Crs – The Collector of Truths (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Collector of Truths (2019) è il secondo album nella carriera lunga ma povera di uscite dei messicani Crs.
GENEREUn death metal tecnico meno vorticoso e aggressivo della media, con un approccio più lineare e melodico. In più, ci sono molti rinforzi groove metal e forti influenze progressive. 
PUNTI DI FORZAUno stile di gran personalità, soluzioni di una musicalità originale, buone doti tecniche e di songwriting, una semplicità che però risulta sempre efficace, una media di livello elevato.
PUNTI DEBOLIUna scaletta a volte ondivaga, qualche discontinuità stilistica qua e là, una registrazione un po’ grezza. 
CANZONI MIGLIORIAsfixia (ascolta), The Art of Breathing (ascolta), Resistencia (ascolta), The Daydreamer’s Nightmare (ascolta)
CONCLUSIONINon sarà un capolavoro, ma The Collector of Truths si rivela lo stesso fresco, originale e valido!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify 
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | Bandcamp 
SCOPRI IL GRUPPO SU:Facebook | Bandcamp | Youtube | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
82
COPERTINA
Clicca per aprire

Nel mondo di oggi, in cui tutto è dinamismo e velocità, anche la musica non fa eccezione: al suo interno, se vuoi farti notare devi pubblicare dischi piuttosto spesso (ma non troppo, se non vuoi perdere di interesse). Il che, a dire il vero, è un peccato: anche gruppi che si comportano in maniera diversa possono produrre buoni lavori, come di certo è The Collector of Truths dei messicani Crs. Si tratta del secondo full-length di una carriera lunghissima, iniziata addirittura nel 1991, seppur col monicker Cirrosis – denominazione durata fino a tempi molto recenti (2018). Nonostante questa abulia, però, e nonostante i vent’anni esatti passati dall’esordio Reciclando Desesperación, uscito nel 1999, non è un album fatto tanto per fare qualcosa e non perdere altri anni. Al contrario, The Collector of Truths brilla per diversi fattori, in primis dal genere molto particolare che i Crs suonano al suo interno. Di base è un death metal tecnico ma non vorticoso come le incarnazioni tipiche e neppure orientato su quel lato del genere più aggressivo e schizofrenico: di solito preferisce invece un approccio più lineare e melodico, persino profondo a tratti. In questo, la musica dei messicani viene aiutata da una marcata nota progressive; a The Collector of Truths non manca però la potenza, ben sottolineata da degli ottimi rinforzi groove metal in molti riff. È un genere piuttosto originale, ma i Crs vi aggiungono anche un buon songwriting, doti musicali adatte al contesto e una musicalità piuttosto particolare, ma che funziona bene. Quest’ultima si sprigiona da tracce più semplici della media di prog e techno death: spesso presentano anzi una struttura quasi classica, o almeno facile da seguire. Di sicuro però non è un difetto, anzi contribuisce a rendere la musica dei Crs speciale; le vere pecche di The Collector of Truths sono invece le sue discontinuità. Si sentono soprattutto a livello di mastering, con variazioni di volume tra diverse tracce attigue (la registrazione, a proposito, non si rivela proprio il massimo, grezza e un po’ piatta com’è). Ma anche a livello stilistico a tratti ci sono delle incoerenze: ciò contribuisce, tra l’altro, a una scaletta un pelo ondivaga, seppur non gli manchino diversi pezzi buoni. In generale, il tutto è ben studiato e composto: si sente la cura che i Crs vi hanno riversato, attenti anche a evitare l’omogeneità che rende tanti dischi pieni di pezzi tutti uguali. Il risultato è che The Collector of Truth è un album in cui non ci si annoia (quasi) mai: non un traguardo da poco, vista qual è la media del metal oggi!

Un brevissimo intro di effetti dissonanti, poi ci ritroviamo in Asfixia, che illustra subito alla grande il suono dei messicani. Il ritmo è già cadenzato, pieno di ripartenze e di spigoli, ma il riff al di sopra è grasso, molto orientato al groove metal. È un’impostazione che va avanti a lungo: regge sia questo genere di momenti strumentali, sia le strofe, sempre convulse ma un po’ più dirette, sia i bridge, circolari e ossessive al massimo. Tutte e tre le parti però hanno una loro musicalità, che le fa incidere bene: tuttavia, fanno ancor di meglio i ritornelli. Perdono la loro intricatezza ritmica per qualcosa di più lineare, con una base di chitarre dissonanti ma avvolgenti su cui Sir Oz canta in growl, ma in una maniera persino catchy. Chiude il quadro una sezione centrale divisa a metà tra una parte cupa e pesante e una dominata da un bell’assolo, intricato e velocissimo ma non in maniera sterile. È un ulteriore elemento di classe per un pezzo semplice, con persino una struttura da forma canzone, ma non è un problema: il risultato è così ben fatto da risultare grandioso, uno dei capolavori assoluti dell’album che apre! Con Tan Lejos de Dios (Nowhere… but Here), i messicani virano quindi parecchio verso sonorità più melodiche: lo si sente sin dall’inizio, con un riff molto armonioso, e quando parte il blast beat l’incantesimo non si spezza. Ciò del resto succede di rado lungo la traccia: per quanto il ritmo sia veloce, le strofe non aggrediscono, anzi, si concentrano spesso su qualcosa di ombroso ma dimesso, tranquillo, mentre altrove diventano più dolci riprendendo l’inizio. Gli unici momenti davvero feroci sono invece i refrain: retti dai vortici ritmici delle chitarre di Francisco “Chucky”Oroz e Joseph Lev, che recuperano gli influssi più aggressivi (assenti dal resto come quelli groove), sono quasi angosciosi, seppur si uniscano bene al resto. Non male anche l’assolo al centro, diviso tra momenti intimisti e altri esplosivi, con una chiara influenza prog ad alleggiare sopra a tutto. È la quadratura per un pezzo valido, seppur un po’ castrato dalla differenza con le altre di The Collector of Truth: la sua melodia è molto più spinta che nel resto del disco, e come detto mancano alcune componenti del suono tipico dei Crs. Il fatto che poi sia stata registrata a volume più basso la fa quasi stonare: per fortuna, la sua qualità la salva e la rende persino buona, ma con un lavoro migliore e più coerente poteva essere tra i picchi del disco!

Kill My Name torna verso le sonorità più rocciose sentite nella opener sin dall’inizio, col suo riffage grasso e potente. Lo si sente tornare ogni tanto sotto a quelli che sembrano i ritornelli, se non altro per il fatto di venire dopo strofe sempre di stampo groove, ma più lente e striscianti, di buon impatto. Quelli veri invece seguono ancora, e presentano un bell’ibrido tra il riff, che mantiene il suo impatto, e una melodia di chitarra pulita che dà al tutto una bella ricercatezza, anche a dispetto del growl bassissimo di Sir Oz. A completare il tutto, sono presenti un paio di buone frazioni soliste: la prima è sparata a tutta velocità e breve, mentre la seconda è più sviluppata e melodica, con anche una certa profondità. Sono entrambi di aiuto a un pezzo che non spicca troppo nella scaletta, ma sa il fatto suo e si rivela di qualità molto buona. È però un’altra storia con The Art of Breathing, traccia con cui i messicani si lasciano andare al loro lato più progressivo e ricercato: è evidente sin dall’inizio, con una melodia a metà tra jazz e addirittura musica latina. Il suo motivo viene poi ripreso anche dal riff distorto, che lo porta in un ambiente da techno death misto a groove: di tanto in tanto torna, seppur più spesso il pezzo segua una linea più sottotraccia. Lo sono le strofe, truci e lineari all’inizio, per poi divenire più convulse e complicate; al posto di sfociare nella ferocia però spesso tornano alle coordinate iniziali. Che siano brevi o lunghi, sono ottimi passaggi fusion con in evidenza il basso di un’ospite d’onore come Linus Klausenitzer degli Obscura: creano una bella atmosfera serena, grazie anche a dettagli come il campionamento di trequarti o gli assoli delicati alla fine. Buoni anche particolari di contorno come il solo al centro, sempre molto melodioso, o le piccole variazioni ritmiche che compaiono qua e là: tutti arricchimenti per un ottimo pezzo, poco distante dal meglio di The Collector of Truths! Dopo questo esperimento ricercato, i Crs cambiano del tutto faccia con Resistencia, che al contrario mostra il loro lato più aggressivo e semplice. Un breve preludio di dissonanze esplode presto in un riff con un chiaro influsso punk e persino un retrogusto black, che lo rende più truce, riottoso, aggressivo grazie anche allo scambio tra Sir Oz e cori altrettanto in growl, strano ma riuscitissimo. Ne risulta un chiaro inno alla rivolta, che si alterna con qualcosa di più obliquo e cadenzato, ma sempre potente, per condurci poi a refrain anche più cattivi. Riprendono il lato groove del gruppo e lo usano per evocare una grande rabbia, di ottima presa. Splendido anche il passaggio centrale, che riprende la norma in maniera persino più cupa, feroce; degno di nota anche quello di trequarti, l’unico in cui torna il lato più tecnico e complesso del gruppo. Per il resto, abbiamo un pezzo semplice ma anche breve, il che non è affatto un problema, anzi: per quanto mi riguarda, è addirittura uno dei picchi assoluti del disco per grinta ed energia!

A Better Place to Hate parte subito arrembante, col blast beat serratissimo di un altro ospite d’eccezione come l’ex Dying Fetus e Suffocation Kevin Talley a reggere una base convulsa, quasi più math rock che techno death. Si tratta di un avvio esaltante, ma purtroppo si ripresenta solo poche volte: il resto cattura meno l’attenzione. Lo fa in parte la norma sempre veloce e potente che segue quella iniziale, con un impatto non male, seppur per una volta non brilli per originalità. Lo stesso difetto è però ancor più grande nel resto: non funzionano granché bene né i passaggi grassi di stampo groove, che sanno di già sentito, né nei chorus, piuttosto piatti e con una melodia che stavolta non esplode. Il tutto trascorre in maniera non fastidiosa, ma poco incisiva: qualcosa che entra in mente c’è, ma è annegato in un mare insipido. Niente di drammatico: anche così parliamo di un pezzo non spiacevole e con qualche spunto decente, seppur in The Collector of Truths si riveli senza dubbio il punto più basso! Di sicuro, va molto meglio con The Daydreamer’s Nightmare, che subito dopo inizia sognante (è proprio il caso di dirlo!) con la chitarra pulita e la lieve sezione ritmica. È un panorama delicato, ma quando la musica vira verso il metal la cosa non cambia poi troppo: i Crs fanno valere la loro tecnica, in vortici però da melodeath, molto ricercati e avvolgenti. Ma il tasso di cattiveria è destinato a salire: è allora la volta di ritornelli tempestosi, death/groove metal truce e di grande oscurità peraltro ben incastrato nell’altra norma, in un connubio comune a tutto il brano. Ogni momento pende infatti dall’una o dall’altra parte in maniera più o meno spinta: lo fa per esempio il tratto poco prima del centro, che si trova quasi a metà, con una lieve preferenza verso il lato più aggressivo. Più su quello calmo si muove invece l’assolo successivo, espanso e malinconico su una base che torna alle origini. Buona anche la frazione finale, all’inizio nostalgica per poi terminare in maniera ipertecnica: un’altra bella sfaccettatura per un pezzo ottimo, non tra i migliori del disco ma neppure troppo lontano! A questo punto, i giochi sono ormai fatti: c’è spazio solo per I Am the Universe, che esordisce suggestiva, con una melodia lontana, quasi black, che dà il là presto a un riff invece grasso, progressive metal del genere più moderno. È un influsso ancora più forte della media dei messicani, e viene fuori in tutta la traccia: lo si sente nelle strofe, macinanti ma in una maniera profonda, quasi sognante a tratti. Lo stesso binomio si ritrova anche nei ritornelli, fatti di stop ‘n’ go tra momenti più rocciosi e altri di armonie preoccupate ma tristi, un fatto accentuato anche dal cantato di Sir Oz. Brilla inoltre anche la parte centrale, rallentata e piena di ottimi spunti melodici, anche al di là dell’elegante assolo: anche in essa si sente l’atmosfera insieme dimessa ma intensa che ammanta tutto il resto. Ed è proprio questa il segreto migliore di un pezzo non eccezionale ma molto buono: di sicuro, è adatto in chiusura a un disco così.

Per concludere, forse The Collector of Truths non sarà un capolavoro, ma si rivela lo stesso fresco, valido e originale, con tanti spunti di alto livello che sanno come farsi apprezzare. Certo, forse la grande personalità dei Crs meriterebbe meno sbavature e meno difetti; in fondo, però ci si può anche accontentare così. Se non altro, parliamo di un lavoro con cui chi ama il metal estremo tecnico ma al tempo stesso profondo e musicale può andare a nozze: se anche tu fai parte di quella nicchia, ti conviene dargli un’occasione!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Asfixia05:08
2Tan Lejos de Dios (Nowhere… but Here)05:02
3Kill My Name04:51
4The Art of Breathing05:29
5Resistencia03:37
6The Daydreamer’s Nightmare04:11
7A Better Place to Hate04:01
8I’m the Universe04:58
Durata totale:  37:17
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Sir Ozvoce
Joseph Levchitarra e basso
Francisco “Chucky” Orozchitarra e basso
Tavo Ramirezbatteria
OSPITI
Linus Klausenitzerbasso (traccia 4)
Kevin Talleybatteria (tracce 2, 7,8)
ETICHETTA/E:Concreto Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Infecting Cells PR

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento