Dark Funeral – Where Shadows Forever Reign (2016)

Per chi ha fretta:
Where Shadows Forever Reign (2016), sesto album dei Dark Funeral, è un ritorno in grande stile per gli svedesi. Il suo black metal, classico ma senza snobbare elementi più moderni, si rivela ispirato al massimo e per nulla stantio: merito di un songwriting ben fatto, rabbioso ma in maniera intelligente. È un suono molto sfaccettato, che funziona bene in special modo in pezzi come l’oscura opener Unchain My Soul, la frenetica Beast Above Man, la suggestiva The Eternal Eclipse e l’ombrosa title-track. Sono i picchi di una scaletta un po’ ondivaga e con qualche sbavatura, ma in fondo non importa: anche così Where Shadows Forever Reign si rivela un ottimo album, fresco e capacissimo di far felici gli amanti del genere. 
La recensione completa:
Se conosci anche solo di poco il black metal, non devo certo essere io a spiegarti chi siano i Dark Funeral. Band cardine, insieme a Marduk e Dissection, del movimento black metal svedese, più piccolo di quella dei cugini norvegesi ma del tutto degno d’attenzione, si segnalò nella seconda metà degli anni novanta con l’esordio The Secrets of the Black Arts. Ancora oggi considerato uno dei classici assoluti del genere, diede il via a una carriera che però, nel corso degli anni, andò a perdere un po’ di smalto, con alcuni album non troppo amati dai fan. Forse fu anche per questo che dopo Angelus Exuro pro Eternus, nel 2009, dei Dark Funeral si persero le tracce: non vi fu nessuno scioglimento, almeno a livello formale, ma si trattò lo stesso di una lunga pausa. Per fortuna, durò solo poco più di un lustro: nel 2015, la band svedese si rimise in carreggiata, prima col singolo Nail Them to the Cross e poi in via definitiva l’anno dopo, col loro sesto full-length Where Shadows Forever Reign. Si tratta di un lavoro che riporta in alto il nome dei Dark Funeral, se non altro per la qualità: non è il classico disco da vecchia band stanca, come possono essere alcuni di quelli degli anni duemila, ma di un lavoro ispirato, con molto da dire. Lo è a partire dal genere: si tratta di un black metal di base molto tradizionale, ma senza la chiusura retrograda verso la modernità che molte band di oggi rifiutano con una fierezza che non sempre ha senso. In effetti, le iniezioni più melodiche e le sfumature d’atmosfera su cui Where Shadows Forever Reign può contare sono ottimi arricchimenti nel suono rabbioso dei Dark Funeral. Gli svedesi però danno il meglio col songwriting: la loro è un’aggressione sentita e rabbiosa in maniera palpabile, ma non selvaggia o casuale; al contrario, è stata ben studiata e curata proprio allo scopo di incidere di più. Parliamo insomma di un lavoro costruito con passione, ma anche col cervello: anche questo lo aiuta a suonare quasi sempre fresco e per nulla stantio, nonostante a tratti i Dark Funeral ci mettano anche un po’ di mestiere. In più, Where Shadows Forever Reign brilla anche dal punto di vista della registrazione: è nitida al punto giusto ma senza mai essere di plastica, anzi conserva il giusto coefficiente grezzo, perfetto per il black metal. E se la sua scaletta è un po’ ondivaga, con alcuni pezzi meno belli del resto, non è un problema molto castrante: anche così, parliamo di un ottimo lavoro, più che degno di un nome importante come i Dark Funeral. 
 
Unchain My Soul ha un attacco impressionante, che da subito ci porta nel panorama oscuro ma al tempo stesso fascinoso del disco. Chitarre pulite e distorte si intrecciano in una melodia che anticipa in parte quelle principali, seppur in maniera melodica, quasi malinconica, grazie anche a qualche lead e alla voce pulita che parla a tratti. Poco più di mezzo minuto, poi gli svedesi accelerano: ci ritroviamo allora in un pezzo con la stessa atmosfera, persino più calda ma scandita in maniera potente e orientata al black. È una base che di tanto in tanto torna: si alterna lungo il pezzo con momenti più rabbiosi, seppur piuttosto vari. A tratti conservano la stessa carica, in un connubio perfetto tra riff vorticosi e melodia, che avvolge molto bene; c’è però spazio anche per momenti più classici, con toni tetri di gran impatto e a tratti persino qualche piccola venatura death metal. Il tutto portato dal drummer Dominator su un tempo velocissimo, spesso un blast beat che dà al tutto un bel senso di urgenza: essa domina in tutto il pezzo per venire meno solo al centro, che di nuovo torna all’origine. Dà il giusto respiro a un pezzo eccezionale, un’apertura col botto per Where Shadows Forever Reign! As One We Shall Conquer comincia quindi lenta, strisciante, ma nel giro di pochi secondi i Dark Funeral fuggono con tetra ferocia, stavolta senza traccia di calore. Inizia qui una progressione che alterna momenti più distesi ma sempre oscuri, altri terremotanti e altri ancora a metà tra i due mondi: tutti quanti sono contraddistinti dallo stesso genere di riffage, dissonante e malefico al punto giusto. Solo a tratti l’aura si fa un po’ più aperta, come in quelli che si possono considerare i ritornelli: grazie anche allo scream più acido di Heljarmadr evocano una sofferenza che si accentua pure nel finale, di tono più alto. Ma l’oscurità rimane sempre densa: lo stesso vale per tutto il pezzo, e anzi il mood si rafforza nelle sezioni in cui le chitarre si propongono in fraseggi sinistri in accoppiata con le ritmiche. E se non tutte le parti della lunga teoria che si snoda sono memorabili, non importa: anche così, abbiamo un altro buonissimo pezzo! Va però ancora meglio con Beast Above Man: parte lenta, dando quasi l’idea di voler essere un pezzo tutto così, tetro e ai limiti col doom. Ma è solo un intro: la falsariga principale aspetta circa un minuto per entrare nel vivo, ma quando lo fa, è un pugno in faccia! Ci ritroviamo in un’avanzata inesorabile e rapidissima: guidato sempre dal blast, si snoda un riffage di grandissima efficacia, grintoso e ferale, che scambia sezioni devastanti e altre con meno impatto, ma stridenti e maligne al punto giusto. È una fuga quasi costante e anche piuttosto semplice: solo al centro si cambia, col ritorno dell’anima iniziale che viene sviluppato in un senso sempre lugubre al massimo. È un altro bel momento d’atmosfera per un grande episodio, forse non tra i picchi del disco ma nemmeno troppo distante!
Con As I Ascend, i Dark Funeral abbandonano la frenesia sentita fin’ora in Where Shadows Forever Reign per qualcosa di molto più rivolto all’atmosfera che alla potenza. Lo si sente già dal preludio, con una classica campana accompagnata da lievi effetti ambient, inquietanti il giusto; poi però il mood vira quando la musica, introdotta da una melodia di chitarra, entra nel vivo. Sempre di black metal si tratta, ma in una versione molto melodica: la base è lenta, e lo scream di Heljarmadr è accompagnato da un riff calmo, avvolgente, a volte doppiato da melodie quasi sognanti, nonostante la loro oscurità. C’è anche spazio, specie nella seconda metà, per frazioni più aperte, dilatate e cupe, di indirizzo doom, ma senza disturbare l’aura generale, il cui calore rimane sempre bene in scena; lo stesso vale per gli assoli angosciati che appaiono qua e là. Si tratta di un bell’ascolto, ma che col tempo tende a venire un po’ a noia: colpa anche dell’assenza di grandi variazioni nei suoi quasi sei minuti e mezzo, almeno a livello macroscopico. Anche per questo, abbiamo una buona traccia, ma che in un disco del genere si rivela addirittura il punto più basso!  Di sicuro, è un’altra storia con Temple of Ahriman, che all’inizio continua con lentezza, seppur in maniera molto diversa: sin dall’intro dissonante, a dominare è una grande inquietudine. Viene ben rappresentata da strofe espanse ma sinistre al massimo, in cui vari scream e growl si intrecciano su un riffage quasi da black atmosferico, anch’esso molto sinistro. Poi però la musica accelera, per quelli che si possono considerare i ritornelli: non troppo veloci, sono lo stesso martellanti, ma colpiscono soprattutto per oscurità e rabbia, ancor più spinte che nel resto qui. Al contrario della struttura classica, inoltre, non durano poco, ma si sviluppano in diverse direzioni nelle lunghe teorie che si alternano con l’altra norma: sia quelle più vorticose che quelle più espanse, che tornano verso l’atmospheric, funzionano bene. Il risultato di ciò è un pezzo tutto sommato lineare, con giusto piccole variazioni: se questo gli toglie la possibilità di essere l’eccezionalità, non fa lo stesso con la bontà! È però un’altra storia con The Eternal Eclipse: una rullata di Dominator, poi ci ritroviamo subito nel  riffage di Lord Ahriman e Chaq Mol, nervoso e oscuro al massimo ma al tempo stesso sentito, profondo, non del tutto freddo. Ha anzi un grande spessore, che riesce a colpire bene anche sotto lo scream riottoso di Heljarmadr, in lunghe progressioni di impatto eccezionale. Ma non sono da meno le aperture in cui queste fughe confluiscono all’improvviso: lente, con sonorità a metà tra gothic e addirittura post-metal, esaltano al meglio il pathos dei Dark Funeral qui, con passaggi di gran impatto, a tratti persino delicati (!). Nel pezzo non c’è molto altro, ma nemmeno serve: anche nella sua semplicità e brevità, abbiamo un gioiellino grandioso, senza dubbio uno dei picchi assoluti di Where Shadows Forever Reign!
 
To Carve Another Wound è strisciante e cupa fin dall’avvio, strano e obliquo, per poi diventarlo ancora di più quando entra nel vivo come un pezzo di tenebroso black metal classico. La sua cupa angoscia si riflette bene nel riffage tempestoso e basso che regge buona parte delle strofe, non troppo veloci e con una nota death stavolta ben più che accennata che aiuta a creare ancor più effetto buio e asfissiante. Poi però la faccenda si fa meno sottotraccia e più tagliente coi bridge, convulsi nel loro giro vertiginoso di chitarra: introducono refrain semplici, sempre lenti ma rabbiosissimi, che colpiscono alla grande. Anche stavolta, inoltre, la sua struttura è molto lineare: come unica variazione c’è solo un tratto più teatrale al centro e un finale che espande la norma di base. Ma la semplicità non è un problema neppure stavolta, visto che il risultato rimane sempre di alto livello. La successiva Nail Them to the Cross parte lenta e ombrosa, con la sezione ritmica su cui si incrociano melodie cupissime: in esse, sin dall’inizio è percepibile già che il freno a mano è tirato, che la musica ha una gran voglia di scattare. Ciò accade dopo poco meno di un minuto, quando il pezzo, dopo le ultime esitazioni, fugge via in una corsa folle, in cui Lord Ahriman e Chaq Mol tirano fuori l’ennesimo riffage potentissimo e graffiante al massimo, sia quando si ibrida con qualche vago influsso death, sia quando si fa più stridente e da puro black. È una progressione straordinaria: peccato solo che termini dopo poco in refrain che rallentano di colpo e cercano l’oscurità; in parte la trovano anche, ma staccano troppo dal resto, e stonano parecchio. Colpa soprattutto della loro eccessiva vuotezza: la parte centrale infatti funziona meglio, visto che è lenta ma possiede un bel riffage, parecchio acido, come anche il breve momento solistico sulla trequarti. Insomma, alla fine abbiamo un brano a due velocità, non del tutto riuscito: anche così si rivela piuttosto buono, ma rispetto ai migliori del disco quasi scompare. Per fortuna, in chiusura i Dark Funeral ne ritirano su il destino con Where Shadows Forever Reign, che entra subito nel vivo come un’altra fuga serrata ma profonda a cui la band ci ha già abituato. All’inizio, comincia subito ad alternarsi con passaggi anche più angosciati, persino drammatici nel loro splendido riffage, ma poi la struttura comincia a cambiare con più convinzione. È un lungo inseguirsi di pennellate: alcune sono staffilate rabbiose di puro black, senza speranza e senza spazio per alcuna melodia positiva; altrove però la situazione si apre di più, come per esempio nello stacco di metà. Si tratta di una sezione dimessa, sempre truce ma con una sua desolazione, un tocco in più di classe; ottima anche la frazione di chiusura, che prende la norma di base e la dilata, conducendoci così fino alla fine del disco. È l’ottima conclusione di un episodio splendido, a giusto un pelo di distanza dai migliori del disco a cui dà il nome!
Per concludere, a causa di qualche episodio meno bello e di qualche sbavatura, Where Shadows Forever Reign non è un capolavoro. Tuttavia, arriva a giusto un passo da quel livello: solido in ogni componente, la sua qualità media rimane altissima, e i suoi picchi eccezionali valgono l’acquisto già da soli. In generale, con questo lavoro i Dark Funeral dimostrano che l’incarnazione classica del black metal non è morta, ha ancora qualcosa da dire – qualcosa, per giunta, che non suona come sterile ripetizione degli stessi stilemi. Anche per questo, se ti piace il genere non c’è altro da dire se non che ti è consigliatissimo! 
Voto: 87/100
Mattia
Tracklist: 
  1. Unchain My Soul – 05:20
  2. As One We Shall Conquer – 04:43
  3. Beast Above Man – 04:44
  4. As I Ascend – 06:18
  5. Temple of Ahriman – 05:21
  6. The Eternal Eclipse – 04:1
  7. To Carve Another Wound – 04:44
  8. Nail Them to the Cross – 04:42
  9. Where Shadows Forever Reign – 05:32
Durata totale: 45:38
 
Lineup:
  • Heljarmadr – voce
  • Chaq Mol – chitarra
  • Lord Ahriman – chitarra e basso
  • Dominator – batteria
Genere: black metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Dark Funeral

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