Symphony X – Iconoclast (2011)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIconoclast (2011) è l’ottavo album dei Symphony X.
GENEREIl solito progressive metal con forti influssi power e venature groove diventato un marchio di fabbrica per la band.
PUNTI DI FORZALa solita classe degli americani, diverse belle canzoni, un livello medio molto alto.
PUNTI DEBOLIUn’eccessiva lunghezza (specie nella versione speciale in doppio CD, di cui si occupa questa recensione) che lo fa risultare dispersivo e ripetitivo a tratti.
CANZONI MIGLIORIIconoclast (ascolta), Dehumanized (ascolta), Heretic (ascolta), When All Is Lost (ascolta), Prometheus (I Am Alive) (ascolta)
CONCLUSIONINonostante i suoi difetti, Iconoclast si rivela lo stesso un ottimo album, più che consigliato a ogni fan dei Symphony X!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
85
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Chiunque conosca almeno un po’ il progressive metal non ha bisogno di spiegazioni su chi siano i Symphony X. Con una carriera non densissima di uscite ma piena di grandi album, nel corso degli anni si sono affermati tra le band più celebri e valide all’interno della scena. Quasi ogni disco ha il suo perché, compresi quelli più recenti: Iconoclast, ottavo lavoro uscito nel 2011, non fa eccezione. Si tratta di un album pieno di spunti importanti, in cui il solito progressive metal con forti influssi power e venature groove mostra la stessa classe di sempre. E riesce a farlo nonostante la lunghezza gli ponga dei limiti: già la sua versione “regolare” dura più di un’ora, ma in questa recensione mi occuperò della “special edition” in due dischi, per una durata complessiva che sfiora l’ora e mezza. Del resto, per ammissione degli stessi Symphony X, Iconoclast è nato come un doppio album: le tre canzoni in più non sono da intendersi come tracce bonus, ma sono state pensate proprio come sue componenti. Certo, è anche vero che questi brani sono state tagliati per un motivo, ossia la loro debolezza rispetto alla media del resto; anche la tracklist della versione in CD singolo però non è perfetta. In generale, come già accennato la lunghezza è un po’ eccessiva: il risultato è che Iconoclast risulta un po’ dispersivo e a tratti ripetitivo, e sono sicuro con qualche sforbiciata sarebbe stato migliore. Ed è un peccato: diversi spunti sono degni dei momenti migliori della carriera dei Symphony X, e accanto a qualche pezzo meno bello ce ne sono diversi degni d’attenzione. Parliamo insomma di un disco per nulla scadente e anzi di livello piuttosto alto; solo, almeno a me dà l’idea che con qualche scelta diversa potesse essere ancora più bello!

Sia nella versione completa che in quella più breve del disco, i Symphony X cominciano subito giocandosi il brano più lungo, Iconoclast: si apre con un breve intro elettronico piuttosto oscuro. Va avanti giusto per qualche istante prima di dare il là subito a uno scatto ipertecnico, convulso; a sua volta però dura poco, prima di sfociare in qualcosa di più musicale e solenne, con cori quasi gregoriani. Stavolta questa norma prosegue per più tempo, ma anch’essa deve poi lasciare la scena: l’alternanza però si ripresenterà nella lunga parte centrale mantenendo le sue componenti di base, seppur spesso in maniera più vorticosa e potente. Si tratta in ogni caso di passaggi ben scritti, in cui ogni arrangiamento, che sia uno stacco o un assolo, funziona alla grande; forse però il resto, più lineare, è persino migliore. Di solito in scena c’è un bel riffage grasso e potente: regge anche le strofe, cantate da Russell Allen con aggressività, ma non senza la solita profondità che il vocalist statunitense sa dare. Profondità, peraltro, che poi si accentua nei bridge, quasi disperati, per poi esplodere ancor di più nei ritornelli: battaglieri ma non senza pathos, colpiscono col loro mix di epicità e sentimento, incisivo in maniera incredibile. Sono questi i segreti di quasi undici minuti senza mai un attimo di noia, un piccolo gioiellino che entra di diritto tra i picchi del disco a cui dà il nome! La successiva The End of Innocence inizia subito con la tastiera di Michael Pinnella a disegnare una rapidissima melodia sopra a un riffage ombroso, a cui aggiunge una nota melodica ma al tempo stesso ansiosa. Torna a tratti nel corso del pezzo, in alternanza con la struttura principale: molto semplice, scambia strofe dirette e maschie, da puro power americano, e ritornelli invece molto melodici, che cercano di essere catchy – ci riescono a sufficienza, seppur non siano da urlo. C’è spazio anche, ogni tanto, per passaggi più prog e in controtempo: spesso sono rapide aperture più espanse o addirittura brevi stacchi, a eccezione del centro. Si tratta di un lungo momento che alterna in rapida sequenza tratti granitici e altri delicati, due anime che si mischiano anche nella sua seconda metà prima dell’assolo di rito. Tutto ciò si integra bene in un pezzo non eccezionale ma di buon livello, tutto sommato adeguato a Iconoclast.

Sin dall’attacco, con ritmiche ancor più influenzate dal groove metal della norma dei Symphony X, Dehumanized mostra una natura più aggressiva e cupa. È un anima che lungo tutta la traccia non viene mai meno: ne sono contagiati sia i tratti più obliqui e progressivi che quelli più lineari come le strofe, rocciose e quasi arrabbiate, grazie a Allen e al riffage al di sotto. Qualche segnale di apertura sembra far capolino nei bridge, malinconici e leggeri, ma poi i ritornelli spazzano l’incantesimo: con splendide, lente ritmiche di retrogusto persino doom e il cantante ancora graffiante, sono melodici ma hanno ancora una bella cupezza. L’unica vera eccezione all’aura generale è invece il centro, che dopo una sezione anche più arrembante presenta uno stacco intimista accompagnato dal pianoforte di Pinnella, prima che il voltaggio si rialzi col solito assolo, anch’esso diviso tra una parte potente e una più delicata. È un arricchimento per un gran bel pezzo, non tra i migliori della scaletta ma a poca distanza da quel livello! Bastards of the Machine lascia quindi la carica atmosferica della precedente per cominciare quasi dall’avvio a correre. È la norma dei ritornelli: con uno spirito speed accoppiato però a una melodia catchy al punto giusto, colpiscono molto bene. Anche i passaggi cadenzati e prog presentano veloci giri delle tastiere; l’unica eccezione sono le strofe, che seppur frenate sprigionano lo stesso una bella potenza grazie al riffage di Michael Romeo. Tutto ciò è valido, seppur in certi frangenti il pezzo stenti un po’ come nella parte centrale, a tratti un po’ fine a sé stessa – seppur l’assolo da metal classico nella seconda metà sia invece ottimo. Ma non sono grandi pecche: anche così, parliamo di un brano ottimo, che in un disco di questo livello non sfigura affatto e risulta anzi tra i più orecchiabili. Va però meglio con Heretic, che a sua volta comincia con la sua norma di base, veloce e potente ma al tempo stessa misteriosa, grazie ai cori sintetici spesso alle spalle del riff. È un dualismo che prosegue a lungo: avvolge bene le crepuscolari strofe, che graffiano il giusto con il loro riffage truce e martellante accompagnate però da un sottofondo dimesso di tastiera. Lo stesso vale per i bridge, brevi ma di buon pathos: introducono al meglio chorus che sanno riunire in sé il meglio di ciò che le hanno precedute. Con un continuo gioco di luci e ombre, di aperture e chiusure, di oscurità e malinconia, sono qualcosa di unico, da brividi sia per capacità di catturare che per potenza. Ma il resto non è da meno: sia la norma di base che le tante variazioni – che siano tratti vorticosi di gran energia o più progressivi – incidono bene. Ne è un esempio ancora la volta la parte centrale, grassa e cattiva all’inizio, per poi diventare però via via più melodica, fino a trasformarsi in un turbine di melodia che lancia al meglio l’ultimo ritornello. È la ciliegina sula torta di un vero e proprio gioiello, senza dubbio uno dei picchi assoluti di Iconoclast!

Children of a Faceless God esordisce di nuovo con qualcosa di cupo e potente, che presto si esprime in un riffage pesante: ricorda da lontano Cowboys of Hell dei Pantera, seppur sia anche serioso come da norma dei Symphony X. Stavolta però è una falsa partenza: se di tanto in tanto quest’anima più energica torna, in forme spesso ossessiva e tagliente, di solito il pezzo preferisce qualcosa di più dilatato e calmo. Lo è per esempio la falsariga di base, con un filo di aggressività dato da Allen e dal riff, peraltro espanso, in sottofondo; solo ogni tanto qualche momento più potente arriva a turbarle. Ancor di più fanno i ritornelli: tranquilli, placidi coi cori e un frontman davvero delicato, cercano di evocare sensibilità. In parte ci riescono, seppur stavolta non incidano troppo; lo stesso peraltro si può dire di molte altre soluzioni musicali, interessanti ma non troppo esaltanti. In generale, abbiamo un pezzo che scorre bene ma tira giusto poche zampate (il riff iniziale, qualche passaggio della frazione centrale): ciò lo rende piacevole, ma in lavoro come questo non può che essere il punto più basso! Nella versione regolare, When All Is Lost arriva quindi a chiudere il disco (mentre in quella speciale solo questo primo): peraltro, un’ottima scelta come finale, vista la sua malinconia. È ben evidente sin dall’avvio, in cui è solo il pianoforte placido di Pinnella e lievi archi in sottofondo ad accompagnare la voce di Allen. Un minuto e mezzo di calma, poi questa base prende una strada più progressiva: entra così in scena una base più pesante, ma in cui rimane spesso spazio per la dolcezza iniziale. Lo si può sentire più o meno ovunque: anche i tratti più potenti vivono qualche ritorno del pianoforte, accoppiati spesso a melodie molto tranquille, di gran nostalgia. Non parliamo poi dei chorus: espansi, potenti ma al tempo stesso drammatici, esplodono alla grande ed evocano un atmosfera che colpisce dentro e li fa essere meravigliosi. Ottima anche il momento centrale, da progressive metal che più classico non si può (ricorda persino i Dream Theater degli anni novanta tra controtempi e melodie ricercate); nonostante ciò, sa il fatto suo e incide alla grande con la sua profondità emotiva. È proprio questo il segreto che consente a un pezzo così lungo di andare anche oltre i suoi momenti di noia, peraltro non troppo diffusi nei suoi nove minuti. Parliamo lo stesso di un gran episodio, non tra i migliori che i Symphony X abbiano inciso all’interno di Iconoclast ma nemmeno a troppa distanza.

Finito il primo album, il secondo comincia con due pezzi che erano inclusi nella tracklist della versione “regolare”; peraltro, ad ascoltarli si capisce anche perché, visto che entrambi brillano per il loro livello. Lo fa Electric Messiah, che dopo un classico avvio vorticoso si propone più diretta, almeno per la base: procede a lungo come un pezzo di semplice impatto, con forti influssi persino thrash. Poi però gli americani svoltano sulla melodia, con bridge di nuovo vorticosi ma preoccupati, con persino qualche dissonanza black metal, e quindi chorus ampi, rallentati, intensi: non sono troppo catchy ma avvolgono bene, e per questo risultano lo stesso efficaci. Molto buono anche il passaggio centrale, diviso al solito tra una prima metà più potente, in questo caso tutta giocata sulle ritmiche che si incastrano e si inseguono, e una di assoli alla fine, seppur stavolta siano più nervosi che melodici. Si rivela un buon arricchimento per un brano molto buono, seppur in questo caso non sia eccezionale. È perciò un’altra storia con Prometheus (I Am Alive), che parte espansa per una volta, prendendosela con calma. Il riffage è già duro ma lento, quasi doom, e solo col tempo inizia a crescere in forza; quando lo fa, però, il voltaggio arriva ad alti livelli, prima con grande urgenza e poi stabilizzandosi su una norma rocciosa. Seppur a tratti gli statunitensi gli diano una caratterizzazione più strana, col ritmo di Jason Rullo in controtempo, anche in quei casi la potenza rimane al centro. È una norma che per non dura molto, prima che la scena si riapra: lo fa prima in maniera crepuscolare, dilatata, quasi psichedelica, ma poi si concentra. È il turno di refrain passionali, sognanti in maniera malinconica, che con la loro semplice melodia colpiscono in maniera eccelsa a livello emotivo. Sono la componente migliore del pezzo, ma anche il resto non è da meno: la norma è valida, e la parte centrale, che sviluppa l’avvio in maniera più animata e meno cupa, lo è anche di più. Arricchisce un brano che forse non ne aveva neppure bisogno: anche di suo è un vero gioiello, uno dei picchi assoluti di Iconoclast insieme alla title-track e a Heretic! A questo punto, nel secondo disco sono presenti i tre pezzi scartati dalla versione “regolare”, come già detto considerabili più di semplici bonus track. Eppure, per esempio con Light Up the Night si capisce perché siano state tagliate: per esempio, il riff vorticoso con cui si apre sa molto di già sentito, nonostante la sua potenza riesca in parte a graffiare. Ma anche tutto il resto non esalta: le strofe, misteriose e di basso profilo, hanno un certo fascino, ma poi i bridge spezzano tutto con la loro mancanza di mordente. Di più ne hanno i ritornelli: tuttavia, la loro melodia non ha gran presa e non riesce a incidere. Anche la parte centrale, coi suoi toni preoccupati ma in maniera poco convinta soffre di mancanza di personalità: anche per questo, il risultato finale è il punto più basso del disco insieme a Children of a Faceless God!

The Lords of Chaos lascia da parte la solita frenesia degli americani per un mid tempo cadenzato e subito di buon impatto, col suo riff di base in cui tornano forti venature groove. È la natura della base delle strofe, grassa e debordante: va avanti a lungo, per poi arrestarsi solo davanti ai bridge, che riprendono una dimensione prog/power, seppur non troppo veloce. Durano poco, prima di dare a loro volta il là a chorus invece espansi e quasi dimessi: possono però contare su una bella melodia di base, che si stampa in mente con facilità. Non c’è molto altro nella canzone a parte una lunga sezione centrale che riprende i toni più dissonanti già sentiti in precedenza per poi guadagnare pian piano dinamismo fino a una bello sfogo cattivo sulla tre quarti, e all’assolo che segue sul ritorno della norma base. Sono tutti dettagli funzionali, in ogni caso, per una traccia non eccezionale, ma di buonissima qualità, che in Iconoclast non stona! Il terzetto si chiude quindi con Reign in Madness, closer track designata per l’intero progetto che all’inizio sembra mostrare lo stesso pathos di When All Is Lost, con le sue tastiere sognanti e mogie. Poi però i Symphony X partono con più durezza: per lunghi tratti è dominato da ritmiche secche e pesanti, che si incastrano e procedono dritte per la loro strada, solo a tratti raggiunte dalle tastiere iniziali, però in sottofondo. Solo ogni tanto da questa norma di basso profilo si dipartono spunti più estroversi: succede all’inizio in occasione di certi stacchi potenti, quasi epici e trionfali. Poi però arriva il turno dei refrain veri e propri: aperti come l’inizio e anche più nostalgici, grazie ai cori che accompagnano una base più morbida, avvolgono bene, pur non esaltando. Ma sono solo brevi aperture: di norma il pezzo rimane più truce, come accade all’inizio della lunghissima parte centrale; poi però la direzione cambia. Dopo un momento calmo e delicato, celestiale con le sue tastiere su cui si stagliano con delicatezza l’arpeggio di Romeo e i lievi tocchi del basso di Michael Lepond, il pezzo torna a risalire, prima con calma ma poi sempre con più urgenza. Ci ritroviamo così in un ambito quasi speed o thrash, e poi in un vortice che tra tratti prog scomposti e altri invece lineari ma denotati sempre dalla tastiera e dalla chitarra, avvolge molto bene. E se in tutto ciò c’è qualche momento morto, in fondo non è un gran problema: rimane sempre un gran pezzo, lungo ma quasi sempre avvolgente, il migliore degli “scarti”, oltre che una chiusura niente male per il secondo disco!

Come già detto all’inizio, Iconoclast è un ottimo album, che però lascia qualche rammarico: con qualche brano tagliato e meno prolissità, poteva essere eccezionale. Questo tuttavia non è un buon motivo per sottovalutarlo: parliamo lo stesso di un lavoro del tutto degno di una discografia importante come quella dei Symphony X. Anche per questo, è più che consigliato a ogni fan degli statunitensi e in generale del progressive e del power metal americano!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
Disco 1
1Iconoclast10:53
2The End of Innocence05:29
3Dehumanized06:49
4Bastards of the Machine04:58
5Heretic06:26
6Children of a Faceless God06:22
7When All Is Lost09:10
Durata totale: 50:07
Disco 2
1Electric Messiah06:15
2Prometheus (I Am Alive)06:48
3Light Up the Night05:05
4The Lords of Chaos06:11
5Reign in Madness08:37
Durata totale:  32:56
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Russell Allenvoce
Michael Romeochitarra
Michael Pinnellatastiera
Michael Lepondbasso
Jason Rullobatteria
ETICHETTA/E:Nuclear Blast
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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