Mesmur – Terrene (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONETerrene (2019), terzo album della band internazionale Mesmur, è un passo in avanti rispetto al predecessore S (2017).
GENEREUn funeral doom metal eclettico, con inserti di flauto e influssi progressive rock anni settanta
PUNTI DI FORZAUn suono originale, un ottimo livello di ispirazione, molti passaggi memorabili
PUNTI DEBOLIA tratti si perde ed è un po’ prolisso
CANZONI MIGLIORIBabylon (ascolta), Caverns of Edimmu (ascolta)
CONCLUSIONITerrene si rivela un lavoro personale, di ottimo livello: di sicuro può fare la felicità dei fan del funeral
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
85
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In passato, mi era già capitato di venire in contatto con la musica dei Mesmur. Mi ero occupato di loro all’incirca due anni fa: all’epoca, questo gruppo formato da musicisti provenienti da diverse parte del mondo aveva da poco pubblicato il suo secondo album, intitolato soltanto “S”. Si trattava di un disco molto buono e a suo modo originale, con una vena sperimentale che però, a tratti, sembrava un po’ frenata: per me, era questo uno dei suoi difetti principali. Non credo proprio che sia stata quella recensione (peraltro richiesta dalla stessa band) a cambiare le cose: tuttavia, è vero che col loro nuovo album Terrene, uscito lo scorso 29 novembre tramite Solitude Production, i Mesmur sono andati oltre. Se la loro base rimane sempre funeral doom metal con qualche rara accelerazione (seppur stavolta con meno influssi death), il gruppo ora tende a guardarsi in molte altre direzioni. Purtroppo, nel fare questo ha perso buona parte degli elementi “space” di S, che avevo apprezzato allora; tuttavia, il livello fascino di Terrene non è sceso, visto che i Mesmur hanno compensato con una grande varietà di altri dettagli. Parliamo di componenti lontane dal funeral, come per esempio il flauto dell’ospite di lusso Don Zaros (tastierista degli Evoken) oppure i frequenti synth vintage, dal suono affine a un moog da prog rock anni settanta. Peraltro, tutto ciò viene inserito in maniera competente dai Mesmur nella propria musica, senza che stoni con la componente funeral più tradizionale: anche questo rende Terrene un album originale. E se, come il predecessore, a tratti tende un po’ a perdersi e presenta una lieve prolissità, sono sempre problemi poco incisivi. Se non altro, rispetto al passato anche l’ispirazione si è conservata, anzi si è accentuata: lo dimostrano il maggior numero di passaggi memorabili presenti in quasi ogni brano. In definitiva, parliamo di un disco ben costruito e realizzato, di sicuro sopra alla media del genere suonato dai Mesmur sia per personalità che per qualità!

Terrene comincia in maniera molto espansa ma già piuttosto cupa, desolata, con un organo sintetico mogio che fa da tappeto alla chitarra di Jeremy L, e solo in seguito per la sezione ritmica. È un crescendo che si addensa con molta lentezza per circa un paio di minuti, e poi perde addirittura slancio: è però il preludio alla Terra Ishtar vera e propria, che dopo una pausa entra in scena lenta, arcigna, con un retrogusto quasi drone. È una base spoglia all’inizio, ma presto si riempie di più, con tante tastiere quasi sinfoniche a tratti, oltre a suoni di influsso post-metal e a distorsioni che rendono il tutto sempre più psichedelico col passare del tempo. Toccato un apice però la musica torna a farsi più cupa e diretta, con nuove tastiere stavolta meno atmosferiche e più dissonanti e nuovi elementi “post”, tra cui spicca il gioco del basso del nostrano Michele M, vorticoso ma integrato nel funeral del gruppo. È una norma che pian piano ritorna all’inizio, con un’ampia coda di nuovo spoglia che poi si spegne del tutto: il pezzo però è tutt’altro che finito, siamo anzi solo a metà. C’è spazio ora per una lunghissima divagazione ambient persino dolce, malinconica, aiutata da tastiere che ricordano il prog rock anni settanta. Lo stesso vale per il flauto di Zaros, che tira fuori a un certo punto un assolo antico, medioevale, ma ben integrato nel tessuto della parte. Questa natura non viene del tutto meno nemmeno quando, dopo parecchio, i Mesmur virano di nuovo sul funeral doom: i synth sono onnipresenti, e conferiscono al tutto un tono intenso, seppur crepuscolare. Lo stesso scopo viene svolto alla grande dalle melodie di chitarra che le sostituiscono, di stampo doom e con un retrogusto a tratti persino gothic per drammaticità – retrogusto possibile anche grazie all’aumentata velocità. Sembra quasi che questa norma voglia andare avanti fino alla fine, quando invece il tutto torna a spogliarsi e a perdere di dinamismo, riprendendo anche un’aura cupa e orrorifica, grazie anche ai tanti echi espansi in sottofondo. È questo il finale di un pezzo lunghissimo ma di ottimo livello, che apre molto bene Terrene!

Babylon esordisce con un giro di tastiera circolare, leggero ma etereo al punto giusto: mezzo minuto così, poi dal nulla spunta un pezzo del funeral doom metal più classico. O almeno, così è all’inizio, prima che a disegnare una melodia tipica del genere giunga, al posto della classica tastiera, di nuovo il flauto. È una norma che nella prima parte monopolizza la scena, in alternanza con frazioni invece growlate da Chris G, in cui questa melodia sparisce a favore di archi nervosi, che danno al tutto un bel senso di inquietudine. Ma dopo qualche minuto, la musica vira su qualcosa di più particolare, con di nuovo i synth di Jeremy L che danno al tutto un tono celestiale, seppur nel senso più oscuro del termine. Col tempo, quest’ultimo fattore si accentua, tra melodie che per gradi si fanno più depresse e stacchi più spogli, angosciosi al punto giusto. La tensione è palpabile, e non si scioglie nemmeno quando le ritmiche lasciano spazio a qualcosa di più espanso: i fraseggi sono sempre molto dissonanti, tenebrosi, e solo tra le righe riesce a filtrare un filo di pathos. Quest’ultimo però cresce quando il metal torna a scorrere: ci ritroviamo allora in qualcosa di cupo, ma al tempo stesso ricercato, una frazione che si spegne in breve in una coda pseudo-sinfonica. Ma non è ancora finita: presto la musica riprende, con un nuovo passaggio tombale ma stavolta più melodico, sentito nonostante i tanti suoni stridenti che compaiono in sottofondo. Si tratta di un finale appropriato per un’ottima traccia, il picco assoluto di Terrene!

Eschaton stavolta entra subito nel vivo con la norma di base, cupa e con un ottimo riff da parte di Jeremy L, truce al punto giusto. È una base che prosegue ossessiva molto a lungo, con giusto qualche piccola variazione: nonostante questo, non annoia, visto che i Mesmur sono bravi a variare. A volte sono delle orchestrazioni sintetiche o comunque delle tastiere, mentre altre volte ci sono in scena lead di chitarra obliqui, quasi stonati, ma in una maniera voluta, che arricchisce bene la base. Questi ultimi sono presenti anche quando la band abbandona la lentezza per proporsi in qualcosa di vorticoso e veloce, almeno in relazione al funeral. Avvolge per un po’, ma poi il gruppo cambia strada verso una norma più desolata e cupa, quasi stanca: inizia statica, ma col tempo si rivela invece piuttosto tortuosa. Tra momenti davvero ansiogeni, spigolosi nel loro riffage e altri invece di poco più melodici, alcuni più movimentati e altri invece di lentezza asfissiante, si snoda così una lunga teoria di riff, peraltro tutti interessanti, a parte qualche raro momento morto. Niente di preoccupante, seppur la parte che segue sia migliore: ha un inizio quasi noise seguito però da una sterzata decisa verso un cupo, nostalgico post-rock. La sua falsariga si arricchisce col tempo coi soliti moog di Jeremy L e anche da un bell’assolo del violoncello dell’ospite Nadia Avenosova, che accompagnano un parlato lontano per poi prendersi il primo piano della scena. È un tratto dolce e neppure troppo triste, anzi quasi disteso, seppur non duri molto prima che la cupezza torni e cominci un’evoluzione sempre più tempestosa. Le melodie diventano perciò sinistre, e il ritmo sale fino ad arrivare addirittura al blast beat, mentre al di sotto si stagliano cupi cori: si viene a creare così un’atmosfera tutta particolare, solenne, sentita ma cupa. Momenti più lenti e altri così vorticosi si alternano per qualche minuto fino alla fine: nel complesso, si rivela un altro pezzo di caratura elevata, poco lontano dal precedente per qualità!

Caverns of Edimmu esordisce in maniera davvero sinistra e dimessa, con la chitarra subito a scandire una melodia dissonante e lugubre su una sezione ritmica semplice, circolare. In questa prima parte, si alterna e si compenetra con frazioni vuote, quasi drone, senza grande potenza, per un notevole effetto apocalittico, spaventoso, di grande desolazione. Solo dopo oltre tre minuti ci ritroviamo in qualcosa di davvero funeral, seppur anche stavolta non si concentri troppo sulla potenza: la musica mantiene anzi un’essenza molto dilatata, quasi onirica, un bad trip che si fa sempre più acido nei primi tre minuti. Ma poi i Mesmur trovano un maggiore ordine, seppur sia sempre malato: all’inizio è molto cupo, quasi ineffabile col suo lento e spoglio avanzare. Non passa molto, tuttavia, che la falsariga si arricchisce di una nota triste, quasi drammatica, quando spuntano i soliti synth vintage e in seguito anche dei cori arcani in sottofondo. È un panorama che man mano si colora sempre più di tristezza e angoscia, nel suo lento e ossessivo avanzare spezzato solo sulla trequarti da uno stacco più arcigno. Ma è solo un momento, il resto è invece molto incisivo, tra passaggi più pieni di strumenti e altri in cui a disegnare melodie quasi intimiste, di gran profondità emotiva, è la chitarra di Jeremy L. Lunghi minuti di questa processione, poi la musica comincia a spegnersi: all’inizio Michele M e la batteria di John D accompagnano una tastiera lontana, spaziale, che dopo un ulteriore rallentamento rimane in solitaria per l’ultimo mezzo minuto di durata. È il gran finale di una traccia davvero grandiosa, la migliore del disco che chiude insieme a Babylon!

Insomma, se S era già un buon album, Terrene si dimostra superiore di mezzo gradino, col suo maggiore spirito sperimentale. Certo, forse questa sua originalità così spinta potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma in generale credo che i fan del funeral doom potranno trovare al suo interno molto da apprezzare. Se lo sei, perciò, non posso che raccomandarti di scoprire i Mesmur!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Terra Ishtar16:51
2Babylon11:52
3Eschaton12:59
4Caverns of Edimmu13:51
Durata totale:   54:53
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Chris Gvoce
Jeremy Lchitarra
Michele Mbasso
John Dbatteria
OSPITI
Nadia Avenosovavioloncello
Don Zarosflauto
Etichetta/eSolitude Productions
Chi ci ha richiesto la recensione:La band stessa

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