Second to Sun – Legacy (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONELegacy (2019), settimo album dei russi Second to Sun, è un lavoro che perde rispetto ai predecessori.
GENERELa solita, originale mix tra base post-black metal e influssi groove metal.
PUNTI DI FORZADiversi colpi di genio, una scaletta con diversi buoni pezzi.
PUNTI DEBOLIUn filo di omogeneità, una certa mancanza di ispirazione, una scaletta con poche hit.
CANZONI MIGLIORIMonster (ascolta), Raida (ascolta), Devil (ascolta)
CONCLUSIONILegacy si rivela un album buono e più che adatto agli amanti del black metal più innovativo. Dai Second to Sun però ci si potrebbe aspettare di meglio. 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
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Per un artista musicale, la prolificità può essere un gran pregio, ma anche un importante difetto. Se da un lato è vero che pubblicando molti dischi si crea più interesse e si porta avanti una carriera più densa e solida di chi è più incostante, dall’altro lato lo si dovrebbe fare solo in caso la propria ispirazione lo consenta, e senza esagerare. Altrimenti, pubblicare tanto in maniera indiscriminata può portare all’uscita di dischi che non hanno molto da dire: in parte, è ciò che sta succedendo ai russi Second to Sun. Ormai si possono definire quasi degli aficionados di Heavy Metal Heaven, visto che nello scorso biennio ho recensito i loro The Black e The Walk, usciti entrambi nel 2018. Se il primo era un album davvero grandioso, il secondo era meno ispirato: mi dava l’idea che la band avesse bisogno di una pausa di riflessione, per organizzare meglio le proprie idee. Pausa che però non c’è stata: risale ad appena lo scorso novembre (quindi solo undici mesi dopo The Walk) Legacy, settimo album in nove anni dei Second to Sun. Si tratta di un disco che prosegue la parabola discendente del predecessore, seppur ne mantenga anche alcuni pregi, a partire dal genere, che è una nuova sfumatura di quello proposto in passato. La base black metal compatta e potente è la stessa, come sono gli stessi gli spunti groove metal e moderni, e una certa pulsione sperimentale, seppur meno spinta che in passato. Piuttosto, Legacy preferisce rafforzare gli influssi post-black metal già presenti nei dischi precedenti; soprattutto, i Second to Sun stavolta puntano meno sulla melodia e più sull’impatto e sulla cattiveria, seppur non manchino i momenti profondi, armoniosi che li avevano fatti grandi in passato. Nel complesso, rimane uno stile originale e interessante, valorizzato dalla immutata classe con cui la band di San Pietroburgo lo porta avanti, all’origine di diversi spunti grandiosi. Purtroppo, però, stavolta non sono molto diffusi: piuttosto, Legacy tende a cadere con più intensità nei difetti che già avevo riscontrato in The Walk. Un filo di omogenità c’è anche qui, ma meno che nel precedente: il vero problema dei Second to Sun è invece la mancanza di ispirazione. I suddetti spunti sono spesso circondati da della musica “grigia”: non è spiacevole, anzi spesso è buona dal punto di vista di melodia, impatto o atmosfera, ma non fa gridare al miracolo. Il che, è vero, sarebbe già un gran risultato per molte band medie, e consente peraltro ai russi di rimanere nell’ambito della bontà; tuttavia, come dicevo anche nella recensione di The Walk, trovo che per una band come i Second to Sun sia un po’ limitante. Visti i colpi di vero genio che a tratti spuntano in Legacy, di sicuro con più cura e lavoro avrebbe potuto avvicinarsi persino ai fasti di The Black!

Devil esordisce con un attacco lento, un lieve riff black in sottofondo sopra a cui si stagliano suoni sintetici e urla inquietanti, per un effetto davvero orrorifico. Circa un minuto così, poi le ritmiche cominciano a evolversi con rapidità, finché la musica non esplode in maniera dissonante, black metal rabbioso e graffiante su una base in blast beat. Ma solo a tratti il pezzo indugia in questa frenesia: più spesso la velocità è contenuta, e il ritmo oscillante, quasi saltellante, seppur l’oscurità rimanga forte. Lo stesso vale per le frazioni che spuntano a tratti, più movimentate e in stile black classico: avanzano con ferocia per poco, ma poi si aprono alla grande, in momenti celestiali, malinconici, con la tastiera di Vladimir Lehtinen al centro, la sua melodia docile e lontana. Quest’anima del pezzo prende il sopravvento nella seconda metà: i russi ne sviluppano il fraseggio in qualcosa di sognante, seppur l’aggressività non venga mai meno, ben rappresentata dallo scream di Gleb Sysoev, alto e feroce. Ne risulta un momento molto bello, seppur duri poco, prima di lasciare spazio a un outro a metà tra black e beat industrial, che dopo circa un minuto chiude i giochi. In effetti, è proprio questo il difetto del pezzo, che a dispetto di questa chiusura e dell’introduzione ha solo due o tre minuti di musica effettiva: sembra che i Second to Sun l’abbiano lasciato incompleto, il che è un peccato. Anche così, infatti, abbiamo un risultato buonissimo, ma poteva essere eccezionale, uno dei picchi di Legacy (da cui peraltro non è troppo lontana)! Confessional of the Black Penitent si avvia quindi col ritmo battente del batterista Theodor Borovski, a cui presto si accoda qualcosa di alienante, tra gli echi post-rock e il riff black che si uniscono subito. Ma bastano pochi secondi perché la musica perda questa accezione atmosferica e diventi rabbiosa e serrata, quasi stordente col suo incessante martellare. È una norma che però a tratti si apre, per frazioni che iniziano con un riffage quasi crossover per riottosità, per poi diventare più espanse e doom a livello di ritmiche, seppur la rabbia sia sempre di livello elevato. Sono due buone anime, ma a tratti sembra esserci un piccolo scalino: per fortuna, al centro la direzione cambia. Dopo un breve stacco vuoto e misterioso, il pezzo riparte con forza, ma anche con un bel pathos: di norma è dato dagli influssi post-black della musica, ma anche quando il ritmo accelera fino al blast beat rimane preoccupato. Non parliamo poi del finale, quasi lacrimevole grazie allo scream del frontman e alle melodie decadenti in sottofondo: un valore aggiunto per un altro pezzo non grandioso ma valido!

Pages for a Manuscript se la prende con calma a entrare nel vivo, con un arpeggio sinistro ma placido di chitarra echeggiata e “post” su uno sfondo altrettanto tranquillo di effetti. Sembra quasi che il crescendo voglia essere lentissimo, ma dopo poco meno di un minuto la batteria di Borovski introduce a sorpresa un assalto violento al massimo, tutto giocato su un blast e su ritmiche divise tra momenti più rocciosi e altri più puri nel black. Ma non tutto carica a testa bassa: sfoghi del genere si alternano spesso con tratti che riprendono il preludio, a volte con riff espansi o anche con passaggi che uniscono le due norme, altrove invece in maniera identica all’avvio. Succede all’incirca dopo due minuti, quando comincia una lunga sezione post-rock, sempre più dissonante finché il metal non torna a fluire, invece piuttosto melodico seppur con molti elementi precedenti alle spalle. Poi però il tutto diventa rabbioso, per uno sfogo davvero feroce, ancora di influsso punk, che sfocia nella solita fuga alienata, con una tastiera (o forse è una chitarra molto distorta) intorno a un riffage monolitico. È il momento migliore del pezzo, ma anche il finale non è da sottovalutare, tra le sue fughe in blast e le aperture ancora di influsso doom. La loro breve alternanza ci riporta per l’ultima volta all’origine, un breve ritorno di fiamma dell’inizio che a sua volta sfocia in uno outro sempre più vuoto, prima con echi post rock e poi soltanto ambient, una coda di oltre un minuto e mezzo riflessiva, avvolgente. È il buon finale di un pezzo che lo è altrettanto: forse non sarà al livello di ciò che ha attorno, ma nemmeno stona in un disco come Legacy! È però un’altra storia con Monster, che comincia in maniera strana, quasi un intro industrial metal, per poi svoltare però in una falsariga grassa, in cui si tornano gli influssi groove metal dei Second to Sun. Siamo ancora nel preludio, tuttavia: la norma di base è invece orientata verso il black particolare dei russi, con un riffage vorticoso da parte di Lehtinen ma anche una melodia di base nervosa, cupa. E col tempo, lo diventa pure di più: accompagnata da lievi synth che mimano dei cori, il risultato è sinistro al massimo, seppur con sfumature che fanno intravedere anche una certa profondità. Viene allo scoperto con più forza soprattutto nei tratti che tornano alla norma vorticosa, in cui però Sysoev esprime quasi dolore; il momento più intenso da questo punto di vista è però il finale. Con un ritmo lento e groovy accompagnato da lontani echi, si pone desolata, dimessa, avvolgente al massimo: un’ottima chiusura per un pezzo di valore molto elevato, uno dei picchi assoluti del disco!

No Need to Be Afraid Now prende il via da un parlato in russo, forse preso da qualche vecchio film, vista la qualità audio. Dà il là a un episodio vorticoso e ossessivo, forse anche un pelo troppo, visto che dopo un attimo si assesta su un riffage tempestoso, da tipico black. Ed è un difetto che continua anche quando la musica entra nel vivo: se si eccettua qualche variazione, come le aperture ambient che spuntano ogni tanto, il tutto procede sullo stesso ritmo, a metà tra black, groove e addirittura thrash metal. Solo a volte il paesaggio si apre, per passaggi lenti ma che cercano l’aggressività: come il resto, però, non la colgono del tutto. In generale, la canzone scorre in maniera abbastanza piatta, con solo qualche episodio a brillare, come quando i russi sottolineano meglio il riffage o l’arcano finale. Ma senza grandi melodie e soprattutto senza l’abilità tipica dei Second to Sun nel creare belle sfumature d’atmosfere, abbiamo un pezzo carino e nulla più, il meno bello in assoluto di Legacy. Per fortuna, quest’ultimo si ritira su con Once upon a Time in Russia: si apre con una nuova voce nella lingua madre del gruppo, stavolta dimessa, sovrapposta allo scoppiettare di un falò. Solo dopo alcuni secondi arriva in scena una melodia ambient: è il prologo a uno scoppio battente ma dilatato, di indirizzo black metal atmosferico con la sua melodia lontana, sognante in maniera oscura. Tuttavia, siamo ancora nell’intro, perché il brano vero e proprio è più diretto e compatto: la sua norma di base presenta lunghi momenti cadenzati, di influsso groove e persino metalcore, il che non impedisce loro di essere truci, cattivi. Lo stesso vale per alcune aperture più black che arrivano a tratti, in certi casi davvero inquietanti; altrove però la cappa si apre, come nei ritornelli. Seppur abbiano ancora qualcosa di sinistro, la loro melodia è triste e avvolgente, e colpisce nella giusta maniera. Ottima anche la parte centrale, che rimescola le influenze già sentite in qualcosa di più espanso e allucinato, grazie alle ottime venature sintetiche gestite da Lehtinen. Non male anche il finale, che riprende i refrain in chiave più veloce ma quasi liberatoria, prima di concludersi con un outro di vari campionamenti, messi l’uno dietro l’altro come se fossero altrettante stazioni cambiate da una radio. Ne risulta un’altra canzone di qualità molto buona, seppur anche stavolta non sia eccezionale.

Raida parte da una melodia dolce e nostalgica, quasi una ninnananna per delicatezza: una melodia che poi il pezzo riprenderà, in accoppiata a una base black metal lenta. Il risultato è doloroso, lancinante, grazie sia alla tastiera che alla voce di Sysoev, mai così acuta e dolorosa su una base davvero avvolgente. C’è però spazio anche per alcune escalation oscure, seppur anch’esse non perdano del tutto il pathos: colpiscono con la loro grande, ombrosa rabbia, a volte aiutata dal ritorno di elementi da metal moderno. Per buona parte della durata, il pezzo si svolge su questa semplice alternanza: solo nel finale la direzione cambia, con uno stacco più vuoto da cui emerge di nuovo il metal, ancor più melodico. Ci ritroviamo allora in uno splendido assolo, seppur molto breve, e poi in una coda resa magica da orchestrazioni ed elementi post-rock: entrambe brillano per ricercatezza e per la loro lieve malinconia. Chiude il cerchio di un brano davvero splendido, il migliore di Legacy insieme a Monster! Se la versione regolare di quest’ultimo finiva qui, in molte versioni sono presenti due ri-registrazioni di brani di The First Chapter, terzo album dei Second to Sun risalente al 2015: il primo, Me or Him, comincia in maniera ambient. Poi però comincia un crescendo che lo porta presto su lidi preoccupati e truci, un’essenza che si mantiene a lungo: ne sono avvolti sia i momenti più veloci e aggressivi che quelli più lenti e riflessivi. Creata dalle venature melodiche, quest’aura è l’unica costante di un pezzo in cui le varie parti si alternano in maniera quasi schizofrenica, uno dietro l’altro, in una struttura tortuosa ma riuscita. Tra sezioni più opprimente e altre aperte, tra tratti sottotraccia di pura inquietudini e altri grassi di origine groove, è comunque una bella evoluzione: è diversa dal disco a livello stilistico, ma tutto sommato si rivela apprezzabile. Lo stesso vale, in misura ancora maggiore, per Virgo Mitt: inizia con un martellare alienante ma malinconico per poi spostarsi su qualcosa di più irruento, seppur sia anche decadente grazie agli onnipresenti synth. La parte migliore è però la progressione che da questi lidi fa salire la musica prima verso versanti sempre più oscuri e chiusi, per poi sfociare in uno stacco liberatorio, quasi con influenze power metal nella sua esplosività. Non stona però in un ambiente che poi torna oscuro e non si snatura mai, nemmeno nel finale, che dopo un istante vuoto riesplode persino allegra, trionfale con le sue belle melodie incisive sotto allo scream di Sysoev. Abbiamo insomma un bel brano, con poco da invidiare ai migliori del disco che chiude: anche qui però la differenza stilistica c’è, quindi giusto usarla come bonus.

Per concludere, come già detto resta un po’ di rammarico: abbiamo un lavoro che poteva essere eccezionale, e invece si rivela imparagonabile con The Black e inferiore anche a The Walk. A parte questo però è un buon disco, consistente e superiore alla media del black metal odierno. Se sei un ascoltatore stanco dei soliti stilemi del genere, può comunque essere ossigeno per te; soprattutto, Legacy ti è consigliato anche se ti piacciono sonorità nuove e fresche. Tuttavia, io dai Second to Sun continuo ad aspettarmi di più: spero che col prossimo disco possano di nuovo creare qualcosa all’altezza delle loro enormi potenzialità!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Devil05:39
2Confessional of the Black Penitent06:03
3Pages for a Manuscript10:33
4Monster05:05
5No Need to Be Afraid Now05:04
6Once upon a Time in Russia06:02
7Raida05:23
8Me or Him 2020 (bonus track)03:54
9Virgo Mitt 2020 (bonus track)04:07
Durata totale: 51:50
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Gleb Sysoevvoce
Vladimir Lehtinenchitarre e synth
Max Sysoevbasso
Theodor Borovskibatteria
OSPITI
Winter Vampyrvoce (traccia 3)
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Clawhammer PR

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