Black Sabbath – Black Sabbath (1970)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEBlack Sabbath (1970) è il primo storico album dell’omonima band inglese.
GENEREUn hard rock meno personale e più legato a suoni classici rispetto al futuro. Sono però già presenti i semi che renderano i Sabbath grandi.
PUNTI DI FORZAUn suono radicalmente nuovo, che influenzerà poi tantissimi in futuro e a cinquant’anni di distanza suona ancora fresco, tante canzoni storiche.
PUNTI DEBOLIUn po’ di immaturità nella musica, dovuta alla giovinezza del gruppo all’epoca.
CANZONI MIGLIORIBlack Sabbath (ascolta), N.I.B. (ascolta), Sleeping Village (ascolta), The Warning (ascolta)
CONCLUSIONISe Black Sabbath non è al livello dei dischi che verranno poi, si rivela lo stesso un capolavoro grandioso: per la sua importanza storica, ogni ascoltatore metal dovrebbe possederlo!
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VOTO FINALE
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95
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Nascendo dall’indurimento del rock degli anni sessanta, per gran parte l’hard rock degli esordi era un genere vitale, estroverso – come del resto alcune incarnazioni del metal a cui poi ha dato vita, come l’heavy classico. Eppure, anche agli esordi c’erano già dei semi oscuri, inquietanti: piantati da alcune band che oggi possono sembrare ingenue, attecchiranno poi nei generi più ombrosi ed estremi di quello che il metal è diventato nel tempo. Parlo di gruppi come Blue Cheer, Blue Oyster Cult e Black Widow; tuttavia, per quanto importanti, nessuno di questi nomi può competere in questo campo coi Black Sabbath. Mentre ancora in ambito musicale dominava l’onda lunga dell’estate dell’amore, all’inizio del 1970 i quattro di Birmingham se ne uscivano con il loro album omonimo, un piccolo gioiello di inquietudine e oscurità. Niente male davvero, per quattro poco più che adolescenti amanti del blues e delle droghe: un fatto che peraltro all’interno di Black Sabbath è più che evidente. A un ascolto distaccato, si può sentire di come gli inglesi fossero ancora acerbi all’epoca, specie facendo il confronto con gli album successivi: rispetto a essi, è meno cupo e ha più influssi dall’hard rock classico. In fondo però questo non è un problema: anche così, parliamo di un disco di grandissima importanza, sia storica che per quanto riguarda la qualità. Non solo contiene già tutte le basi che poi renderanno i Black Sabbath senza alcun dubbio una delle più influenti band rock di tutti i tempi – la più influente in ambito metal, seppur nel tempo abbia ispirato gruppi di tanti altri generi. Soprattutto, si tratta di un lavoro che ancora a cinquant’anni di distanza suona fresco e di alto livello, con tantissimi spunti di qualità e pochi momenti morti!

Il fatto che la band inglese fosse dieci passi avanti a tutti si sente sin dal principio: quando nemmeno esisteva l’heavy metal, loro già inventavano il doom, come dimostrala leggendaria opener Black Sabbath. Un intro altrettanto storico, con un temporale e la campana di una chiesa – se non il primo, uno dei primi con questi suoni, anche se poi nel metal successivo migliaia di gruppi metal useranno preludi simili – poi entra in scena il suo riff di base. Semplice all’estremo, con tre accordi di numero, è però perfetto: la lentezza con cui è scandito, il drumming selvaggio di Bill Ward, la pesantezza assurda della chitarra di Tony Iommi, tutto contribuisce a renderlo inquietante all’estremo. Aiutano molto anche le strofe: più striscianti, con la sezione ritmica più soffice e solo vaghe venature di chitarra, vedono però Ozzy Osbourne tirare fuori una prestazione malata come poche. Correda il quadro una magnifica escalation finale che parte calma e poi esplode: con le sue dissonanze è orrorifica e cupa anche oggi, come del resto tutta la canzone. È proprio l’atmosfera il punto di forza di un pezzo che, forse è inutile dirlo, è davvero grandioso, una delle più grandi canzoni non solo del disco ma della carriera dei Black Sabbath in generale! Al contrario della precedente, The Wizard deriva verso l’hard rock più classico e anche verso il blues da cui esso nasce: lo si sente già da subito dall’armonica iniziale, suonata dallo stesso Ozzy. Lungo il brano, la si sente più volte, in accoppiata spesso con un riff bello potente, per un effetto bizzarro ma tutto sommato di impatto. Lo sono del resto anche le strofe, con una base ancor più semplice di quanto sentito fin’ora (sono due gli accordi, non tre) ma anch’esse di ottima resa, con il loro lato crepuscolare. Si può dire lo stesso anche dei ritornelli, strani e obliqui ma di buona presa, e i piccoli momenti di stampo più blues, in cui Iommi mostra una buon gusto solistico. Sono arricchimenti per un pezzo non tra i più belli del disco, ma non importa: anche così è una piccola gemma, più che degna di un disco del genere!

Beyond the Wall of Sleep comincia molto rockeggiante, con ritmiche leggere e anche un’apparente serenità, seppur in sottofondo ci sia qualcosa di poco chiaro, di misterioso. È un’aura che viene fuori dopo poco, quando il pezzo vira su qualcosa di più strisciante, seppur non troppo tenebroso: seppur con ancora qualche influenza di quello che oggi chiameremmo doom metal, la base è il più classico degli hard rock. Un hard rock di classe peraltro, che avvolge bene fino ai ritornelli: più veloci e animati, mantengono per il resto l’impianto della canzone. Non c’è molto altro a parte un bell’assolo al centro, per un episodio davvero elementare, ma di nuovo di gran livello! È però un’altra storia con N.I.B., che si stacca dall’outro col ritmo di Ward della precedente, a cui si sostituisce il basso pastoso di Geezer Butler. È un assolo breve ma suggestivo, che pian piano si abbassa di volume ma poi risorge, per poi dare il là a un altro di quei riff semplici ma di forza grandiosa che fanno la fortuna di Black Sabbath. È una base splendida sia in solitaria che sotto alle strofe, lineari ma incalzanti al massimo; il resto però non è da meno. Sia i momenti solistici, più melodiosi ma con una bella preoccupazione, sia gli stacchi più morbidi, dominati dalla voce di Ozzy, contribuiscono a creare l’atmosfera insieme psichedelica e potente del pezzo. È proprio questo, in effetti, il suo segreto migliore: seppur insieme ad altri pezzi degli stessi Sabbath, la rende una canzone seminale, la cui eredità si può ben sentire all’interno di gran parte del movimento stoner odierno. Ma soprattutto, ne risulta un altro brano spettacolare, uno dei picchi assoluti di quest’album!

Negli anni sessanta, si usava inserire nei dischi diverse cover, e anche i Black Sabbath non sono stati immuni dagli ultimi colpi di coda del decennio: lo dimostra il fatto che mentre nei dischi successivi non ce ne sono, qui ne sono presenti ben due. La prima, Evil Woman (originariamente intitolata Evil Woman, Don’t Play Your Games with Me nella prima versione dei Crow, band rock di breve corso in quegli anni), si distacca in maniera sensibile dal resto. Lasciato da parte il lato più duro degli inglesi, è un pezzo movimentato ma da blues rock classico: un’energia maggiore è presente solo nella chitarra distorta, però mai aggressiva. Non graffia troppo né nei ritornelli, un po’ più densi, né peraltro nelle strofe, in cui il protagonista è il basso saltellante di Geezer. In fondo questo non è un problema: anche così, il tutto fluisce con piacere, seppur non abbia affatto la stessa scintilla di magia che anima le altre. Ciò, insieme alla diversità del resto, fa sì che in Black Sabbath quasi stoni: non è un brutto pezzo, ma in mezzo a episodi così da urlo non fa una gran figura. Per fortuna, la scaletta si ritira su all’istante con Sleeping Village, che come indica il nome stesso comincia con un intro desolato, con una lieve chitarra acustica, la voce echeggiata del frontman e persino uno scacciapensieri. Crea una bella atmosfera, che poi in parte la musica spazza via all’entrata nel vivo, come un pezzo hard rock sì potente ma calmo, quasi lezioso. Tuttavia, nella lunga progressione del tutto strumentale che segue, quest’anima torna fuori, specie nei momenti in cui Iommi si fa valere con le sue schitarrate, che rimangono di gran potenza ancor oggi – figurarsi allora cosa dovevano essere. Ottima anche la frazione centrale, di influsso progressive e quasi jazz (almeno a livello di batteria), su cui si intrecciano le ottime armonizzazioni e melodie di chitarra. È la ciliegina sulla torta di un altro pezzo semplice ma grandioso, non tra i più belli del disco ma a pochissima distanza!

The Warning è la seconda cover del lotto, stavolta della band solista del drummer Aynsley Dunbar (batterista storico di Frank Zappa e al servizio di tante altre leggende del rock). Rispetto all’originale, molto più calma e leggera, i Black Sabbath le danno un tono più lento e inquietante, specie grazie al riff di base di basso, scandito da Geezer in una maniera sinistra al massimo. Lo sono sia le strofe, un po’ più distese, sia i ritornelli, in cui Iommi dimostra una certa potenza e irrequietezza. Soprattutto, però, l’intera canzone è un pretesto per mostrare tutto l’estro del quartetto inglese: già l’assolo originale viene sviluppato in maniera più espansa, ma a catturare l’orecchio di più è però la progressione centrale. Prende vita dopo circa tre minuti di canzone, e comincia ad alternare i momenti più svariati. Da assoli rapidissimi a frazioni di stampo blues, dai tecnicismi alle belle melodie da momenti calmi e persino malinconici con la chitarra pulita ad altri in cui Iommi mostra quanto possa essere pesante il suo strumento, è una jam session dal fluire costante. Una jam session, peraltro, in cui ogni momento è interessante al massimo, e di noia non se ne parla: per quanto mi riguarda, nonostante la sua tortuosità è un passaggio splendido, musicale, ricco. Il top, perciò, di un brano lungo oltre dieci minuti ma mai noioso: seppur spesso sottovalutato, per quanto mi riguarda è uno dei picchi del disco! In origine, Black Sabbath terminava qui, ma in molte versioni successiva è presente anche Wicked World, traccia che inizia briosa e veloce mescolando hard rock e addirittura jazz/swing. Poco meno di un minuto di melodie veloci, poi la norma si assesta su qualcosa di più diretto e calmo, un pezzo rock nemmeno troppo duro ma con la tipica inquietudine dei Sabbath ad arricchirla. Stavolta, è declinata in un modo espanso, quasi desolato: una sensazione che già esce fuori nelle strofe, ma si fa ancor più forte nella psichedelica prima metà della parte centrale. Ottima anche la seconda, che come la chiusura riprende il piglio più animato dell’inizio: non stonano, comunque, in una gran bella traccia, ottima come chiusura di questa versione!

Devo essere onesto, a questo punto: per quanto mi riguarda, Black Sabbath non è il lavoro più bello della band inglese, e oggettivamente non è neppure quello che più ha influenzato la musica successiva. Tuttavia, l’importanza storica non si discute: supera persino la qualità intrinseca dell’album, il che è tutto dire. Se in quel febbraio del 1970 non fosse uscito, generi come il black, il death, il doom metal e anche l’heavy classico forse esisterebbero lo stesso, ma sarebbero di sicuro diversi. In fondo, il metal come lo conosciamo inizia da queste tracce: anche per questo, oltre che per la sua bellezza, è uno dei rari album per cui il detto “non può mancare” non è retorica, ma la pura e semplice verità!

Circa 50 anni fa, il 13 febbraio del 1970, vedeva la luce l’omonimo esordio dei Black Sabbath. Si tratta non solo di un disco influente e di un capolavoro, per quanto acerbo, ma anche del punto di inizio per quella che è probabilmente la band più fondamentale in ambito metal. Per questi tre motivi, celebrare il suo mezzo secolo, sia pure in piccolo con una nostra recensione, era quasi un obbligo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Black Sabbath06:22
2The Wizard04:25
3Behind the Wall of Sleep03:37
4N.I.B.06:07
5Evil Woman (Crow cover)03:25
6Sleeping Village03:46
7The Warning (Aynsley Dunbar Retaliation cover)10:33
8Wicked World04:43
Durata totale: 42:58
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Ozzy Osbournevoce, armonica a bocca (traccia 2)
Tony Iommichitarra
Geezer Butlerbasso
Bill Wardbatteria
OSPITI
Rodger Bainscacciapensieri (traccia 6)
ETICHETTA/E:Sanctuary Records Group
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