Singularity – Place of Chains (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEPlace of Chains (2019) è il secondo album degli americani Singularity.
GENEREMescola una base da death metal tecnico con forti venature dal black sinfonico, due generi lontanissimi ma ben uniti.
PUNTI DI FORZAUno stile originalissimo e amalgamato alla perfezione, della musica profonda visibile nella cura estrema impiegata per melodie, atmosfere, musicalità e impatto. In generale, un livello ben al di sopra della media dei generi degli americani.
PUNTI DEBOLIQualche sbavatura, ma si verifica molto di rado.
CANZONI MIGLIORISisyphean Cycle (ascolta), Ritual of Regret (ascolta), Desmoterion (ascolta), Serpentes, Eternal (ascolta)
CONCLUSIONIPlace of Chains si rivela alla fine un piccolo capolavoro, che i fan del death metal tecnico e delle sue contaminazioni dovrebbero scoprire!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
90
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Ebbene, lo ammetto: come ascoltatore, non ho un gran rapporto con buona parte del metal estremo di stampo tecnico. Spesso, questa branca del genere mi sembra mancare di ciò che cerco nella musica, ossia musicalità, aggressività o atmosfera: si riduce invece a un’ostentazione di doti tecniche che però sfocia in un macinare sterile, senza appeal su di me. Per fortuna, non tutto il genere è così: esistono anche gruppi che sanno dare qualcosa di più al loro genere, e il caso degli americani Singularity è esemplare. Il loro secondo album Place of Chains, uscito lo scorso 11 ottobre grazie a The Artisan Era, è un lavoro che brilla per qualità, ma anche per l’originalità del suo stile. La base è senza dubbio il tipico techno death, a cui però viene aggiunta una componente che si rifà al black metal sinfonico: due generi lontanissimi, ma che questa band dell’Arizona sa mescolare a dovere. In più, sono presenti altri influssi, tra cui spiccano sprazzi progressive e melodeath: sono arricchimenti per un connubio frenetico come da norma del death metal tecnico, ma mai fine a sé stesso. Al contrario, il suono dei Singularity ha un’anima e una personalità ben definita: si esprime in ottimi spunti dal punto di vista della potenza e della musicalità ma anche delle atmosfere e delle melodie, tutte piene di sfumature curate alla grande, che arricchiscono Place of Chains. Quest’attenzione contribuisce, tra l’altro, al fatto che le tracce dell’album siano quasi sempre riconoscibili le une dalle altre, mentre l’omogeneità è un problema raro. Come rari sono i momenti in cui gli americani si perdono dietro a qualche tecnicismo: nella stragrande maggioranza degli altri casi, la loro musica sa comunicare e avere una musicalità forte anche nella sua frenesia. È questo pregio a regalarci un grandissimo album, non solo originale ma ben al di sopra della media dei generi che unisce!

Place of Chains si apre con Bellum, nient’altro che il classico intro sinfonico, seppur rispetto a quelli dei classici dischi melodici sia inquieto e più oscuro. Le orchestrazioni di Malcolm Pugh (ospite chiamato a sostituire Nick Pompliano, tastierista originale dei Singularity purtroppo morto nel 2018, ma le cui parti sono presenti a tratti qui) sono piuttosto cupe, come anche la melodia di clavicembalo e i cori lontani. Il tutto si accentua poi quando, nella seconda metà, entra in scena anche la componente metal: per ora è melodica e lenta, a metà tra melodeath e doom, ma crea lo stesso un vortice abbastanza oscuro, con le sue ritmiche. L’unico sprazzo di luce è l’assolo della chitarra di Jack Fliegler, lento e malinconico: va avanti per un po’, prima che la direzione cambi con Victory of Death, che subito dopo comincia a correre. Ci ritroviamo allora in un ambito convulso e martellante, pieno di cambi di tempo: la sua norma si divide tra momenti più semplici, diretti e altri invece ombrosi, con in più a tratti qualche sprazzo melodico qua e là. Di norma sono solo fraseggi di retrogusto quasi neoclassico, molto brevi; solo nel finale questo lato ha il sopravvento, rendendo il tutto più espanso e preoccupato. Gli unici, veri momenti per rifiatare sono però prima e dopo la metà: il primo è lenta ma arcigna e oscura al massimo, dominata com’è da dissonanze black, mentre il secondo è più rocciosa e ha un buon assolo. Sono due ottimi contraltari per una traccia di buonissimo livello, che apre il disco in maniera riuscita. Va però meglio con Sisyphean Cycle, che al contrario della precedente inizia con molta calma, un preludio cupo ma espanso che pian piano cresce fino a una norma lenta e inquietante, black metal truce ma sempre piuttosto lento. Prosegue per un po’, ma quando uno potrebbe pensare che queste coordinate siano quelle principali, gli americani accelerano con forza, seppur lo scream presente e le ritmiche siano ancora di stampo black, sinfonico per la precisione visto il tappeto alle spalle. È una norma che nella prima parte si scambia con quella più lenta iniziale in un lungo gioco di evoluzione, mentre i giri più tecnici e death punteggiano la norma solo a tratti, e spesso sono leggeri, poco appariscenti. Solo sulla trequarti queste influenze tornano con più forza, ma senza cambiare del tutto strada: anche quanto sentito fin’ora rimane in scena, in un connubio che punta più su un’aura plumbea che ad aggredire. Lo fa grazie a un saggio gioco di aperture e fughe e a un finale ossessivo il giusto: concludono bene un pezzo ottimo, non tra i migliori di Place of Chains ma neppure troppo lontano!

Sin dall’attacco del basso di Adam King, con Ritual of Regret i Singularity riprendono una corsa più nervosa, angosciosa con la sua tastiera vorticosa insieme al resto. È una componente che torna a tratti, seppur il resto non sia tutto sparato alla massima velocità: al contrario, spesso si aprono stacchi cupi ma al tempo stesso ricercati, grazie al pianoforte che le contraddistingue all’inizio. In certi casi, la loro progressione li porta a salire di tensione, fino ad arrivare a momenti aggressivi, stridenti; di norma però, nonostante la velocità, il pezzo non pere mai un lato melodico. È proprio questo il segreto che consente a quasi ogni momento di spiccare, compresa la frazione centrale, iper-tecnica e tortuosa ma con un suo tema ben riconoscibile. Abbiamo insomma un pezzo che per quanto breve (tre minuti, la durata minore di tutto il disco) risulta più che significativo, una delle punte di diamante della scaletta! La sucessiva Consume and Assume parte subito vorticosa, con un ritmo progressivo e complicatissimo: una natura che non verrà mai meno. Stavolta la struttura è molto articolata e in continuo mutamento, con tanti cambi repentini: non mancano però momenti che danno alla canzone spessore e personalità. Spiccano sia i tratti in cui la tastiera di Pompliano dà al tutto un tocco quasi giocoso, da giostra, seppur con un piglio tetro e preoccupato, sia gli assoli dell’ospite Nick Padovani: brilla soprattutto nel sentito finale, quasi blues per impostazione. Buona anche la parte centrale rallentata e persino elegante con le sue orchestrazioni: permette di dare respiro a un altro pezzo di gran valore, non tra i migliori ma senza sfigurare in un disco come Place of Chains! È quindi il turno di Desmoterion: parte di nuovo debordante, con un inizio vorticoso quasi fino allo stordimento; solo dopo circa mezzo minuto trova un suo ordine e vira su una norma più ombrosa e arcigna. Quest’anima monopolizza la musica per lunghi tratti: ferocia e oscurità sono quasi sempre in primo piano, come anche la componente black metal dei Singularity. Non manca però il loro lato più vorticoso e tecnico: anch’esso però si mette al servizio dell’atmosfera generale, e rafforza la frenesia generale in una maniera che rende il tutto più tempestoso. Per lunghi minuti, il flusso di note scorre che è un piacere, tra tratti più veloci e altri più lenti e musicali, spesso dominati dal pianoforte, incastrati benissimo l’uno dietro l’altro; ottimi anche i momenti di pausa, che fanno rifiatare il tutto e gli conferiscono un tocco di ricercatezza. Ne risulta un brano molto lungo (oltre sette minuti, la lunghezza più alta di tutto il disco) e pieno di dettagli, tutti ben riusciti: tra l’assolo, le venature di organo, carillon e orchestrazioni, c’è solo l’imbarazzo della scelta. L’unica cosa che manca è invece un momento morto: anche per questo, abbiamo un altro episodio grandioso, giusto un pelo inferiore ai picchi del disco!

Al contrario delle precedenti, Serpentes, Eternal si mostra semplice e lineare sin dall’inizio, quando scandisce il suo tema di base, disagevole e agitato. È un’essenza che poi rimarrà quasi sempre in scena: ne sono contagiati sia i momenti più veloci e death, sia le strofe, di baso profilo, quasi preoccupate, sia i tanti stacchi resi martellanti grazie al drummer Nathan Bigelow, che siano più rabbiosi o più atmosferici. Anche i ritornelli non fanno eccezione, con il loro dinamismo non spintissimo ma che evoca un’urgenza ottima: conferisce loro un gran impatto. Ottima anche la parte centrale, lenta ma dissonante e sinistra al punto giusto: è il miglior contraltare per un episodio semplice (almeno in relazione alla musica dei Singularity) ma che entra di diritto tra i picchi assoluti di Place of Chains! Dead Receptors esordisce quindi arrembante e turbinosa: dà l’idea dell’ennesimo brano giocato in tutta velocità del lotto. Poi però gli americani cambiano strada su qualcosa di sempre veloce e tecnico, ma al tempo stesso frenato: un effetto che crea da subito un effetto angosciante, ben studiato almeno nei momenti più veloci. A volte la musica rallenta pure, per qualcosa che cerca di essere drammatico: in buona parte ci riesce pure, seppur a tratti l’intento risulti un filo esasperato. Per fortuna, tutto il resto è ottimo, compresa la parte centrale, a metà tra pulsioni melodeath e il tipico vortice di note della band, per un risultato molto riuscito. Parliamo insomma di una canzone con un difetto, ma non troppo incisivo: pur essendo la meno bella del lotto, rimane molto buona, e in un disco medio con la sua personalità avrebbe fatto faville. A questo punto, la scaletta è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per As Dark As This Nefarious Night, che parte da un intro calmo ma ansioso, che sale via via sale fino a qualcosa di tenebroso, symphonic black metal dei più foschi. Ma poi gli statunitensi tornano verso le loro tipiche coordinate, death metal veloce e serrato, seppur un certo senso di insicurezza rimanga anche qui. È qualcosa di sottile, ma la cui tensione sale in maniera progressiva fino a che stacchi di grande oscurità, divisi tra momenti aperti e quasi catchy e altri invece neri e impenetrabili non la sfogano nella maniera più fredda e cattiva possibile. L’unico momento in ci si può riposare dall’assalto è al centro, ma anch’esso è cupo, strisciante; ottimo anche il finale, con belle orchestrazioni che gli donano un bel senso inesorabile. Sono entrambi arricchimenti per l’ennesima grande traccia: non brillerà tra il meglio del disco, ma come chiusura rimane grandiosa!

Per concludere, Place of Chains è un gran disco, senza un pezzo brutto o noioso e pieno di grandi spunti, che gli consentono di sfondare la porta del capolavoro. Per questo, se ti piace il death metal tecnico e non sei contrario alle sue contaminazioni, dovresti correre a scoprire i Singularity: per te, questo loro lavoro si rivelerà senza dubbio una delle uscite più interessanti dello scorso anno!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Bellum02:45
2Victory or Death03:40
3Sisyphean Cycle06:26
4Ritual of Regret03:08
5Consume and Assume04:50
6Desmoterion07:08
7Serpentes, Eternal04:40
8Dead Receptors04:04
9As Dark as This Nefarious Night05:08
Durata totale:  41:49 
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Jack Flieglervoce e chitarra
Adam Kingvoce e basso
Nick Pomplianotastiera
Nathan Bigelowbatteria
OSPITI
Malcolm Pughorchestrazioni
Jared Christiansonvoce (traccia 2)
Jeremy Davisvoce (traccia 4)
Nick Padovanichitarra solista (traccia 5)
ETICHETTA/E:The Artisan Era
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Mind Eraser PR

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