Pestilence – Consuming Impulse (1989)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEConsuming Impulse (1989), secondo album dei Pestilence, è l’album che lancia il death metal olandese, e uno dei primi esempi del genere “puro” fuori dagli Stati Uniti.
GENEREIl più classico death metal, con alcuni residui thrash.
PUNTI DI FORZAUn suono al tempo stesso rabbioso, selvaggio e ragionato, curato, che sa incidere benissimo. Buoni doti tecniche, una registrazione grezza ma adeguata.
PUNTI DEBOLIUn paio di pezzi meno buoni, un filo di omogeneità.
CANZONI MIGLIORIThe Process of Suffocation (ascolta) , Out of the Body (ascolta), Echoes of Death (ascolta), Deify Thy Master (ascolta), Reduced to Ashes (ascolta)
CONCLUSIONIConsuming Impulse non è solo un album storico ma anche un gioiello del death metal classico: ogni appassionato dovrebbe possederlo!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
95
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Seppur alcuni dei primi precursori del genere fossero europei, ai suoi albori negli anni ottanta il death metal “puro” era quasi un’esclusiva statunitense. Nel resto del mondo invece, i (pochi) gruppi saliti alla ribalta continuavano a suonare un’incarnazione più seminale e acerba del genere, ancora legata al thrash; verso la fine del decennio, però, qualcosa cominciò a muoversi anche nel vecchio continente. In molti paesi, cominciò a formarsi una piccola ma vitale scena che portava avanti questo nuovo genere, composta spesso da band molto giovani. Il primo esempio che viene in mente a tal proposito è quello della Svezia, che con la sua scena ramificata ha innovato il genere in maniera eccezionale nei primi anni novanta. Tuttavia, la prima scena europea a venire allo scoperto fu quella piccola ma interessante dei Paesi Bassi: se ciò avvenne, fu merito per buona parte dei Pestilence, senza dubbio il perno assoluto del genere nel loro paese. Nati nel 1986, anche loro come tanti all’inizio erano un gruppo thrash con influssi death: lo si può sentire bene nell’esordio Malleus Malleficarus, datato 1988. Ma nel giro di poco, la band decise di portare oltre il proprio estremismo sonoro: bastò giusto un anno prima che, con Consuming Impulse, ci fosse una decisa svolta verso il death. Alcuni residui dal vecchio stile sono ancora presenti, ma al suo interno l’approccio dei Pestilence è diventato più rabbioso e rivolto al nuovo suono: il risultato è uno dei primissimi full-length di death metal puro usciti nel vecchio continente, forse il primo in assoluto. Certo, è uno stile che oggi suona un po’ acerbo, se confrontato col death americano di quegli anni o anche con gli sviluppi tecnici successivi degli olandesi. Tuttavia, a trent’anni di distanza Consuming Impulse risulta ancora un vero e proprio classico, e non solo per motivi storici: a dispetto della giovane età dei Pestilence all’epoca, si tratta di un lavoro composto con maestria assoluta. Nonostante l’evidente intento di suonare selvaggi e grezzi, si sente che i quattro dei Paesi Bassi ci hanno infuso anche una gran cura, in un’aggressione potente ma non ignorante, anzi intelligente, ben ponderata, oltre che suonata alla grande. Anche nascosta dietro a una registrazione un po’ grezza – ma adattissimo al suono della band, e ottimo in confronto alle produzioni del periodo – l’abilità tecnica dei Pestilence è elevata, tanto da precorrere a volte la loro anima futura. E se a tratti Consuming Impulse suona un po’ omogeneo, in fondo non è un gran problema, come anche la presenza di un paio di pezzi meno belli. Forse questi due fattori gli toglieranno la perfezione, ma anche così parliamo di un gioiello, un album da annali del suo genere per qualità ancor prima che per i suoi record!

Senza il minimo intro, Dehydrated entra nel vivo subito rabbiosa e possente, death metal di gran pesantezza. La norma di base si muove tutta sul ritmo veloce del batterista di origine sarde Marco Foddis, su cui si snoda un riff a motosega, osceno e potente al punto giusto; a volte però la band se ne diparte per frazioni più rallentate, ma sempre d’impatto. Quella più in vista è la parte centrale, che dopo un rapido interludio veloce e orientato alla tecnica svolta su qualcosa di lento, quasi doom, meno potente del resto ma che compensa con una gran aura lugubre, ben avvolgente. Degno di nota anche il finale che ne scaturisce: rilegge la falsariga iniziale in qualcosa di più riottoso, con un retrogusto punk che ci sta molto bene. È l’ottimo finale di una traccia già da subito di alto livello, seppur il meglio di Consuming Impulse debba ancora arrivare! Lo si sente già da The Process of Suffocation, che parte subito tagliente, con un bel riffage obliquo che ne introduce un altro più diretto, di chiaro influsso thrash, ma con una chitarra arcigna nel mezzo. Sembra che le due anime si debbano alternare lungo il pezzo quando invece i Pestilence svoltano di colpo su qualcosa di debordante, una fuga che travolge tutto con l’impatto di un carro armato sparato a tutta velocità. È una norma che comincia ad alternarsi con le altre potenziando il tutto in un vortice molto incalzante, in cui trova spazio anche un assolo vorticoso, da tipico death classico. È in pratica l’unica variazione di una scheggia brevissima ma di gran impatto, a pochissima distanza dal meglio del disco! La successiva Suspended Animation si avvia rapida, con gli intrecci di chitarre che ricordano molto il thrash metal. È un’essenza che si accentua quando il tutto entra nel vivo, acido e sinistro come da norma del genere, seppur il senso macabro sia quello del death. Questa suggestione aumenta poi nei tratti più vorticosi e davvero aggressivi presenti a volte; ancor di più fa il passaggio centrale, che però al contrario rallenta. Ci ritroviamo allora in un ambiente di quelli cari ai primi Morbid Angel, con l’espansione oscura su cui si stagliano cupi cori sintetici. È un altro elemento vincente per un brano di nuovo eccellente: forse non spicca nel disco ma sa benissimo il fatto suo e non stona neppure in compagnia degli episodi migliori!

The Trauma inizia lentissima ed echeggiata, molto doom per sensazioni, ma rimane su questa base solo per poco tempo, prima che i Pestilence comincino ad accelerare. Ci ritroviamo in un crescendo death che sfocia in breve in una norma più particolare rispetto a quanto sentito fin’ora in Consuming Impulse: il riffage di base è più stridente che energico, ma colpisce bene e rimane con facilità in mente. A confermare che si tratta di un esperimento particolare giungono anche gli stacchi considerabili ritornelli: cantati– o meglio parlati – in pulito, si pongono cupi, prima che stacchi più convulsi e classici arrivino a movimentare l’ambiente. Simili stacchi sono presenti inoltre in buona parte del pezzo, arricchendolo di altre sfumature, seppur a tratti stonino un po’ rispetto all’altra anima. In generale, abbiamo un pezzo valido, ma forse un po’ troppo estremo in fatto di sperimentazione; anche questo lo rende forse il meno bello dell’intero disco! Per fortuna, gli olandesi ne ritirano su subito le sorti con Chronic Infection, che parte da una breve rullata di Foddis a cui si sovrappone presto il riff vorticoso di Patrick Mameli e Patrick Uterwijk. È una norma già piuttosto animata, ma col tempo lo diventa anche di più quando la band olandese comincia a variare la formula in maniera a tratti quasi schizofrenica, ma sempre riuscita. Lo è per esempio la base, non troppo veloce e di nuovo di influsso thrash, ma anche inesorabile e turbinosa al punto giusto da colpire come un pugno in faccia. Lo stesso vale per i frangenti più veloci che tornano all’inizio con gran potenza, ma forse a spiccare di più sono quelli più lenti ed espansi. Sia la prima, col suono di una campana sintetica dissonante, sia la seconda, più convulsa e dominata dal growl alto e ferale di Martin Van Drunen (che di lì a poco avrebbe lasciato la band per unirsi a un’altra leggenda olandese come gli Asphyx), funzionano a dovere. Lo stesso vale anche per il finale, di impatto grandioso: anch’esso contribuisce a una canzone già ottima di suo, forse non tra le più in vista del disco, ma sempre di ottimo livello!

Se il lato A del vecchio vinile era già di ottimo livello, gli olandesi compiono il vero salto di qualità con quello B: lo si può sentire già bene con Out of the Body, prima di una serie di tracce a dir poco fantastiche. Si comincia in maniera semplice, con un riffage truce e oscuro, già subito molto graffiante: una norma che nel corso del pezzo si alterna con sezioni più veloci. Mancano un po’ di potenza, sostituita da una melodia semplice ma angosciosa, di efficacia assoluta: a tratti si perpetra semplice, oscura, altrove invece viene modificata per essere più obliqua e dissonante. C’è spazio a tratti anche per sezioni di vaga influenza thrash, che portano invece un po’ più di impatto nel pezzo: anch’esse però di norma funzionano bene. Ottima anche la frazione centrale, molto tortuosa tra sfoghi a dir poco frenetici e tratti invece più lenti e strani, ma con un bel piglio sinistro. Si rivela un altro arricchimento per un pezzo ottimo, uno dei picchi assoluti di Consuming Impulse! Ma Echoes of Death non è da meno: al suo interno, i Pestilence tornano a correre in maniera più lineare e, o almeno così sembra dall’attacco. Presto infatti gli olandesi cambiano direzione su qualcosa di molto più sfaccettato e tortuoso, che alterna momenti molto obliqui, quasi da death tecnico, altri invece più diretti e tradizionalisti. Appartengono a questa norma le strofe, dissonanti col loro riffage aperto ma lugubre al massimo, e anche i bridge, graffianti e vorticosi. Più particolari sono invece i ritornelli, con la loro impostazione a metà tra i due mondi, strani con la loro struttura ritmica cadenzata ma di gran impatto. Buone anche le frazioni rallentate che appaiono qua e là, espanse e con tastiere che le rendono orrorifiche: seppur parecchio diverse dal resto, non stonano in un episodio che anche così si rivela un’altra punta di diamante per il disco!

Deify Thy Master esordisce più aperta della norma, con una partenza lineare di influsso ancora thrash. Poi però i giochi si fanno più serrati, seppur lo spirito seminale non venga meno: la struttura stavolta è davvero semplice, almeno in relazione alla media del death metal, con strofe riottose e truci che confluiscono nei ritornelli. Addirittura catchy, almeno per la norma del genere, risultano però dissonanti al punto giusto, con una cattiveria ben palpabile nel growl di Van Drunen, molto urlato. C’è anche spazio, come da norma della band, per variazioni che vanno dal rallentamento minaccioso alla fuga tumultuosa: in particolare, il passaggio al centro è forte di un gran dinamismo. Tra brevi stacchi per lanciare la successiva corsa, è una sezione convulsa, ma viene inserita bene in un pezzo che lo è meno. Il risultato finale è un’ottima traccia, che spicca molto: non si inserisce tra i picchi del disco, ma non è neppure molto distante da quel livello! Dopo tanta devastazione, Proliferous Soul è quindi un momento di pace per far rifiatare i timpani. Ma non è del tutto calma: per lunghi tratti, il protagonista è un cupo, dissonante assolo di chitarra su una base divisa tra un riff quasi doom e qualcosa di sintetico, indefinibile al di sotto. Crea una bella aura, molto tetra, ed è perciò un ottimo interludio sia a sé stante che come calma prima la tempesta di Reduced to Ashes, che poi ne riprende le atmosfere e giunge a chiudere Consuming Impulse. In principio i Pestilence non accelerano, ma si mantengono su un tempo lento, sinistro, catacombale, con un retrogusto doom ben più che vago stavolta. Sembra quasi che il pezzo debba continuare tutto così, ma dopo un minuto e mezzo scarso la band strappa e comincia una fuga tumultuosa, di urgenza estrema che incita da subito al pogo. È un’escalation che conosce poche strutture e pochi cambi, almeno nella sua falsariga di base, dritta al punto: a tratti però la falsariga stacca, peraltro con aperture spesso riuscite. Con i loro toni aggressivi e spesso truci, sono un grande contraltare per la corsa a perdifiato che di lì a poco riprenderà. Insieme alle venature solistiche che appaiono qua e là e ai brevi sfoghi di vago retrogusto punk, arricchiscono di sfumature una traccia già di per sé meravigliosa. La rendono un picco assoluto non solo nel disco e nella carriera degli olandesi, ma anche un pezzo perfetto, uno dei più belli della prima incarnazione del death metal: insomma, è una chiusura con un botto clamoroso!

Forse a questo punto è inutile ripetersi, ma Consuming Impulse è davvero un album immenso: non solo è importante a livello storico, ma anche una splendida testimonianza del primo death metal al meglio delle sue possibilità. Poche storie: se ti piace l’incarnazione più classica del genere, impossibile non averlo e non amarlo!

Poco meno di trent’anni fa, il 25 dicembre del 1989, Consuming Impulse dei Pestilence vedeva la luce. Si tratta di un album non solo grandioso, come già raccontato , ma che rappresenta il trampolino di lancio per la scena death metal olandese e uno dei primissimi esempi del genere “puro” in Europa. Per questi motivi, era quasi impossibile non celebrarne l’anniversario con una delle nostre recensioni storiche!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Dehydrated03:07
2The Process of Suffocation02:40
3Suspended Animation03:27
4The Trauma03:19
5Chronic Infection03:54
6Out of the Body04:38
7Echoes of Death04:14
8Deify Thy Master04:51
9Proliferous Souls02:06
10Reduced to Ashes04:52
Durata totale: 37:08
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Martin Van Drunenvoce
Patrick Mamelichitarra e basso
Patrick Uterwijkchitarra
Marco Foddisbatteria
ETICHETTA/E:Roadrunner Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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