Materdea – Satyricon (2011)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE Satyricon (2011) è il secondo album dei torinesi Materdea
GENEREUn folk metal melodico e calmo, con forti venature heavy
PUNTI DI FORZAUn suono originale, un songwriting maturo, ottime melodie, atmosfere piene di sfumature
PUNTI DEBOLIRegistrazione un filo secca, una scaletta un po’ ondivaga e accorciabile
CANZONI MIGLIORIThe Green Man (ascolta), Broomoon, Castle of Baux (Il Signore di Baux) (ascolta), Children of the Gods (ascolta)
CONCLUSIONISatyricon è un buonissimo album, forse non per tutti i palati ma che saprà piacere a chi ama sia il folk che il metal melodico!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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Se si parla di folk metal, la prima immagine a cui uno pensa di solito è quella di un genere scanzonato, festaiolo. Al massimo, si possono prendere in esame le sue incarnazioni più estreme, mescolate col black metal che è una delle origini del genere; ci possono essere però altre vie per affrontarlo rispetto a queste due, come dimostrano i Materdea. Nati nel 2008 in quella Torino che ha regalato diversi gruppi importanti alla scena folk nostrana, hanno anticipato la grande esplosione del genere da noi negli ultimi anni. Lo hanno fatto, peraltro, suonando un’incarnazione molto personale: forse è stato anche questo che ha consentito loro di raccogliere solo una parte di quanto avrebbero meritato. Perché in effetti parliamo di una band di alto livello, come dimostra Satyricon: secondo album della loro carriera, risalente al 2011, ha molto da dare. In primis, c’è un folk metal melodioso, calmo: punta più sulla profondità emotiva che sulla leggerezza o sull’impatto, un intento che ai piemontesi riesce alla grande. Merito soprattutto di ottime melodie, spesso memorabili, e di una grande cura per le atmosfere, piene di sfumature che vanno dall’epicità all’intimismo. In più, Satyricon è variopinto anche per quanto riguarda le sue influenze: quella principale è addirittura l’heavy metal originale, da cui spesso i Materdea riprendono riff e melodie. Ma c’è molto altro, con influssi che a tratti vengono dal symphonic e persino dal gothic metal, mentre altrove ci sono spunti progressive o addirittura elettronici: tutti elementi che la band è abile a mettere al servizio della propria musica. Merito di un songwriting così maturo e competente (specie contando che erano pur sempre al secondo album in tre anni d’esistenza) da consentir loro di andare anche oltre alcune sbavature. Satyricon infatti è un po’ ondivago, anche per colpa di una lunghezza eccessiva: forse i Materdea potevano tagliare qualcosa ed evitare che alla lunga alcuni elementi cominciassero a ripetersi. In più, anche la registrazione è un po’ secca, seppur niente di drammatico: la nitidezza in fondo è quella giusta. E in generale parliamo  di difetti non molto incisivi, per un lavoro che mette in mostra tante ottimi pezzi e davvero pochi momenti morti!

Satyricon prende vita da un lungo intro lieve, con echi folk ma più ambient che altro: uno sfondo indistinto su cui l’unico elemento chiaro è il parlato distorto che, col tempo, aumenta sempre più di volume. È da qui che, dopo oltre un minuto, i Materdea approdano al metal: all’inizio anch’esso è rarefatto ma poi, all’arrivo in scena del violino di Elisabetta Bosio entra nel vivo più diretto. È una norma che torna a tratti, specie con la melodia dello strumento ad arco che ricorre spesso in maniera solenne (o, nel finale, in modo animato e quasi allegro). Si alterna, nelle strofe, con tratti più calmi, quasi prog rock, in cui si mostra per la prima volta la voce di Simon Papa (che a dispetto del nome un pelo equivoco è una donna). Poi però la tensione sale, attraverso bridge sempre melodici ma più tesi, fino a sfociare in ritornelli sognanti, paesaggistici, soavi, nonostante le ritmiche rimangano piuttosto pesanti. Lo stesso accade nel tratto centrale, potente anche con l’assolo che vi trova posto, unica variazione di rilievo alla struttura principale. Anche per questo, si incastra bene all’interno di un brano forse non eccezionale, né catturante come quelle che seguiranno, ma di livello molto buono, di sicuro un’apertura adeguata per l’album a cui dà il nome. Con Lady of Inverness, i torinesi svoltano quindi sul loro lato più solenne, ma senza rinunciare a un forte pathos, evidente sin dal preludio. Prima espanso, viene poi riempito da un bel fraseggio di pianoforte, che introduce in parte le melodie di base del pezzo, di lì a poco in scena con una chitarra malinconica, da tipica ballad. È un essenza che avvolge buona parte della canzone: questa norma si scambia con strofe molto dolci, rette dal violino e dalla sezione ritmica, e con ritornelli più pesanti, ma sempre lenti, oscillanti, estatici nella loro eleganza. Un po’ di movimento arriva solo nella frazione centrale: energica e obliqua, con influssi prog metal a tratti, sa farsi notare, seppur le sue melodie non siano riuscitissime. Ma non è un gran problema, visto che rimane piacevole, come anche l’assolo che segue, e che riporta la traccia su lidi più espansi. In generale, anche a dispetto della pecca ne risulta una buona traccia, che si lascia ascoltare con gran piacere: di sicuro, in un album così non stona!

Se fin’ora i Materdea hanno viaggiato un po’ col freno tirato, con The Green Man Satyricon comincia a ingranare davvero. Un altro intro ambient, molto breve, poi compare una melodia di qualche strumento folk (una bombarda, forse?), stavolta animato e quasi allegro. Dà vita a una canzone che, almeno in apparenza, potrebbe sembrare fatta allo stesso modo: i passaggi con questa melodia coinvolgono bene, e anche le strofe sembrano serene. Ma dietro alla voce di Papa e a lievi orchestrazioni si nasconde una certa malinconica, che poi viene fuori con forza nei ritornelli: non lancinanti, sono però molto nostalgici, espansi, grazie anche a un vago retrogusto gothic integrato alla grande. Col tempo, questo lato più crepuscolare esce fuori di più: ammanta sia il lento e sentito passaggio centrale, con un bell’assolo di Bosio, sia la norma di base, più intensa col passare dei minuti. È questo il segreto di un pezzo semplice ma mai banale, nemmeno troppo distante dal meglio che il lavoro abbia da offrire! La successiva Benandantes, Malandantes parte di nuovo lieve, con però un tono più solenne, quasi rituale. È una sensazione che si accentua quando compaiono voci femminili quasi sguaiate, che cantano in qualche strana lingua (forse provenzale e scandiscono una melodia molto folk. È un avvio fascinoso, ma anche quello che segue non perde troppo nel confronto: per esempio, brillano i tratti che seguono la stessa melodia iniziale con gli strumenti popolari. Anche la struttura di base però ha un suo perché, con le sue strofe melodiche di chiaro marchio Materdea che poi salgono verso bridge graffianti, specie a livello ritmico. Confluiscono quindi in ritornelli semplici ma preoccupati, con una melodia di facile presa: non brillerà troppo rispetto ad altre in Satyricon, ma sa bene il fatto suo. Completa il quadro una sezione centrale a metà tra metal sinfonico, prog  e addirittura power, di gran energia grazie soprattutto alla chitarra di Marco Strega: nonostante la differenza col resto, però, vi si unisce a meraviglia. Anche per questo, nonostante qualche momento morto nei suoi oltre sette minuti, abbiamo un altro brano di alto livello, godibile al punto giusto e con spunti davvero di classe!

Awareness è l’unica vera ballad del disco: lo si può sentire sin dall’inizio, con la voce effettata e lontana di Papa presto accompagnata dal placido pianoforte di Elena Crolle. All’inizio, quest’accoppiata fa la parte del leone, insieme al massimo a melodie di sottofondo di violino e venature sinfoniche altrettanto leggere; col tempo però la densità del brano comincia a salire. Inizialmente non si aggiunge altro che la sezione ritmica, molto lieve ad accompagnare il resto, ma poi spuntano anche delle chitarre distorte: accade col primo chous, che però rimane sognante, espanso ma orecchiabile. Da quel momento, pur non mancando parti più aperte, gli accordi  di Strega sono più presenti: ne dà un ottimo esempio al centro, denso di orchestrazioni seppur rimanga molto melodioso. È l’unica variazione di un pezzo breve e semplice ma molto godibile, l’ennesimo di ottimo livello della scaletta! A questo punto, i piemontesi virano in maniera radicale con Broomoon: comincia col miagolare di un gatto e altri effetti sonori inquietanti su una base ambient, ma poi deflagra. Un attacco maideniano, poi ci ritroviamo però nel più classico dei pezzi folk, allegro e ballabile, con una base ritmica potente su cui si staglia la semplice ma catturante melodia di Bosio. E stavolta è una natura che non viene mai meno: la struttura alterna strofe più spoglie, in alcuni casi con la sola sezione ritmica sotto alla voce della frontwoman, e refrain più esplosivi, corali e coinvolgenti al massimo. Oltre a ciò, c’è solo il frequente ritorno della norma iniziale e una sezione centrale più crepuscolare e strana, dilatata ma senza dare fastidio. Lo stesso del resto è il destino del brana: nonostante la differenza col resto di Satyricon, diverte a sufficienza per non stonare, e anzi si pone a poca distanza dal meglio qui! Con Castle of Baux (Il Signore di Baux), i Materdea tornano quindi a qualcosa di più in linea con quanto sentito in precedenza. Il solito avvio espanso, stavolta più ritmato, quindi ci ritroviamo in una melodia lontana, antica, scandita all’inizio dal violino. È la stessa che, in maniera evoluta, verrà ripresa da Papa nelle strofe: con una base quasi hard ‘n’ heavy, ma del tipo più atmosferico e ricercato, creano una gran bella magia. La stessa, peraltro, che si accentua nei ritornelli, dolci e melodici ma al tempo stesso disperati in una maniera sottile, avvolgente e di gran impatto: ricorda quella evocata dai migliori Cruachan, ma senza elementi estremi in questo caso. Ottime anche le variazioni alla struttura, stavolta frequenti seppur di norma piccole: fa eccezione la sezione centrale, ottima coi suoi toni ancor più hard rock seguiti però da un bel passaggio cantato in italiano. Anche le altre, soprattutto da Strega, funzionano però a meraviglia: il risultato è un piccolo gioiello di atmosfera e melodia, senza alcun dubbio tra i picchi assoluti del disco!

Children of the Gods parte da un intro battagliero, con una voce rabbiosa che urla e un coro che gli risponde: dà l’idea di un generale che arringhi il proprio esercito. Va avanti per una quarantina di secondi, prima di lasciare spazio a un pezzo che sin dall’inizio si mostra lento, quasi lezioso, ma al tempo stesso evocativo, e  quando entra nel vivo lo diventa anche di più. La norma di base è molto efficace da questo punto di vista, col suo ritmo oscillante su cui il violino è autore dell’ennesima melodia efficace al massimo. Ma anche il resto non scherza: già le strofe sono magiche, con lo scambio tra tratti vuoti e altri invece energici, con un riffage persino dal retrogusto thrash metal moderno. Il meglio lo danno però i ritornelli: delicati,  vedono una melodia eterea e sognante di Papa, di gran impatto, alternarsi a tratti con dei cori, per un effetto leggero ma al tempo stesso di forte impatto emotivo. Ottimo anche il momento al centro, preoccupato e vorticoso, ma senza che l’espansione del resto venga del tutto meno; lo stesso succede nel finale, più veloce e quasi di ispirazione power. È il giusto complemento di un brano grandioso, il migliore in assoluto di Satyricon col precedente! Purtroppo, dopo un uno-due del genere i Materdea piazzano The Little Diviner, molto meno ispirata rispetto a quanto sentito fin’ora. Già dall’inizio, spiazza col suo ritmo quasi industrial/dance dalla batteria di Max Giordani, su cui si posano ritmiche di chitarra da metal classico e cori un po’ troppo obliqui. È una norma che torna, in alternanza per fortuna con tratti più orecchiabili e calmi, con in evidenza la voce della cantante e nuove influenze heavy nel riffage. Poi però il pezzo prende di nuovo una strada poco appetibile coi refrain, per una volta ben poco catchy: sembrano quasi ingessati, oltre a non esplodere granché. Carina si rivela invece la parte centrale, che tra influssi symphonic, una bella frazione zigzagante, l’assolo successivo di Strega, con un bel pathos, e la misteriose e vuota parte finale funziona a dovere. Ma è troppo poco per risollevare un pezzo che nel suo risulta sufficiente e nulla più: non sarà così male, ma in un album come questo non può che essere il punto più basso! Di sicuro, non è una bella chiusura, anche se quella vera e propria è rappresentata da Between the Temple’s Walls, lunghissimo outro (circa quattro minuti) votato tutto a un ambient di retrogusto rituale, ma al tempo stesso delicato. Sulla sua base, fatta di suoni di tastiera calmi scortato da una lieve chitarra pulita e a tratti dal pianoforte, ogni tanto spunta la voce di Papa. Solo al centro i giochi si fanno più intensi, con la presenza del basso di Morgan De Virgilis e della batteria di Giordani, molto lievi, e a tratti persino di qualche accordo distorto. Ma nulla di tutto ciò spezza l’aura celestiale: avvolge tutto e nel finale si accentua pure, quando spuntano effetti quasi spaziali e lievi parlati. Nel complesso, non è una conclusione poi malaccio per un disco così.

Per concludere, pur coi suoi difetti Satyricon rimane un grande esempio di folk metal made in Italy. Certo, forse non è un album per tutti: difficile che possa soddisfare chi in questo genere preferisce sonorità festaiole e caciarone, oppure contaminazioni più estreme. Ma se sei un ascoltatore di metal melodico e non ti dispiace il folk, allora il consiglio può essere solo di scoprire quest’album e una band valida come i Materdea!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Satyricon06:51
2Lady of Inverness 05:20
3The Green Man05:32
4Benandantes, Malandantes07:21
5Awareness05:21
6Broomoon03:47
7Castle of Baux04:36
8Children of the Gods05:50
9The Little Diviner05:58
10Between the Temples’s Wall03:53
Durata totale:   54:29
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Simon Papavoce
Marco Stregachitarra
Elisabetta Bosioviolini
Elena Crolletastiera e pianoforte
Morgan De Virgilisbasso
Max Giordanibatteria
ETICHETTA/E:Midsummer Eve
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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