Evolvent – Whatever Happens (2015)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEWhatever Happens (2015) è il secondo album dei parigini Evolvent.
GENEREUn mix di symphonic e influssi gothic molto tradizionale.
PUNTI DI FORZAQualche bel pezzo, un disco che scorre con pochi spigoli, un livello medio non scadente. 
PUNTI DEBOLIUn suono scontato, che non ha nulla da aggiungere a quelli che sono i suoi cliché. Una forte mancanza di mordente, una registrazione troppo rarefatta, una scaletta molto omogenea e quasi priva di hit.
CANZONI MIGLIORIWe Are (ascolta), Whatever Happens (ascolta)
CONCLUSIONIWhatever Happens è un lavoro sufficiente e nulla più: può essere piacevole come sottofondo, ma se si desidera qualcosa di eccitante è meglio evitarlo!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp 
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | Bandcamp | Ebay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Facebook |  Bandcamp | Youtube |  Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
62
COPERTINA
Clicca per aprire

Per quanto riguarda il metal, io mi considero una sorta di avventuriero. Amo esplorare il suo mondo alla ricerca di gruppi sconosciuti, a volte anche con scelte “audaci”: per esempio, di tanto in tanto mi piace scoprire o acquistare dischi da gruppi a scatola chiusa, sull’ispirazione del momento. È un comportamento in cui di solito sono fortunato: nel corso degli anni, così facendo ho scoperto diversi gruppi grandiosi. A volte però mi è anche andata male e mi sono ritrovato davanti album mediocri o soltanto nella media: è quest’ultimo il caso dei francesi Evolvent. Nati nel 2004 a Parigi, all’inizio suonavano il più classico dei death/doom, ma poi hanno virato su sonorità più melodiche: sono quelle contenute in Whatever Happens, secondo disco che qualche tempo fa mi è capitato di scoprire per caso. Si tratta di un lavoro poco brillante a partire dal genere: più che del classico gothic di stampo sinfonico con voce femminile, parlerei in questo caso di symphonic metal con influssi gothic. Sono influssi non fortissimi ma determinanti nella definizione del suono del gruppo, visto che tornano in molti riff: è però l’unico, minuscolo spunto di personalità degli Evolvent, che per il resto suonano classici fino al midollo. Parliamo di uno stile che di suo è già molto sfruttato, e Whatever Happens non riesce ad aggiungere nulla ai suoi cliché: diversi spunti proposti al suo interno sono anche discreti, ma suonano spesso banali, oltre che privi di mordente. Colpa soprattutto di una registrazione molto grezza e rarefatta: sarebbe stata perfetta per un genere più atmosferico, ma per i francesi, che invece cercano di incidere a livello melodico, lo è ben poco. A questo si aggiungono poi i difetti tipici del metal degli ultimi decenni: la scaletta per esempio è molto omogenea, con stilemi che si ripetono tanto da rendere difficile distinguere le varie canzoni. Certo, in questo mare qualcosa che riesce a emergere c’è anche, e il resto non è del tutto da buttare: Whatever Happens non è spiacevole, e anzi scorre con pochi spigoli. In generale, non si rivela un disco scadente, ma rimane nella media e non consente agli Evolvent di distinguersi dalle tante altre band che nel corso degli anni hanno proposto lo stesso suono.

Le danze partono da Dawn, intro sinfonico su cui si può quasi glissare, visto quanto è tradizionale. La sua atmosfera ariosa e ricercata, con un tocco solenne e malinconico quando spuntano dei cori, va avanti per circa un minuto e mezzo, prima di dare il là a Win or Die, la opener vera e propria. Comincia vorticante, quasi con un piglio power, ma è un’anima che non dura: torna giusto ogni tanto nel pezzo, che per il resto è più introverso e crepuscolare. Lo si sente bene nelle strofe, calme e mogie come da norma del genere, senza nemmeno eccessive tastiere, che rimangono in sottofondo. Si muovono più o meno sugli stessi temi anche i ritornelli, però più densi e movimentati, con Fred Artale che usa la doppia cassa e una maggior presenza di orchestrazioni dietro alla voce operistica di Emma Elvaston. A parte qualche variazione negli arrangiamenti (a tratti c’è in scena il pianoforte) non c’è altro, nemmeno il solito assolo, in un brano molto breve: anche per questo si rivela senza infamia e senza lode, non una grande apertura. Di certo, va meglio con Hurricane, che comincia con un riffage gothic placido, di buona nostalgia: la stessa che poi si perpetra nelle strofe, meno impostate e sognanti in maniera convincente. Vanno avanti per un po’, prima di iniziare un crescendo: brevi bridge esitanti gestiti dalla batteria, poi ci ritroviamo in ritornelli di buon pathos, non drammatici ma avvolgenti e di buona tristezza generale, espansa e lontana. Anche stavolta, inoltre, la struttura è lineare: c’è spazio solo al centro per un tratto in cui domina l’anima sinfonica degli Evolvent, impiegata in qualcosa di etereo e avvolgente. Un corredo discreto, peraltro, per un pezzo che non fa gridare al miracolo ma si rivela gradevole, non tra i migliori di Whatever Happens ma nemmeno a troppa distanza!

Love Doesn’t Love Me comincia soffice e melodiosa, con le orchestrazioni e il pianoforte di Sébastien Latour a prendersi la scena per un po’. Quando però uno può pensare di trovarsi davanti una ballad, prende vita invece un brano piuttosto dinamico, con in bella vista le influenze gotiche dei francesi nelle ritmiche di Clément Botz, anche di buona potenza. Momenti simili si ripresentano spesso lungo il brano, e per una volta hanno un buon mordente, anche a dispetto della melodia che contengono e che le orchestrazioni aggiungono loro. Risultano valide però anche le strofe, che nonostante la mancanza di energia compensano con un bel dinamismo; purtroppo, lo stesso non si può dire dei momenti distesi. Non solo perdono troppo in potenza, ma stavolta suonano scontati, sanno parecchio di già sentito: per fortuna sono pochi, ma anche così incidono su un pezzo sufficiente e piacevole, ma nulla più. A questo punto, i toni si abbassano per Our Fate, prima ballad di rito di Whatever Happens che fa della dolcezza la sua bandiera. La si sente sin dall’inizio, con una docile base di pianoforte e addirittura del clarinetto (suonato da Botz) accompagnare la voce della cantante degli Evolvent. È una norma che oscilla tra momenti più densi, con anche più orchestrazioni, e altri invece più docili, ma senza che questa base venga meno. Non succede nemmeno nel finale, dove entra la sezione ritmica: anch’essa però è tranquilla, non spezza l’aura insieme serena e malinconica che si è formata fin’ora. Non c’è altro, in pratica, in un lento che per essere nella media, tradizionale si rivela carino, e non dà affatto fastidio.

We Are prende vita in maniera quasi cinematografica, coi suoi cori e orchestrazioni di tono drammatico. È però un falso preambolo: la traccia vera e propria viaggia su toni molto più placidi, specie con le strofe, quasi intimiste con la loro delicatezza, retta solo dalla batteria e dal basso di Matthieu Giménez (e a volte neppure quelli), sopra cui la cantante disegna dolci melodie. È una sensibilità che non viene meno nemmeno coi ritornelli: più metallici, rimangono però leggeri e addirittura zuccherosi, ma con una malinconia palpabile. In accoppiata con una melodia vocale catchy al punto giusto e molto riuscita, è il momento migliore del pezzo, ma il resto non è da buttare, anzi. L’armoniosa parte centrale e il ritornello più drammatico nel finale chiudono un pezzo buono e solido, uno dei picchi indubbi di Whatever Happens! Purtroppo, a questo punto gli Evolvent schierano Over Seasons & Time, che dopo un intro di mezzo minuto dominato da un carillon entra in scena suonando già stanca. Non è solo per il fatto che sembra quasi imitare alcuni dei pezzi già sentiti: soprattutto, la sua base è molto piatta, va per la sua strada ma senza alcuno scossone, nemmeno nei punti in cui i francesi pestano un po’ di più sull’acceleratore, in maniera peraltro sterile. Riescono a strappare un’emozione giusto i momenti più aperti, sentiti ma non troppo: del resto, sono troppo pochi e annegati in un mare mediocre per poter incidere. Abbiamo insomma un episodio con davvero poco da dare: anche all’interno di un lavoro non proprio eccelso come questo, non può che dimostrarsi il punto più basso!

Con Embrace la scaletta si riprende un po’, per fortuna. Il suo intro sinfonico non brilla per originalità, come non lo fa la sua norma di base, simile a quanto i parigini ci hanno già proposto, seppur stavolta abbia un bel riffage, non pesantissimo ma incisivo il giusto. Accompagna tutte le strofe per poi lasciare spazio a ritornelli melodiosi, mogi ma senza stufare: anzi, hanno una discreta presa. Inoltre, si rivelano valide anche le variazioni che costellano la scaletta: che siano momenti più energici o frazioni di solo pianoforte, molto delicati, si rivelano il giusto complemento per un pezzo non eccezionale ma godibile. Non c’è paragone, tuttavia, con Whatever Happens, che subito dopo parte con un altro intro molto classico. Ma quando entra nel vivo, stavolta gli Evolvent si dimostrano ispirati, con una falsariga di base intrigante, ossessiva ma al tempo stesso melodiosa, sognante in maniera molto efficace. Torna spesso lungo il pezzo, in alternanza con passaggi calmi, dominati dalla voce di Elvaston su una base soffice; ottima anche la parte centrale, echeggiata e con influssi quasi post-rock. È la ciliegina sulla torta di un buon brano, che incide con la sua mogia delicatezza e risulta il migliore del disco a cui dà il nome con We Are! Per concludere, i francesi schierano quindi Siempre, ballata cantata in duetto dalla frontwoman e dall’ospite José Castillo in spagnolo: una lingua che anche in questo caso risulta di buona musicalità. La base è molto melodica, persino zuccherosa grazie alla chitarra pulita di Botz e al violino di un’altra ospite, Isabelle Hermant: al di sopra, i due cantanti si alternano in qualcosa di romantico e avvolgente. Succede sia nelle strofe, più spoglie, sia nei ritornelli, di nostalgia toccante, che catturano bene. In pratica non c’è altro nel pezzo, e del resto non serve: anche così, abbiamo una bella ballata, poco lontano dal meglio del disco a cui dà un bel finale!

Insomma, pur non essendo un brutto album, Whatever Happens non va oltre la sufficienza: magari lo potrai trovare gradevole come sottofondo, ma se cerchi qualcosa che ti ecciti, meglio guardare altrove. A parte ciò, di sicuro, non è una gran chiusura per la carriera degli Evolvent, che subito dopo questo disco hanno attraversato una burrasca che li ha portati alla rottura della lineup: un fatto che non mi stupisce, visto quanto sentito qui. I membri rimanenti hanno deciso di cambiare nome in Beneath My Sins: un monicker con cui spero abbiano prodotto qualcosa di più ispirato e convinto di quest’album.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Dawn01:31
2Win or Die03:02
3Hurricane04:52
4Love Doesn’t Love Me04:09
5Our Fate04:26
6We Are04:38
7Over Seasons & Time04:03
8Embrace04:49
9Whatever Happens05:01
10Siempre03:36
Durata totale: 40:07
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Emma Elvastonvoce
Clément Botzchitarra, clarinetto, backing vocals
Sébastien Latourtastiere e pianoforte
Matthieu Giménezbasso
Fred Artalebatteria
OSPITI
José Castillovoce
Oxy Hartvoce
Alexandre Warotvoce harsh e backing vocals
Isabelle Hermantviolino
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento