Solstice – Lamentations (1994)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONELamentations (1994) è il primo, storico album dei britannici Solstice. 
GENEREUn epic doom metal che sa essere a tratti solenne, a tratti drammatico.
PUNTI DI FORZAIl maggiore sono le sfumature emotive impostate dagli inglesi, con atmosfere splendide. Inoltre, un bel fascino vintage e decadente e una registrazione grezza ma nitida e potente.
PUNTI DEBOLIQualche sbavatura, un po’ di omogeneità.
CANZONI MIGLIORINeither Time Nor Tide (ascolta), Only the Strong (ascolta), Absolution in Extremis (ascolta), Wintermoon Rapture (ascolta)
CONCLUSIONILamentations non è un capolavoro ma giusto per poco: si rivela un ottimo lavoro, apprezzabile da ogni fan dell’epic doom metal.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
88
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Ogni ascoltatore ha i suoi album cardine: album che gli hanno permesso di scoprire un genere, di allargare i propri orizzonti o di aumentare i propri interessi in una qualche direzione musicale. Per quanto mi riguarda, Lamentations dei Solstice è un caso di quest’ultima specie: comprato quasi per caso tantissimi anni fa, è stata una delle molle che mi ha spinto ad approfondire la conoscenza col doom metal. All’epoca già ascoltavo il genere, ma solo gruppi famosi come Candlemass, Pentagram e Cathedral; questa storica band britannica però mi ha spinto ad andare oltre e a esplorare un genere che per gran parte si muove nell’underground. Non sarà così di nicchia, questo è vero: i Solstice non avranno fama mondiale, ma non sono nemmeno un nome così sconosciuto, visto il culto di cui è ammantato il loro nome. Tuttavia, il fascino vintage e decadente di Lamentations mi ha spinto a cercare sonorità meno orecchiabili, il che col tempo mi ha portato a diventare l’appassionato che sono oggi. Merito, del resto, anche della bontà del lavoro degli inglesi, che mostrano un gran talento già a partire dal loro epic doom metal, classico ma mai banale. In Lamentations, i Solstice puntano infatti su sonorità più tristi del genere (che già di suo non è allegro), con un grande spessore emotivo ma senza rinunciare alla solennità tipica del genere, almeno in sottofondo in quasi ogni occasione. Il lato migliore degli inglesi è proprio il gioco delle atmosfere, con diverse sfumature che si intersecano tra loro in una maniera molto più curata della media del periodo. Uniamo a tutto ciò una grande registrazione, grezza come si usava all’epoca ma nitida e potente, ottima per valorizzare sia i riff che le atmosfere dei Solstice, e c’erano tutti gli elementi per un capolavoro. Purtroppo però Lamentations lo sfiora soltanto: colpa della sua scaletta un po’ monocorde, con certi stilemi che si ripetono, e qualche pezzo meno bello accanto a gemme assolute. Ma non sono difetti così castranti per quello che anche a venticinque anni di distanza rimane un classico assoluto del doom metal nella sua incarnazione epica!

Le danze partono da Lamentations IV, intro di rito molto tradizionale coi suoi suoni di pioggia, a cui presto si sovrappongono cori quasi gregoriani. All’inizio sono molto lievi, ma col tempo si addensano un po’, in quella che sembra un triste requiem: un inizio perfetto per un album così! Tempo circa un minuto e mezzo, poi il disco entra nel vivo con Neither Time Nor Tide, che esce fuori come un tuono dalla pioggia prima di assestarsi su una norma cupa e lenta, seppur sia in continuo movimento. Lo si sente già all’inizio, con la sua melodia di base che comincia a evolversi sotto la guida di una struttura ritmica tortuosa, fatta di continui accelerazioni e rallentamenti. La componente principale del pezzo non è tuttavia da meno: progredisce lenta da strofe quasi con un tocco esotico nel loro suono atmosferico (senza però rinunciare alla potenza) a bridge anche più lenti ed espansi, epic doom di gran melodia. Ma poi i ritornelli tornano a qualcosa di più potente e anche cupo, col riffage dissonante del leader Richard M. Walker e di Gian Pires (che di lì a poco lascerà per unirsi ai Cradle of Filth) sugli scudi e un’aurea plumbea, inesorabile. Ottima anche la sezione centrale, sempre di carattere doom ma del tipo più accelerato, con ritmiche davvero taglienti e pesanti che confluiscono in un assolo ben fatto e quindi in un finale vorticoso e sinistro. È la ciliegina sulla torta di una opener splendida, già da subito tra le punte di diamante dell’album! La successiva Only the Strong comincia quindi lenta e solenne, elegante nella sua cupezza: un’essenza che manterrà per buona parte della sua durata. Le appartengono sia le strofe, che a metà tra angoscia ed epicità funzionano benissimo e ci conducono per lunghi minuti, intervallate di tanto in tanto da stacchi di melodie lacrimevoli. A volte sono proprio queste aperture ad ampliarsi, per dare origine a ritornelli molto sentiti e tristi, ben corredati dalla voce particolare, quasi stonata, ma azzeccatissima di Simon Matravers. Ottima è anche la parte centrale, che lascia da parte la cadenza marziale del resto per qualcosa di poco più dinamico: tra ritmiche, lead e cantato, i Solstice disegnano qui un panorama oscuro e avvolgente. La musica è in continuo movimento, e ogni tassello si incastra benissimo col resto: il risultato è il momento migliore di un pezzo molto lungo ma sempre avvolgente, poco distante dai migliori di Lamentations!

Absolution in Extremis esordisce col basso di Lee Netherwood: anticipa la melodia che poi, quando il tutto entra nel vivo, seguiranno sia le chitarre che il frontman. Ed è una melodia davvero riuscita, da brividi per intensità emotiva: nonostante le strofe manchino di mordente e potenza, grazie a essa sono lo stesso efficaci al massimo. Ma quando gli inglesi la trasformano, il risultato è altrettanto azzeccato: succede nei ritornelli, che virano su qualcosa di più potente e tenebroso, ma persino con più pathos, lacerante e di gran impatto. Ottimo anche il seguito, una parte più lenta e doom che, la prima volta, è giusto un breve intermezzo. Poi però, al centro e nel finale, la sua norma viene espansa: nella prima, il ritmo accelera, per qualcosa di labirintico e cupo, nonostante la ricercatezza che le venature di chitarra riescono a dargli. Lo stesso avviene in chiusura, ma solo all’inizio, prima che il ritmo cominci a rallentare fin quasi a fermarsi: è la chiusura di un altro episodio grandioso da annoverare tra i picchi del disco! Se quest’ultimo fin’ora è stato perfetto, o quasi, con These Forever Black Paths la qualità si abbassa, ma non di moltissimo. Da un lato, è vero che alcune melodie incidono meno, come quella vocale dei bridge: non è solo un po’ troppo obliqua, ma ricorda anche in parte quella dei refrain precedenti. Di sicuro però il brano non è una copia, anzi presenta una sua personalità già dall’inizio, più grintoso rispetto alla media di Lamentations. In effetti, i Solstice danno il meglio di sé, in questo caso: se le strofe, melodiche e dilatate sono piacevoli, i migliori sono i chorus, che staccano dal resto per diventare via via più vorticosi e potenti, nonostante rimanga al loro interno un tono dimesso che però non stona. Ottimo anche il momento centrale, che ne riprende l’agitazione con ancor più forza, ma anche con un ottimo assolo, sofferto il giusto, per poi rallentare in un’apertura più strisciante, da classico doom. Arricchisce una traccia molto buona, seppur sotto alla media di un album del genere – il che la dice lunga sulla qualità generale!

Dopo tanti pezzi potenti, con Empty Lies the Oaken Throne ci si può riposare le orecchie. È un lungo interludio molto calmo, di stampo folk, con le chitarre pulite che si intrecciano in lievi arpeggi su uno sfondo formato da un lieve flauto (con ogni probabilità sintetico). Pian piano il tutto si fa più denso, fino a uno stacco di maggior pienezza al centro, ma poi la musica diventa più dilatata. È la fase migliore, con la malinconia soffice che domina il tutto ad accentuarsi: anche per questo, il complesso è riuscito sia come intermezzo che preso come preludio alla successiva Last Wish, che poi torna al doom con forza. L’attacco già brilla per pesantezza e spirito evocativo, epic doom che più puro non si può, e col tempo la situazione cambia di poco. Le melodie sono simili nelle strofe, che pure hanno un senso più tetro, mogio, dimesso, grazie anche a ritmiche che sembrano quasi imitare degli archi a tratti sotto alla voce di Matravers. Lo stesso effetto aumenta anche nei refrain, all’inizio più lenti e crepuscolari ma che poi esplodono in maniera molto efficaci con la loro estrema depressione. Il tratto migliore è però al centro, col suo doom potente, dai toni moderni in maniera inaspettata: comunque, la sua atmosfera oscura, la durezza e i riff intricati sono tutti di alto livello. È un grande arricchimento per un pezzo non eccezionale, che non spicca moltissimo in Lamentations: nonostante questo, il livello rimane ottimo! È però un’altra storia con Wintermoon Rapture: comincia da un altro attacco che sa un po’ di già sentito, ma a parte questo anticipa bene il lato sognante e inedito che i Solstice mostrano qui, presto nel vivo a piena forza. Lo si sente bene nelle strofe, che da subito vivono del contatto tra le ritmiche, macinanti e potenti, guidate dalla doppia cassa di Lennaert Roomer, e la litania effettata, quasi psichedelica del frontman, a volte aiutata dalle chitarre che danno al tutto un tocco dissonante. È un passaggio dilatato, quasi onirico, alienante: poi però la musica torna calda coi ritornelli, insieme disperati ed epici, con un incastro ritmico davvero da urlo lungo tutto il loro sviluppo. Ottima anche la parte centrale, che inizia in stile doom classico ma poi si arricchisce di riuscite melodie; ancor meglio sono poi quelle nel finale, con un assolo da metal classico ben allineato all’oscurità del resto. È un altro elemento vincente per un pezzo splendido, a giusto un pelo di distanza dal meglio del disco per qualità!

The Man Who Lost the Sun comincia con un altro intro del basso di Netherwood, su cui presto si staglia una voce profonda, effettata: ricorda un po’ l’analogo inizio di Demons Gate dei Candlemass. Poco più di un minuto, poi il metal esplode: all’inizio è lento, funereo, dimesso, ma anche questo fa parte dell’introduzione. La traccia vera e propria si rivela infatti più dinamica, seppur sia persino più atmosferica che in precedenza, con Matravers sempre effettato che crea un bell’aura lontana ed espansa. È una norma che va avanti, non troppo veloce ma inesorabile, finché i chorus non staccano: molto più lenti, vedono il cantante lamentarsi con una linea vocale di tristezza drammatica e palpabile, su uno sfondo altrettanto mogio. È una bella parte, come del resto lo è quella delle strofe, ma a tratti l’unione sembra un po’ vacillare: le due anime sembrano troppo diverse tra loro, e lo scalino è percepibile. Per fortuna, non dà sempre fastidio, anche a causa della tendenza dei Solstice a cambiare le carte in tavola: ne è la prova il tratto centrale, simile a quelli già sentiti in Lamentations ma di nuovo funzionale tra melodia, potenza ed espansione, con un bell’assolo a corredo nella sua chiusura. Buona anche la conclusione, di nuovo catacombale quasi fosse una parola d’addio per l’album: conclude il pezzo forse meno bello del disco, seppur il livello sia elevato, e in un disco medio brillerebbe molto di più! A questo punto, la scaletta è alla fine, ma c’è rimasto spazio per un ultimo colpo di coda, intitolato Ragnarok: a metà tra un outro e pezzo vero e proprio, è una lunga strumentale lenta e cupa. Con la sua teoria di riff doom e il suo ritmo lentissimo, quasi asfissiante, sembra quasi la colonna sonora di una marcia funebre, seppur molto stanca, sfinita. Il ritmo riprende tono solo per un attimo al centro, con un breve scatto meno lento, ma poi la musica torna a rallentare, con una campana che le dà un tono ancor più apocalittico. Nel complesso, insomma, è una chiusura azzeccata per un disco del genere!

Per concludere, se Lamentations fosse stato tutto al livello della sua prima metà, parleremo forse di un disco perfetto, tra i migliori mai creati nel doom metal. Ma in fondo c’è poco di cui dispiacersi: anche così, parliamo di un ottimo lavoro, che ogni fan del genere e in particolare della sua branca epic può amare. Se lo sei quindi, si tratta di un ascolto consigliato al cento percento!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Lamentations IV01:26
2Neither Time nor Tide05:20
3Only the Strong08:17
4Absolution in Extremis06:03
5These Forever Bleak Paths06:40
6Empty Lies the Oaken Throne04:22
7Last Wish05:17
8Wintermoon Rapture07:02
9The Man Who Lost the Sun09:08
10Ragnorok03:33
Durata totale: 57:08
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Simon Matraversvoce
Gian Pireschitarra
Richard M. Walkerchitarra
Lee Netherwoodbasso
Lennaert Roomerbatteria
ETICHETTA/E:Candlelight Records
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