Living Through Ghosts – Deus Absconditus (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONE Deus Absconditus (2019) è l’esordio sulla lunga distanza degli americani Living Through Ghosts
GENEREUn death doom metal orientato verso la branca più lenta e nichilista del genere
PUNTI DI FORZAUn suono efficace anche a dispetto della mancanza di originalità, ottimi spunti a livello di riff, melodie e soprattutto atmosfere, un songwriting maturo
PUNTI DEBOLIA tratti un filo ripetitivo, qualche sbavatura qua e là
CANZONI MIGLIORIA Walk to Water (ascolta), Shattered House (ascolta), Alone (ascolta)
CONCLUSIONIDeus Absconditus è un album degno di nota, che arriva a sfiorare il capolavoro: non sarà innovativo ma è consigliato con calore ai fan del death/doom metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
87
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Niente di nuovo, ma realizzato a regola d’arte: volendo essere sintetici, basterebbe questo a descrivere Deus Absconditus, primo full-length dei Living Through Ghosts. Nati a Minneapolis, Minnesota nel 2014, hanno avuto una storia un po’ travagliata (uno scioglimento nel 2016, la reunion due anni dopo); ciò però non ha impedito loro di incidere un esordio ben al di sopra della media. Come già detto, da un lato il loro stile non ha nulla che non si sia già sentito: di solito è il classico death/doom delle origini, quello sul versante più lento e cupo, con a tratti qualche tendenza funeral. E se in Deus Absconditus non mancano piccole concessioni a melodie profonde e atmosfere intense, i Living Through Ghosts lo fanno con misura: anche così, la loro musica è orientata molto più sul lato arcigno che su quello elegante del genere. Il tutto non è nulla di originale, appunto: parliamo di un disco che potrebbe essere tranquillamente uscito negli anni novanta, e solo la registrazione, pulita e professionale, ne tradisce la modernità. Ma anche il livello di Deus Absconditus è quello dei migliori episodi usciti in quel periodo: i Living Through Ghosts sono bravissimi a trovare ottimi spunti e idee vincenti. Merito di un songwriting maturo e di alto livello: gli incastri tra riff e le melodie sono impostati con maestria, ma la vera differenza la fanno le atmosfere, sempre avvolgenti e mai lasciate al caso. E poco importa se il disco presenti qualche ingenuità, qualche sbavatura e a tratti sia un filo ripetitivo: sono difetti che forse gli impediscono di arrivare al capolavoro, ma per il resto non incidono troppo. Anche così, Deus Absconditus si rivela fresco e mai trito, anche a dispetto dell’assenza di qualsiasi innovazione: un disco con cui i Living Through Ghosts si dimostrano molto interessanti, insomma!

Un paio di colpi sui piatti della batteria di Colton Koch, poi entriamo subito nel mondo lento e asfissiante di A Walk to the Water: mette subito in chiaro le cose con un riff non troppo pesante ma sinistro. A tratti la norma perde anche in potenza per momenti striscianti, con sussurri e melodie inquietanti; più spesso però l’ambiente è truce in maniera estroversa. È una processione che, tra tratti spogli quasi a livello funeral e altri invece un pelo più movimentati, ma sempre lenti e cupi al massimo, ci accompagna per alcuni minuti davvero oscuri, senza la minima speranza. E anche quando la band cambia rotta, l’aura rimane sempre opprimente: la melodia che spunta a un certo punto può sembrare triste, ma col tempo si rivela lugubre, stridente. È la guida su cui la musica comincia ad accelerare, in maniera all’inizio solo dissonante, per poi assumere però una grande pesantezza, ben sottolineata dal growl basso e cavernoso di Hoselord. È una sezione centrale semplice ma davvero malefica, forse il momento migliore del pezzo, ma ciò che segue non è da meno: si spegne per un attimo in qualcosa di più melodico, ma poi riprende quota. Stavolta però c’è più apertura e più melodia, con uno sfondo quasi di pathos, seppur piuttosto oscuro: è ciò che evocano le chitarre per qualche minuto, fino a culminare in un bell’assolo, molto sentito. Ma poi i Living Through Ghost tornano alla tenebrosità iniziale, per un nuovo finale catacombale: è la chiusura di un pezzo mai noioso nei suoi quasi otto minuti, un piccolo gioiello che in Deus Absconditus brilla tantissimo! Già dall’arpeggio iniziale, la seguente Shattered House si mostra lugubre al massimo. Lo stesso tema musicale viene poi ripreso dal riff principale, che lo rilegge in una torva chiave doom, almeno all’inizio; ma passa poco prima che la band cominci a evolverlo. Per buona parte della sua durata, la traccia è una lunga evoluzione sulla stessa base, lenta ma incalzante, inesorabile: ogni svolta peraltro ha un suo perché, e contribuisce a rendere il panorama ostile al punto giusto. L’unica eccezione alla regola è uno stacco alla metà esatta, che scatta e si sfoga con ferocia death, arcigna e rabbiosa. Tuttavia, vista la differenza col resto stona un pelino, seppur per fortuna la breve durata non gli consenta di dare troppo fastidio. Peraltro, gli americani compensano alla grande con un’altra variazione, quella nel finale: prende la stessa falsariga di base e la rende movimentata e truce, oltre che più densa. Tra vortici di chitarra, dissonanze e una base ritmica macinante, è un tratto davvero efficace: un gran finale, insomma, per un piccolo gioiello – e resta il rimpianto che senza la sbavatura potesse essere ancor più bello!

Il riff iniziale di Wake the Gods si muove ancora su coordinate truci e cupe, ma stavolta è meno esplosivo e più di basso profilo. È una norma che ogni tanto si ripresenta, ma il resto è un po’ diverso: lo si sente già dopo pochi secondi, quando la potenza si estingue in un passaggio sinistro ma rarefatto, desolato, con anche qualcosa di doloroso. È un’aura che esplode bene nel corpo vero e proprio della canzone, lento e solenne, con un vago retrogusto addirittura epic doom, nonostante la cattiveria del growl di Horselord. Aiuta molto la profondità generale il gioco delle chitarre di Matt Duffin e Sam Rhode, intrecciate tra il riff e a volte armonizzazioni di eccellente melodia, mentre altrove sono invece più influenzate dallo sludge o dal black. Anche in quei casi però il tutto rimane mogio per i lunghi minuti di una progressione che scorre bene, tra momenti più potenti e altri invece più aperti, fino alla metà passata, dove la direzione cambia. Un passaggio espanso, atmosferico, che regge un parlato pulito, cupo, poi gli statunitensi lasciano la loro classica lentezza per sfogarsi con potenza puramente doom, una serie di bordate breve ma di gran impatto. Si spengono in breve in un mare di dissonanze, con cui sembra che il pezzo sia agli sgoccioli; poi però si riprende, con un arpeggio di chitarra lento, dimesso ma melodico. È la base su cui i Living Through Ghosts riprendono a crescere: al suo interno, la parte del leone la fa la chitarra solista, all’inizio quasi in secondo piano ma che col tempo si fa sempre più tagliente, vorticosa. Anche quando la base più metal torna, le melodie rimangono al centro della scena, intense e a tratti persino lancinanti, in un’accoppiata col growl del frontman che evoca davvero un bella sofferenza. È un altro gran passaggio per un brano che nonostante qualche momento morto sa benissimo il fatto suo: nonostante sia il punto più basso del disco, si rivela lo stesso valido – il che la dice lunga su Deus Absconditus!

Con A New Moon over Clouded Skies, gli americani voltano pagina rispetto alle melodie finali della precedente: l’arpeggio pulito con cui inizia è già funesto, e col tempo la situazione non cambia. Circa mezzo minuto, e ci ritroviamo nel solito death/doom già sentito in precedenza, stavolta declinato in un senso anche più dilatato e lento, tanto da sfiorare con decisione il funeral più spoglio. Pian piano però il suono si addensa: all’inizio è solo una melodia sinistra, ma poi è il ritmo di Koch ad alzarsi e a condurci in un paesaggio più movimentato, ma non per questo meno oscuro o malato. Al contrario, l’aura evocata non è solo tenebrosa: con le tante dissonanze e i cambi di tempo, molto frequenti almeno per lo standard del genere, si crea un panorama allucinato, alienante al massimo. È una sensazione che cresce man mano che la musica continua a farsi più vorticosa: una tendenza che ha solo qualche rallentamento, come nella preoccupata sezione centrale, e che culmina sulla trequarti. È lì che troviamo uno sfogo a tinte death con anche influssi black: giusto un attimo, però, prima che il pezzo torni con velocità “nella cripta” per un finale di nuovo lentissimo. Di nuovo, il complesso è ben congegnato: nonostante qualche sbavatura, ne risulta un episodio che funziona bene e si lascia ascoltare con gran piacere! È però un’altra storia con Alone, con cui i Living Through Ghosts decidono di chiudere Deus Absconditus: si parte da un intro lunghissimo, che cresce in maniera molto graduale. All’inizio c’è una chitarra pulita in solitaria, per un senso quasi di vuoto, ma poi ad accompagnarla arrivano docili tocchi di batteria e il basso di Kyle Blenkush, anch’esso piuttosto calmo nonostante col tempo aggiunga una nota cupa al tutto. È una sensazione che cresce, seppur le sonorità rimangano sempre psichedeliche e placide, di stampo post-rock; dopo due minuti, tuttavia, all’improvviso il metal esplode. Riprende in parte gli stessi temi e la stessa preoccupazione, ma li correda con un bel piglio arcigno, in un dualismo che funziona. La band lo usa alla grande sia nei momenti più aperti, in cui a tratti spuntano di nuovo assoli distorti, effettati, sia soprattutto in quelli più orientati verso le ritmiche, in cui Duffin e Rhode colpiscono con intensità assoluta. La struttura alterna questi due effetti in un vortice che col tempo si fa più serrato, fino a raggiungere però un apice sulla trequarti, dove le ritmiche spariscono e la base la fa un lead. Dissonante per un po’, si cimenta poi in un bell’assolo, rumoroso ma al tempo stesso significativo, di buon colore. È un altro arricchimento per un brano che poi ricomincia a pestare fino alla fine: nel complesso, il risultato è splendido, non troppo distante dal meglio del disco per qualità!

Forse, Deus Absconditus è un album di cui nessuno avrebbe mai sentito il bisogno, visto che non aggiunge nulla a quello che è stato il death/doom metal nella sua storia. Tuttavia, è così ben costruito che una volta conosciuto non si può che amarlo: per questo, se ti piace il genere, non posso che suggerirti di scoprire i Living Through Ghosts. Sono una band giovane (almeno a giudicare dalle foto) ma già di alto livello: visto che poi sembrano avere ancora dei bei margini di miglioramento, se potrò li seguirò con molto piacere anche in futuro!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1A Walk to the Water07:49
2Shattered House06:57
3Wake the Gods11:23
4A New Moon over Clouded Skies08:10
5Alone06:37
Durata totale: 40:56
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Horselordvoce
Matt Duffinchitarra
Sam Rhodechitarra
Kyle Blenkushbasso
Colton Kochbatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Metal Nations Promotions

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