Dark Quarterer – The Etruscan Prophecy (1989)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Etruscan Prophecy (1989) è il secondo, storico album dei Dark Quarterer.
GENEREUn epic metal pieno di sfaccettature, sia per influenze che per strutture musicali.
PUNTI DI FORZAUna gran cura nell’impostare il proprio stile musicale, una gran ricchezza in fatto di melodie, riff e atmosfere, tantissimi spunti memorabili.
PUNTI DEBOLIUna lieve inconsistenza, con solo quattro pezzi effettivi (ma è un problema da poco).
CANZONI MIGLIORIRetributioner (ascolta), Devil Stroke (ascolta), Angels of Mire (ascolta).
CONCLUSIONIThe Etruscan Prophecy non è solo un capolavoro assoluto, ma anche uno dei classici assoluti dell’epic e in generale del metal italiano!
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VOTO FINALE
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98
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Famosi, almeno tra gli appassionati del genere, ma non quanto avrebbero meritato: tra i tanti a cui questa descrizione si può adattare bene, a mio avviso i Dark Quarterer hanno un posto d’onore. Da alcuni sono considerati i Manilla Road italiani: una definizione che ha un suo perché, visto l’amore comune per certe sonorità grezze, un gusto musicale simile alla lontana e anche un cantante, Gianni Nepi, che a tratti ricorda da lontano Mark Shelton. Ma questo trio di Piombino, in provincia di Livorno, è ben altro che la sterile copia di qualcuno: ad ascoltare The Etruscan Prophecy, secondo album risalente al 1989, i Dark Quarterer dimostrano di avere moltissimo da dire. Parliamo del capolavoro assoluto della band, nonché forse del più grande classico dell’epic metal italiano; soprattutto, è un disco di straordinaria maturità compositiva. Dalla loro, i toscani hanno un songwriting molto sfaccettato, che allinea moltissime sfumature a livello melodico, ritmico e atmosferico – seppur rimanga sempre ancorato all’epic e all’heavy metal, con anzi persino influssi hard rock a tratti. Ma il bello è che questa complessità è congegnata a puntino dai Dark Quarterer, la cui precisione è millimetrica: The Etruscan Prophecy riesce a incidere quasi in ogni suo momento. Poteva essere persino perfetto, non fosse stato per la sua lieve inconsistenza: dopotutto i suoi pezzi veri e propri, per quanto lunghi, sono soltanto quattro. Ma è un difetto da poco, visto peraltro che tutti sono di altissimo livello; qualcuno potrebbe obiettare che anche la sua eccessiva complessità possa essere un problema, ma a mio avviso non è così. È vero che The Etruscan Prophecy non è immediato come il classico album heavy, e le atmosfere variopinte dei Dark Quarterer sono difficili da assorbire quanto le sue numerose svolte musicali. Ma dopo molti ascolti, si arriva a scoprire un lavoro profondo e raffinato, molto più della media dell’heavy metal del periodo: un altro punto di forza per un risultato finale a dir poco mirabolante!

Il suono di un’esplosione, poi la batteria di Paolo “Nipa” Ninci ci proietta dritti in Retributioner, opener che si mette subito in mostra col suo riffage principale, ben evidenziato da una registrazione grezza ma più che appropriata. Con toni rockeggianti e coinvolgenti, ma al tempo stesso di gran tensione battagliera, colpisce con la forza di uno schiacciasassi sia in solitaria che nei ritornelli, dove la voce di Nepi rende il tutto ancor più evocativo. Ma le strofe non sono da meno: sottotraccia, appaiono lineari a un ascolto distratto, ma in realtà sono piene di piccoli dettagli che le rendono interessanti, e si sposano alla grande col resto. Lo stesso si può dire della lunga parte centrale: all’inizio di basso voltaggio ma al tempo stesso quasi ansiosa di ripartire, torna a esplodere presto nella norma principale, per poi virare sull’assolo di Fulberto Serena, lungo ma mai noioso. È il giusto arricchimento per un brano che sintetizza il meglio dell’heavy classico e dell’epic: il risultato è un vero gioiello, non solo uno dei picchi del disco ma credo addirittura del genere! La successiva Piercing Hail è un intermezzo di circa due minuti che rappresenta la calma dopo la tempesta della precedente. Lo si può apprezzare sin dall’inizio, in cui la chitarra è autrice di lievi, calmi arpeggi in coppia col basso di Nepi; la voce del cantante, stavolta dolce, e lievi tocchi di batteria contribuiscono alla creazione di un incantesimo. Poi però la densità comincia a crescere rapida: il finale è più potente, seppur sia sempre disteso, ed evoca una certa malinconia. Certo, la sua escalation si esaurisce in breve, e dà l’idea di essere l’inizio abortito di un vero pezzo: nonostante ciò – e nonostante in effetti sia il punto più basso del disco – per me non stona troppo. Certo, è tutt’altra storia con The Etruscan Prophecy: inizia con una voce abbassata di tono, che insieme a lievi effetti creano subito un’atmosfera arcana, inquietante. Poi però i Dark Quarterer partono con un arpeggio pulito di gran nostalgia, e quando il metal attacca ci ritroviamo in una falsariga che unisce le due sensazioni in qualcosa di vago retrogusto doom, più per aura che per riff, ancora heavy metal con una nota hard rock. Ma c’è anche una grande ricercatezza, in scale a tratti persino neoclassiche, mentre altrove più delicate e melodiche: vista la ricchezza e l’eleganza, i momenti strumentali sono il meglio di questa prima parte. Ma anche quelle cantate non sono da meno: aggiungono altra epicità a una base che tra le righe lo è già molto, col suo ritmo cadenzato, specie nei ritornelli, che Nepi rende lancinanti. Ma il pezzo dà il meglio di sé con la seconda, che dopo un tratto placido, con la chitarra pulita comincia un’evoluzione più veloce, diretta e semplice, seppur abbia ancora una certa preoccupazione. È una sensazione che sale sempre di più, attraverso la voce del cantante e le bellissime, raffinate melodie di Serena: si arriva così fino a un apice di drammaticità, cupa e lancinante, prima che la musica cominci a spegnersi e torni in parte all’origine. È un altro arricchimento per un brano splendido, il che fa quasi ridere: tra i quattro effettivi del disco si rivela il meno bello, ma al tempo stesso è a poca distanza dai migliori!

Devil Stroke comincia da un assolo di chitarra molto virtuoso, rapido ma anche oscuro: si staglia per alcuni secondi nel vuoto per poi cominciare a scandire una melodia che fa quasi il verso alla musica di Bach. È il preludio a un pezzo che ne riprende l’oscurità e la accentua, in una base angosciosa e circolare, con dissonanze addirittura di vago retrogusto black (!) però ben incastrate in una base melodica, tetra. È una norma che si perpetra a lungo nella traccia, in alternanza con momenti più potenti e orientati verso l’heavy, peraltro molto epici in special modo nelle dure, maschie strofe. Ma pian piano la progressione deriva verso un mood decadente, che esplode coi ritornelli, quasi depressi nella loro tristezza, lacrimevoli ma di gran impatto. Il tutto procede lento e cupo molto a lungo, ma a tratti si apre: succede la prima volta poco prima di metà, un breve passaggio più speranzosa e veloce che però presto torna alla cupezza. L’esempio maggiore è però la parte al centro, che riprende l’anima vagamente rock dei Dark Quarterer in una frazione veloce e potente, ma senza lasciar da parte la solita eleganza dei toscani. È un altro valore aggiunto per un episodio più semplice e lineare della media di The Etruscan Prophecy (nonostante la durata di nove minuti), ma non è un problema: con la sua aura e le sue belle melodie, si rivela addirittura il migliore del disco insieme a Retributioner! È ora il turno di The Last Hope: a metà tra l’intermezzo a sé e il preludio, non è altro che un minuto e mezzo in cui Serena mette in mostra la sua abilità con la chitarra acustica. Pennate veloce e altre più melodiche si alternano, in qualcosa di tortuoso ma non spiacevole: un pezzo riuscito se non altro come preambolo per Angels of Mire, con cui alla fine si collega. Quest’ultima però se la prende con molta calma a entrare nel vivo: comincia da una nuova introduzione, gestita stavolta dalla voce di Nepi, echeggiata in solitaria ed evocativa all’inizio. Lascia spazio dopo circa un minuto a una chitarra ancora pulita: quando la raggiungono gli altri strumenti, sembra quasi voler introdurre una ballata, ma poi le stesse melodie esplodono. Ci ritroviamo così in un pezzo dimesso ma al tempo stesso epico, teso, vitale nella sua preoccupazione. Sono queste le principali sfumature di una struttura che alterna strofe dirette, quasi arcigne ma senza mancare di melodia, stacchi lenti ma drammatici e soprattutto momenti evocativi di grandissima forza, come quello di potenza assurda nel finale. Il tutto però non è posto in maniera lineare: sono molti gli stacchi e i cambi di arrangiamento qua e là che rendono il tutto in continuo movimento: anche stavolta però il songwriting è all’altezza della situazione. E così, abbiamo un flusso musicale avvolgente, un’avventura incalzante e mai banale in neanche un secondo dei suoi oltre nove minuti: il risultato è un altro episodio splendido, a giusto un pelo di distanza dal meglio del disco che chiudeva in origine!

Nella versione in mio possesso di The Etruscan Prophecy, la riedizione del 2009 pubblicata da My Graveyard Productions, sono presenti due bonus track, non grandiose ma che vale la pena di citare. La prima, Queen of the Sewer, è un pezzo preso dal primo demo dei Dark Quarterer, datato 1985, e si sente. Non solo il suono è più grezzo e vintage, ma anche lo stile perde in parte la solennità sentita fin’ora per spostarsi su coordinate più incentrate sull’hard ‘n’ heavy, con anche uno spirito quasi anni settanta. Ma la classe dei toscani è in parte già presente: nonostante qualche cliché del genere, specie a livello ritmico con un riff molto classico, l’atmosfera è comunque antica, profonda, non parliamo certo di un pezzo diretto o che punta sull’impatto. A differenza dei pezzi regolari del disco, qualche momento morto è presente, come quando Nepi indugia troppo sul suo registro acuto; tuttavia, fanno bella mostra di sé anche alcuni spunti molto buoni. Da citare a tal proposito è di sicuro la progressione centrale, che abbandona il ritmo lento per qualcosa di più animato e potente, con giri convulsi che coinvolgono molto bene e spunti di classe che già precorrono quest’album. Parliamo insomma di un pezzo ben riuscito: forse non può competere con la scaletta regolare, ma come bonus track è molto piacevole e certo non dà fastidio. Lo stesso si può dire per la versione live di Retributioner, registrata nel 2009 a Livorno: mostra la nuova anima dei toscani, quella che dagli anni novanta in poi li ha portati a lasciare sonorità heavy per spostarsi su qualcosa di più progressivo. Rispetto alla versione da studio, è più rallentata e meno selvaggia, ma riesce a mantenere in parte il fascino originale. Se è vero che a tratti la carica manca, e che l’arrangiamento con le tastiere di Francesco Longhi non sempre risulta azzeccato, visto che rimane un po’ troppo sullo sfondo col suono di un organo, nel complesso non è male. Anche in questo caso, ci sono diversi punti di interesse: su tutti, l’ottimo assolo di batteria di Ninci che apre la canzone. Inoltre, non male il passaggio centrale, che lascia la canzone originale per qualcosa di più ricercato e moderno, col pianoforte e lievi fraseggi di chitarra molto delicati: nonostante la differenza, non stona. Valorizza un pezzo di certo non valido come la versione originale (il che forse è anche ovvio), ma va bene così: come traccia bonus per concludere il disco non c’è male!

Arrivati a questo punto, forse è inutile ribadire che The Etruscan Prophecy è un lavoro da incorniciare, con ben poco da invidiare a dischi ben più rinomati usciti negli anni ottanta. Per chi ama l’epic oppure anche solo apprezza incarnazioni del metal ricercate e complesse, è un lavoro da scoprire a ogni costo. Ma soprattutto, lo è per chi vuole scoprire il meglio che la scena italiana abbia prodotto nel corso della sua storia: un passaggio dalle parti dei Dark Quarterer allora è obbligato!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Retributioner06:19
2Piercing Hail02:04
3The Etruscan Prophecy09:47
4Devil Stroke09:12
5The Last Hope01:34
6Angels of Mire09:23
7Queen of the Sewer (bonus track)08:45
8Retributioner (live – bonus track)12:32
Durata totale:   
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Gianni Nepivoce e basso
Fulberto Serenavoce addizionale, chitarra
Paolo “Nipa” Nincibatteria
Francesco Sozzichitarra (traccia 8)
Francesco Longhitastiera (traccia 8)
ETICHETTA/E:My Graveyard Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:– 

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