ambient, comincia via via a riempirsi di piccoli echi di chitarra, tra cui molti ricordano addirittura il post-rock. Pian piano entra in scena anche la sezione ritmica, per quella che sembra essere una ballad cupa ma tranquilla; la tensione che accumula però è destinata a sfogarsi dopo poco meno di due minuti, quando l’elettricità esplode. Ci ritroviamo allora in un brano magmatico, in cui gli olandesi sfoderano tutta la loro anima doom: un lato evidente soprattutto nei refrain, di gran impatto, con il riffage pesantissimo su cui il cantante e i cori alle sue spalle che ripetono il titolo in maniera catturante al massimo.  Anche le strofe però non scherzano: più orientate verso lo stoner rock, anch’esse possiedono una gran carica, persino aggressiva a tratti. Il risultato è una lunga teoria di riff di gran potenza, che non va avanti molto ma lascia il segno: parliamo di uno degli episodi in assoluto migliori della scaletta! È quindi il turno di Camarón, che torna a un suono più nello stile della band, o almeno così è all’inizio. La struttura stavolta è semplice: passaggi energici, di nuovo di influsso doom ma disimpegnati si alternano con altri dallo stesso piglio ma più morbidi, con le ritmiche ben gestite dal basso di Stef Gubbels. Ma dopo poco il pezzo prende un’altra direzione, con uno stacco arcano, di chitarra pulita, seguito poi da una ripresa della norma di base, riletta però  in una versione più inquieta e rabbiosa. Dà il là a una sezione nervosa ma di gran impatto, che colpisce bene con le sue ritmiche frenetiche: sia al centro che nel finale, dopo una sezione espansa in cui torna la tromba di El Pastuso, incide bene. È un valore aggiunto per una traccia che non spicca tanto ma sa bene il fatto suo!

Cuarenta y Siete può quasi essere considerata una semi-strumentale: la voce del frontman è presente, ma solo con pochi vocalizzi, mentre al centro dell’attenzione ci sono gli incastri ritmici della chitarra di Jaap Melman. È una base che zigzaga tra momenti più vitali, disimpegnati ma sempre potenti, e altri invece graffianti, con una nota alternativa ben distinta che conferisce loro più impatto. Ma tutto ciò va avanti per un minuto e mezzo scarso, prima di acquietarsi: il lungo momento centrale comincia infatti espanso, quasi vuoto, seppur col tempo ricominci a riempirsi. Attraversa così un tratto centrale a metà tra la musica da mariachi, data dalla tromba, e una base quasi post-rock o progressive, persino con una certa delicatezza e calma. Anche questo pian piano cresce, verso qualcosa di sempre basso voltaggio ma più denso, finché i ¡Pendejo! non ripartono con intensità e anche una forte grinta. È il gran finale di un episodio non eccezionale: ogni tanto non è del tutto incisivo, ma in generale si rivela un ascolto molto godibile, e in un album come Atacames non stona! La seguente Hermelinda all’inizio dà di nuovo l’idea di una ballad, con la chitarra pulita a creare arpeggi echeggiati a cui poco dopo si unisce il frontman, roco ma senza rabbia. E stavolta, non è un’essenza del tutto illusoria: se è vero che dopo circa un minuto l’elettricità torna a farla da padrone, stavolta il ritmo è lento e la base ondeggiante, melodica, nonostante la potenza non manchi. Col tempo, penetra tra le righe anche un gran quantitativo di oscurità: all’inizio è quasi malinconica, grazie sempre alla solita tromba, ma col passare dei minuti si fa più arcigna. Arriviamo così al finale, uno stranissimo ibrido tra stoner rock e addirittura dissonanze di vago retrogusto black metal (!), però ben amalgamate con le melodie precedenti. Il risultato è un brano davvero bizzarro, ma non in senso negativo: non spiccherà tra i migliori del disco ma solo per poco, e come esperimento funziona molto bene!

Al contrario della precedente, ¡Dos! torna a uno stoner rock molto classico, forse anche troppo. Per la sua breve durata, non fa altro che alternare strofe sottotraccia, piuttosto macinanti, tratti più aperti e dominati dal riff di Melman e ritornelli che uniscono le due anime, il tutto unito da stacchi con la voce di El Pastuso quasi in solitaria. C’è qualche variazione, come l’assolo centrale di tromba, ma per il resto il pezzo è breve, lineare, il che però è un limite; soprattutto, si rivela banale sia rispetto a quanto sentito fin’ora nel disco, sia nei confronti dello stoner rock in generale. Anche questo contribuisce a renderlo il punto più basso del disco, seppur non sia malaccio alla fine dei conti. Va però molto meglio con El Jardinero, che dopo un avvio rallentato ma possente comincia a scambiare questa norma con strofe morbide, con anche una propria eleganza decadente. È la stessa che si accentua nel tratto centrale, quando dopo un breve sfogo la musica vira su qualcosa di più morbido, di influsso alternative. È l’inizio di un crescendo all’inizio molto lento, che però via via fa salire la tensione fino a una bella esplosione della norma iniziale.  Degno di nota anche il finale, che sembra lì lì per spegnersi ma poi riparte con un bello sfogo di potenza: un’ottima chiusura per una traccia a volte un po’ trattenuta, come se avesse il freno tirato, ma anche con diversi spunti validi. È però tutta un’altra storia con La Chica del Super No se Puede Callar, con cui i ¡Pendejo! chiudono Atacames: sin dall’inizio, si muove su un riffage ossessivo e circolare, presto sostenuto dal drumming quadrato di Jos Peppelin Roosen. È una falsariga che varia, con per esempio l’ingresso della voce di El Pastuso o di alcune dissonanze, ma per il resto va avanti a lungo senza cambiamenti radicali. È la base sia delle strofe, già molto oscure ma in maniera strisciante e sottotraccia, sia dei chorus: introdotti da bridge roboanti, si presentano cupi al massimo e persino feroci, con le loro ritmiche rinforzate. Il tutto procede in maniera ripetitiva per lunghi minuti, ma non è un problema: l’aura pesante e arcigna che si sprigiona avvolge alla grande anche così. Non lo è nemmeno nel finale, quando i giochi si fanno ancora più meccanici, con la voce del cantante che si distorce in qualcosa di più alienato, ma efficace. È un altro passaggio ottimo per un pezzo che spicca molto, e non solo: chiude il disco con il botto, col suo picco assoluto insieme ad Amiyano!

Per concludere, come già detto all’inizio Atacames è un lavoro divertente al punto giusto e mai noioso. Certo, forse senza qualche sbavatura e qualche episodio minore poteva addirittura ambire al capolavoro: l’originalità per farla l’aveva, come anche le giuste idee. Tuttavia, coi se non si fa il mondo, e poi non è un problema: anche così abbiamo un lavoro  che potrà piacere ai fan non solo dello stoner ma anche di quelle poche, bizzarre contaminazioni tra metal e musica spagnola!

Voto: 80/100

Mattia

Tracklist: 

  1. El Verano del ’96 – 05:23
  2. Amor y Pereza – 03:38
  3. Uñero – 03:03
  4. Amiyano – 04:38
  5. Camarón – 04:21
  6. Cuarenta y Siete – 04:27
  7. Hermelinda – 03:45
  8. ¡Dos! – 02:49
  9. El Jardinero – 04:59
  10. La Chica del Super No se Puede Callar – 06:01

Durata totale: 43:04

Lineup: 

  • El Pastuso – voce
  • Jaap Melman – chitarra
  • Stef Gubbels – basso
  • Jos Peppelin Roosen – batteria 

Genere: alternative metal/hard rock

Sottogenere: stoner rock/metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei ¡Pendejo!

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