Membrance – Morality’s Collapse (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAl contrario della seriosità di gran parte del movimento metal estremo, i veneziani Membrance non si prendono troppo sul serio, come dimostra il secondo album Morality’s Collapse (2019).
GENEREDi base parte da un death metal di tipo svedese, a metà tra il classico e il death ‘n’ roll; in più, sono presenti varie influenze. 
PUNTI DI FORZAStrutture musicali tortuose ma ben impostate, ottime doti tecniche da parte del gruppo, influssi ben integrati. Ma il principale è la capacità di intrattenere senza prendersi troppo sul serio.
PUNTI DEBOLIUna scaletta che ci mette un po’ a ingranare, con qualche pezzo meno bello all’inizio.
CANZONI MIGLIORIEscape from Hell (ascolta), Open Sewer (ascolta), Waves to the Grave (ascolta), My Blue Devils (ascolta)
CONCLUSIONIMorality’s Collapse si rivela un ottimo prodotto, adatto soprattutto a chi ama l’eclettismo nel metal estremo!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
86
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Ma chi l’ha detto che il metal estremo debba per forza avere toni seri? È vero che, per la stragrande maggioranza, death e black metal lo sono da decenni; tuttavia, all’origine il genere si prendeva meno sul serio. Se non altro, i Venom che hanno iniziato la sua tradizione sono noti per la loro ironia; stesso discorso vale per il thrash metal, un altro precursore dell’estremismo sonoro che però in molti casi aveva un’anima vitale, a volte persino allegra. È proprio questo lo spirito che cercando di riportare in vita i Membrance: nati a Venezia nel 2012, col secondo album Morality’s Collapse ci propongono un suono molto lontano dalla norma. Punta sì sull’impatto, ma anche a divertire: peraltro, i veneziani lo fanno con uno stile originale, per nulla banale come invece capita a molti nel metal demenziale (a cui peraltro la band non appartiene). Di base è un death metal ispirato alla scena svedese, se non altro nel suono iper-ribassato, ma senza banalità e senza neppure fare come tanti che suonano validi ma senza andare oltre i soliti stilemi. Al contrario, il suono dei Membrance tende a sperimentare parecchio: all’interno di Morality’s Collapse sono presenti dettagli che di norma non hanno posto nel normale death. L’influenza principale si può definire in maniera generica “rock”, tanto che i veneti sono a pieno titolo una band death ‘n’ roll; il loro però non è il classico stile che uno si aspetterebbe da questa etichetta. Anzi, al suo interno c’è molto altro, tanto da sforare a tratti nell’avant-garde: un genere toccato a volte anche a livello di songwriting, particolare in Morality’s Collapse. Seppur i Membrance puntino sull’intrattenimento, lo fanno con tracce complesse, piene di arrangiamenti e passaggi tortuosi, che tra l’altro mettono in mostra le grandi capacità tecniche del trio veneto. Questo rende il disco un po’ difficile da assorbire: può sembrare paradossale, visto il suo intento poco serio, ma per quanto mi riguarda non è un difetto, anzi rende la musica dei veneziani intrigante. La vera pecca di Morality’s Collapse è invece un’essenza un pelo ondivaga: in certi momenti, la musica dei Membrance perde di efficacia, come se la sperimentazione e la bizzarria non fossero focalizzate ma un po’ fini a loro stesse. Per fortuna, però, accade di rado: di norma parliamo di un ottimo disco, che incide quanto è stato progettato per fare!

Si parte da Infernal Wails, niente più che il classico intro di rito: poco meno di un minuto con all’inizio urla di dolore e versi demoniaci, inquietanti seppur un po’ esagerati, grotteschi. Pochi secondi, poi il metal parte preoccupato, con persino delle orchestrazioni sotto alle ritmiche: è quasi una parodia dei gruppi metal classici, e dura giusto pochi secondi prima che Wander in Ghostown prenda vita in maniera più arcigna. Ma il ritmo non sale molto: la norma di base è semplice, un mid-tempo ben gestito dal drummer Giovanni De Fraja su cui si trova un riffage vorticoso, movimentato il giusto. A tratti però i veneti alzano il dinamismo: succede in diversi stacchi tortuosi, arricchiti a volte da inquietanti tastiere in sottofondo o, al centro, da un campionamento preso forse da qualche film. Anch’essi però hanno una certa leggerezza, e non sono mai troppo cupi: in generale, il complesso rappresenta il primo emblema dello spirito dei Membrance, il che a tratti è un pregio, ma a volte anche un difetto. Seppur piacevole, la traccia non è molto significativa – a eccezione della frazione di trequarti, addirittura profonda e di vago influsso progressive all’inizio per poi sfociare un gran bel finale, estroverso al punto giusto. Il risultato finale perciò è più che discreto, ma a parte questo non brilla troppo e risulta addirittura il picco negativo di Morality’s Collapse. Di sicuro, va meglio con The Swamp Things, che dopo un altro frammento parlato parte con gran energia: nel giro di poco si implementa in un riff di influsso thrash, potente ed estroverso. Lungo il pezzo, quest’anima torna diverse volte, seppur in alternanza con altri momenti: all’inizio, è un breve sfogo a tinte da death più classico, obliquo alla maniera dei veneti ma non senza aggressività. Più espansa è la parte centrale, a metà tra death ‘n’ roll e qualcosa di più strano, quando spunta un pianoforte dissonante, simpatico ma un pelo inquietante. Esso rimane in scena anche nella progressione successiva, un crescendo che da un passaggio lento e oscuro il giusto via via ci porta fino a una fuga di potenza impressionante. Tra un assolo e una ripresa dell’inizio, termina così una canzone valida: non sarà tra le migliori del disco, ma si lascia ascoltare con piacere! Con Poveglia, i veneziani virano quindi su coordinate più oscure, dalle pulsioni in linea col death classico, seppur non manchi il loro eclettismo. Lo si sente all’inizio, con un riffage quasi goffo che però evoca stavolta una bella oscurità: la stessa che poi arriverà nella fuga successiva, martellante e persino con influssi black. La base iniziale però si alterna anche con altre norme, per esempio al centro, più cadenzato ma lo stesso arrabbiato, grazie allo scream parecchio rabbioso di Davide Lazzarini. Ottima anche la sezione che segue: torna a correre e colpisce che è un piacere, prima di espandersi di nuovo in un lungo finale quasi doom, gestita dal basso dello stesso frontman. Nonostante la differenza, arricchiscono a dovere un episodio breve ma di ottima qualità!

A questo punto, la crescita esponenziale dell’album culmina in Escape from Hell, brano divertente sin dall’attacco di basso, riottoso e di chiara origine punk. Da il là a un pezzo che poi mette in mostra una grande energia: a tratti è molto semplice, quasi melodico, seppur più spesso il gruppo spinga un po’ di più sulla potenza. In ogni caso, la protagonista assoluta è la chitarra di Pietro Battiston: che sia sotto ai vocalizzi (o ai rutti, in certi punti!) del frontman, dia venature dissonanti o colpisca con forza, è autore di una prestazione da incorniciare. I riff hanno tutti un impatto mostruoso, grintosi da far spavento, e gli incastri fomentano benissimo; tuttavia, il suo momento di gloria è nel centro, melodico ma inquieto al punto giusto per unirsi a dovere al resto. È la ciliegina sulla torta di un episodio semplice ma di gran intrattenimento ed efficacia: senza dubbio, si rivela uno dei migliori all’interno di Morality’s Collapse! Tuttavia, il risultato non cambia di molto con Open Sewer, che sin da subito mostra un animo riottoso, arrabbiato, con influssi thrash e persino grind a tratti. Questi ultimi sono presenti sia nei momenti più lenti che, soprattutto, nelle frazioni taglienti e a tratti frenetiche che appaiono a tratti, di cattiveria grandiosa. Sono quasi stordenti, ma lo sono ancor di più i momenti vorticosi e ipertecnici che appaiono a tratti a corredarle; spesso però i Membrance inseriscono al loro interno passaggi più lineari. Il tutto allineato con gran urgenza in meno di tre minuti: ne esce fuori un pezzo caotico ma ben fatto, che non stona ma anzi coinvolge benissimo con la sua carica e risulta poco distante dal precedente per qualità! Un campionamento dei più famosi dal film La Casa 2 di Sam Raimi, poi Exhumed Demon recupera l’impostazione al tempo stesso pesante ma divertente che i veneti ci hanno fatto sentire in precedenza. Da subito, abbiamo un flusso musicale di gran dinamismo, che pende a volta sull’una o sull’altra anima, con passaggi più movimentati o persino melodici e altri invece arcigni e rabbiosi. Ogni tanto, tra le varie componenti c’è un piccolo scalino, ma di norma il tutto è ben mescolato, soprattutto nella seconda metà, che alterna stacchi macinanti con riffage riuscitissimi e altri invece melodici, persino preoccupati. È un bell’affresco che nel finale si perde in una tratto obliquo, strano, dissonante ma ben riuscito: a sua volta sfocia in un outro di urla e suoni oscuri, orrorifici. È il gran finale di una traccia che nonostante il suo difetto sa bene il fatto suo, e in un disco del genere non sfigura affatto!

Plague spiazza un po’ l’ascoltatore col suo attacco: perso ogni influsso metal, c’è solo il mogio arpeggio della chitarra di Battiston, pulita come se fossimo in presenza di una ballad. Poi però la traccia accelera con una norma che chiamare “scherzosa” è poco, vista la sua stravagante goffaggine che peraltro sembra studiata apposta. Anche questo però è quasi considerabile parte dell’intro: quando la musica entra nel vivo davvero, ci ritroviamo in una tempesta di note, che mostra subito la sua natura in continuo divenire. La base vera e propria è potente e arcigna, death ‘n’ roll moderno da manuale, ma c’è spazio anche per molti passaggi che sprigionano vortici di chitarra solista e per stacchi in controtempo. Ottima anche la sezione centrale, che riprende l’inizio (poi di ritorno anche alla fine) per poi arricchirlo di ritmiche e delle tastiere oblique dell’ospite Marco Pedrali (anche lui già sentito tempo fa, come Lazzarini, nei Primo Vespere). E se ogni tanto il tutto si perde un filo, specie nei momenti più tecnici, è un problema poco incisivo: abbiamo lo stesso un brano di buonissimo livello! Sin dall’attacco,molto melodico e avvolgente, Waves to the Grave rallenta il ritmo, e stavolta non è un illusione. Seppur a tratti il cantante torni col suo growl, di norma usa un pulito distorto, in certi frangenti persino drammatico. È ben accompagnato da melodie crepuscolari, truci, ma al tempo stesso calme; a tratti si trasformano in qualcosa di persino malinconico – seppur in altri casi si facciano invece più cupe. Ma anche in quei casi, non c’è grande aggressività: è più un’atmosfera desolata, cupa ma calda che si sprigiona, come si può sentire al centro, una marcia lenta ma di gran incisività, in cui convivono grandi ritmiche, fraseggi di chitarra e venature di tastiera. È il momento migliore qui, ma anche il resto non è da buttare, anzi: abbiamo un episodio molto fascinoso, non troppo distante dal meglio di Morality’s Collapse per qualità! Va però ancora meglio con My Blue Demon, con cui i Membrance scelgono di chiudere il lotto: comincia con una falsariga di base subito esplosiva, di uno spirito rockeggiante, quasi sleaze, ma anche minaccioso, e colpisce molto bene. Torna molto spesso nel pezzo, sia in solitaria che come base per le strofe; non si dipartono da essa nemmeno i chorus, ombrosi e stridenti ma in maniera molto incisiva. Lo stesso si può dire per le tante variazioni che punteggiano il pezzo: che siano momenti più arrembanti, passaggi pesanti ma divertenti da puro death ‘n’ roll, stacchi cupi in mid-tempo o momenti melodici, sono tutti ben uniti tra loro. Non stona neppure la strana sezione di tre-quarti, al tempo stesso giocosa e sinistra: l’ultimo momento in cui i veneti dimostrano il loro istrionismo. È un altro arricchimento per una traccia di altissimo livello: chiude il disco con l’ultimo dei suoi pezzi forti!

Per concludere, senza la sua partenza “diesel”, Morality’s Collapse sarebbe arrivato al capolavoro senza nemmeno faticare troppo. Ma anche così, viaggia a non troppa distanza da quel livello: si tratta di un ottimo prodotto, originale e con molti pezzi interessanti. Certo, forse la musica dei Membrance non è per tutti i palati: forse chi ama solo il death metal classico, con le sue atmosfere morbose e le sue ritmiche serrate, al suo interno troverà poco che gli piaccia (per quanto non manchino momenti tradizionali). Ma se invece ti piacciono le contaminazioni e le bizzarrie nel metal estremo, allora è consigliatissimo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Infernal Wails00:54
2Wander in Ghostown05:11
3The Swamp Things04:10
4Poveglia02:55
5Escape from Hell03:47
6Open Sewer02:44
7Exhumed Demon04:21
8Plague04:45
9Waves to the Grave03:56
10My Blue Devils05:30
Durata totale: 38:13
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Davide Lazzarinivoce e basso
Pietro Battistonchitarra
Giovanni De Frajabatteria
OSPITI
Marco Pedralitastiera
ETICHETTA/E:Envenomed Music – Narcoleptica Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Infinity Heavy

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