Hybrid Circle – A Matter of Faith (2014)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEGli abruzzesi Hybrid Circle sono un gruppo underground ma valido, come dimostra il quarto album A Matter of Faith (2014)
GENEREUna base non originalissima a base di groove metal melodico rinforzato da metalcore e djent, a cui però il gruppo aggiunge un bel lato elettronico
PUNTI DI FORZAUn suono personale, un songwriting in perfetto equilibrio tra potenza e impatto, un gran dinamismo, atmosfere valide
PUNTI DEBOLIUna scaletta omogenea e soprattutto ondivaga, con pezzi ottimi ma altri che non esaltano
CANZONI MIGLIORIThe Impossible (ascolta), Science Fiction (ascolta), Trial of Trust (ascolta)
CONCLUSIONIA Matter of Faith è un album non eccezionale, ma buono e adatto ai fan del connubio metal-elettronica. Dispiace che subito dopo la sua uscita gli Hybrid Circle siano spariti nel nulla! 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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Dopo tanti anni qui al servizio di Heavy Metal Heaven, posso dire che l’underground metal italiano non è la miniera d’oro che alcuni sostengono. Come forse è anche ovvio, molte delle band che lo popolano sono sconosciute per un motivo: non hanno granché da dire, e spesso si limitano a imitare i grandi del genere senza aggiungere nulla di personale. Ma non per questo bisogna fare di tutta l’erba un fascio: all’interno dell’underground sono presenti anche parecchie band interessanti, che meriterebbero più fortuna. A me spesso capita di trovarne grazie alle richieste di recensione, ma a volte succede per caso: è stata proprio così che ho conosciuto A Matter of Faith, quarto album degli Hybrid Circle. Scoperto in un periodo di particolari ristrettezze economiche, in cui non avevo nemmeno un soldo per comprare un disco, l’ho trovato in download gratuito sul loro Bandcamp e l’ho scaricato. L’ho fatto a scatola chiusa giusto per ascoltare qualcosa di nuovo, ma senza grandi aspettative; col passare degli ascolti, si è però rivelata una scelta fortunata, vista la validità di questa band nata nel 2006 a Lanciano, in provincia di Chieti. Certo, lo stile di base di A Matter of Faith non sarà originalissimo: al suo interno gli Hybrid Circle uniscono una base groove metal melodico, che a tratti ricorda band finlandesi come Profane Omen e Misery Inc. (specie nell’alternanza scream/pulito), con rinforzi di stampo metalcore. Quest’ultimo è presente in molte ritmiche, che spesso tendono verso il djent: una componente che dà più impatto al genere degli abruzzesi, specie nei frangenti più rabbiosi. Ma gli Hybrid Circle gli aggiungono un lato elettronico piuttosto spinto: arricchisce molto A Matter of Faith di originali suggestioni futuristiche, che ben si sposano con le tematiche fantascientifiche dei testi. Insomma, se non innovativo è un suono almeno personale: tuttavia, il vero segreto dei lancianesi è nel songwriting, maturo e consapevole. Brilla soprattutto per il grande equilibrio tra l’impatto, affilatissimo grazie anche a una registrazione precisissima, professionale, e melodie ben studiate per suonare orecchiabili. Ma funziona bene anche il dinamismo generale di A Matter of Faith, esaltato anche dall’assenza (o quasi) di pause tra le tracce; gli Hybrid Circle non lasciano da parte neppure le atmosfere, spesso in secondo piano ma ben studiate. Insomma, c’erano tutti i presupposti per un gran disco: purtroppo però l’album soffre di un pelo di omogeneità, e soprattutto di una scaletta ondivaga, con brani eccezionali ma altri con meno appeal. Ed è un vero peccato: se non fosse stato per questo, con A Matter of Faith gli Hybrid Circle avrebbe raggiunto il capolavoro senza neppure faticare troppo!

Pochi secondi di ambient oscuro, dissonante, dai risvolti industrial, poi Son of Galileo entra nel vivo ancora molto espansa, un riff potente se non fosse dilatato al massimo. È una base che già mostra i due lati della musica dei lancianesi, quello più metalcore e quello più disteso e groove; correda il tutto una voce effettata al di sopra, che più che cantare parla. Il tutto per poco tempo, prima che la musica cominci ad addensarsi: di fatto, nonostante possa sembrare un pezzo vero e proprio in realtà è solo il preludio, prima che My Twins entri in scena con cattiveria. All’inizio il drumming compattissimo di Vittorio Del Prete regge una norma malata, da puro metalcore, seppur presto penetrino anche dissonanze di influsso groove che danno al tutto più calore. La stessa componente è presente nelle strofe, potenti e rabbiose, in cui per la prima volta si sente lo scream di Antonio Di Campli: nonostante tutto, però, il pathos è palpabile, grazie alle avvolgenti melodie di chitarra e di tastiera. Esse scompaiono solo nei bridge, che tornano più cadenzati, ma giusto per un attimo: i ritornelli, a metà tra i due generi principali degli Hybrid Circle, si aprono di molto, e virano verso la malinconia. È una sensazione che nel finale si accentua anche: dopo un ritorno dell’inizio che si evolve in senso più potente ma poi si spegne in un passaggio elettronico espanso, le melodie tornano più distese e avvolgenti. È un’ottimo seconda metà per un pezzo breve e semplice ma molto valido, che apre nella maniera adeguata A Matter of Faith! Va però anche meglio con The Impossible, che dopo un breve stacco gestito solo dai synth gli accoppia una base vorticosa: il riff mi ha ricordato i Nevermore, seppur in chiave più rabbiosa. È una base che lungo la norma viene evoluta, ma mantiene sempre costante aggressività e potenza: entrambe sono ben valorizzate sia nei momenti più metalcore e djent, sia in quelli più diretti e groove. Il pezzo vive tutto del contrasto tra questa impostazione e le aperture che spuntano qua e là: lasciano tutto per una grande profondità emotiva, data da una base circolare e melodica su cui la voce del frontman è pulita e quasi lancinante. Anch’essi molto incisivi, si mostrano in diverse forme lungo il pezzo, specie nella seconda parte, in cui questa natura prende il sopravvento. Abbiamo allora un lungo fluire di tristezza palpabile, avvolgente e ben fatto, interrotto solo in chiusura dalla ricomparsa del lato più cattivo del pezzo – ma in una forma più dilatata, con persino dei cori. Il risultato è davvero splendido: nonostante la lunghezza sia ancora ridotta, abbiamo un brano grandioso, uno dei picchi assoluti del disco!

Dopo un paio di episodi più diretti, Age of Rationality se la prende un pelo più calma a entrare nel vivo: il suo preludio è più lungo, e parti da lidi espansi e soffici per poi potenziarsi via via. Per un momento, quando il metal comincia a graffiare, l’ambiente rimane ancora melodico e caldo, ma in breve vira su una norma più cattiva. All’inizio ci sono dissonanze quasi post-hardcore, ma a loro volta lasciano presto spazio a strofe più dirette e rabbiose: ricordano persino il death metal melodico più cattivo. Anche stavolta, però, il paesaggio è destinato ad aprirsi: un interludio vorticoso reso obliquo dai synth di Giuseppe Costantino, poi la musica svolta in ritornelli che cambiano tutto. Melodici, calmi, persino sereni e allegri, colpiscono in maniera discreta anche a dispetto di una melodia non troppo riuscita. La struttura inoltre è semplice all’estremo: ci sono alcune variazioni, come la breve e turbinosa sezione centrale o la coda che evolve la falsariga più melodica della canzone, ma in generale il tutto scorre piuttosto lineare. Anche questo, oltre al fatto che le due anime sono troppo diverse e stavolta il contrasto funziona meno bene, ci regalano un brano anche buono, ma non esaltante: all’interno di A Matter of Faith non spicca granché! Per fortuna, a questo punto gli Hybrid Circle si ritirano su con Science Fiction. Dopo un’introduzione davvero spaziale (e forse è anche ovvio, visto il titolo) comincia con un intro potente e oscillante ma al tempo stesso melodico: ricorda quasi i Symphony X più potenti. E stavolta, non è solo l’inizio: la stessa impostazione ritorna in versione anche più calma nei ritornelli, spaziosi e avvolgenti oltre che suggestivi, grazie alla voce pulita di Di Campli e al dualismo ritmiche-Costantino. La traccia li alterna con passaggi più rabbiosi, in cui il cantante usa lo scream: a volte sono ancora melodici, seppur nervosi, mentre in altri frangenti pestano sull’acceleratore e si pongono più cattivi, con belle ritmiche taglienti. Solo a tratti invece ci sono momenti più espansi, dominati dall’elettronica; insieme ai tanti cambi di ritmo e all’evoluzione delle ritmiche, danno una bella dose di colore a un pezzo breve ma grandioso, poco lontano dal meglio del disco!

The Parallax prende spunto alla fine della precedente che si spegne: per qualche secondo, coi suoi toni armoniosi e puliti sembra quasi presagire un lento. Poi però all’improvviso esplode con più cattiveria: ci ritroviamo così in una  delle potenti tempeste a base di grove/metalcore/djent a cui la band abruzzese ci ha già abituato. E, come da suo marchio di fabbrica, questa situazione non dura: presto la scena si apre fino a raggiungere ritornelli aperti, quasi sognanti, ma senza che manchi una certa oscurità, anzi ben presente nell’alternanza pulito-growl di Di Campli. È uno strano ibrido ma funziona bene, crea un’aura, drammatica al punto giusto; lo stesso si può dire della parte centrale, che mescola le due nature della traccia in qualcosa di potente ma con la sua malinconia. A parte un ritorno di fiamma più duro nel finale, non c’è altro in un episodio che non brilla troppo in A Matter of Faith, ma non è un problema: anche così, si rivela di fattura piuttosto buona! Sin dall’inizio, annunciato dal cantante a gran voce, Digi-Christ si rivela puntata tutto sull’anima più aggressiva degli Hybrid Circle, come poi si rivela essere davvero. Stavolta, al centro ci sono le chitarre di Simone Di Cicco e Alessandro Mitelli: i synth di Costantino, sempre presenti, sono solo un contorno per i loro riff, ben riusciti specie quando aggrediscono con potenza. Ma anche in chiave melodica, o se si muovono su territori a metà tra i due mondi, riescono sempre a trovare la giusta energia: il lavoro ritmico è il fattore più riuscito, all’interno del brano. Un po’ meno lo sono invece i momenti melodici, che pure si difendono: non avranno melodie vincenti come altrove, ma per fortuna non risultano stucchevoli. Sono anzi arricchimenti per un pezzo che non sarà eccezionale, ma rimane ottimo. La successiva Eternity inizia in maniera piuttosto fascinosa, con un intro quasi post-rock che poi confluisce in qualcosa di espanso, con la tastiera in primo piano e un riff addirittura di retrogusto black metal (!). Poi però gli abruzzesi virano verso qualcosa di più classico, metalcore/djent che ha qualche bello spunto di tanto in tanto, ma per il resto comincia a sapere di già sentito. Se i tratti più strani, obliqui e quelli rallentati e di puro impatto funzionano, il resto si perde; mai, peraltro, quanto i chorus melodici, stavolta davvero anonimi, con poco appeal. Un po’ meglio fa la parte centrale, che tra una melodia azzeccata di Di Campli e una bella frazione quasi influenzata dalla musica dance sa il fatto suo. Troppo poco, tuttavia, per salvare dall’oblio un pezzo anche carino se preso a sé stante, ma nulla più: di certo in A Matter of Faith è il punto più basso!

Quando sembra quasi che gli Hybrid Circle possano solo ripetersi e far scivolare l’album nella mediocrità, per fortuna arriva il turno di Trial of Trust. Si tratta di una lunga suite in tre parti con cui la band di Lanciano comincia a sperimentare, ma senza snaturarsi: lo si sente già dall’iniziale Arrival on Titan, in cui vengono sviluppate le aperture più calme sentite fin’ore. Sono tre minuti a metà tra intro e pezzo vero e proprio, con sonorità che uniscono elettronica spaziale e suggestioni post-rock, specie a livello di aura, in un mix onirico, avvolgente, di gran presa. Il voltaggio non sale mai, e non ce n’è bisogno: la voce, le chitarre, l’elettronica disegnano melodie splendide, e non serve altro. Sembra quasi che tutta la suite debba essere così, quando arriva il turno di Colony of Salvation, che però non svolta troppo: all’inizio è potente ma molto espansa, con un vago retrogusto addirittura da metal classico. Questa sua natura melodica si conferma anche più avanti: se a tratti spuntano momenti più urlati, sono sempre espansi e poco aggressivi per quanto riguarda i riff di Mitelli e Di Cicco. Non parliamo poi dei chorus: di malinconia fortissima, spiccano molto grazie alla loro melodia, semplice ma azzeccatissima. Solo al centro spunta qualcosa di più orientato al groove, ma è poca roba: il pezzo fila per i suoi due minuti abbondanti in maniera musicale, prima di spegnersi all’entrata in scena di The Giant Leap. È un brano ancora dominato dalle tastiere, su cui si staglia un parlato: va avanti giusto mezzo minuto prima che la musica riesploda, stavolta tempestosa e aggressiva, ma senza essere fredda. Al contrario, attraverso le pesanti ritmiche metalcore si percepisce già qualcosa di convulso, di drammatico: una tensione che poi si rilascia coi refrain, disarmonici ma efficaci. Il tutto innestato in una struttura sempre più vorticosa e agitata, a tratti persino di influsso prog o metal tecnico: lo si sente bene nel tratto centrale, con un assolo circolare ma di buona melodia. È l’ultimo momento di questo genere, perché poi il tutto si calma e si riapre, per culminare di nuovo col ritornello della precedente, ancor più liberatorio. E così, con un lungo outro, di nuovo soffice ma in una chiave più oscura e inquietante della prima parte, si conclude una traccia divisa in tre parti, tutte valide e ben pensate: parliamo insomma del migliore pezzo di A Matter of Faith con The Impossible! A questo punto, c’è rimasto spazio solo per Headup, cover dei Deftones che mostra alcune differenze stilistiche col resto, ma che gli Hybrid Circle riescono a portare bene nel loro stile. Se il cantato cerca di seguire il rap originario, mantiene però il suo classico scream, e anche le ritmiche sono più grasse e groove; soprattutto però, rimane il senso spaziale dato dalle tastiere onnipresenti di Costantino.  Lo stesso vale per la frazione centrale, più espansa e in linea con quanto sentito fin’ora, e per il finale, ambient pacifico al posto di quello tamarro dell’originale. Entrambi contribuiscono a una cover non eccezionale ma ben realizzata, una chiusura non male insomma per un disco simile!

Nonostante i suoi difetti e qualche canzone meno bella, A Matter of Faith si rivela un buonissimo album, pieno di idee valide: se ti piacciono i mix metal-elettronica, insomma, un ascolto è quasi obbligato. Il vero problema, piuttosto, è che si tratta dell’ultimo lavoro pubblicato dagli Hybrid Circle, che sono del tutto spariti dai radar poco dopo la sua pubblicazione. Per quanto mi riguarda, è un vero peccato: l’underground italiano ha molto più bisogno delle band sfortunate ma valide e di buona personalità come loro che di chi non fa altro che copiare il passato!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Son of Galileo01:36
2My Twins 03:56
3The Impossible03:49
4Age of Rationality04:18
5Science Fiction03:25
6The Parallax04:10
7Digi-Christ03:19
8Eternity03:56
9Trial of Trust (Arrival on Titan)0322
10Trial of Trust (Colony of Salvation)02:14
11Trial of Trust (The Giant Leap)05:25
12Headup (Deftones cover)04:32
Durata totale:   44:02
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Antonio di Camplivoce
Simone di Ciccochitarra
Alessandro Mitellichitarra
Giuseppe Costantinotastiera
Matteo Muccibasso
Vittorio del Pretebatteria
ETICHETTA/E:Dead Apple Productions 
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:– 

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