Nordic Frost – Ov Blasphemy and Other Rites (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEOv Blasphemy and Other Rites (2019) è il secondo album di Nordic Frost, one man band del musicista californiano Brian Lewis.
GENEREUn originale black metal variegato, con molte venature sinfoniche e tanti elementi diversi. 
PUNTI DI FORZAUn suono personale, alcuni buoni spunti.
PUNTI DEBOLIUn’eccessiva presenza di interludi orchestrali spesso prolissi e noiosi, oltre che invasivi. Una scaletta anche per questo inconsistente, e anche ondivaga.
CANZONI MIGLIORIBirthrights and Other Trivialties (ascolta), Brennelsen Av Kolgrim (ascolta)
CONCLUSIONINonostante l’originalità, Ov Blasphemy and Other Rites si rivela decente e nulla più, segno che il progetto Nordic Frost dovrà focalizzare meglio la propria musica in futuro. 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
66
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Come ho ripetuto più volte in varie recensioni, la personalità per un gruppo non è tutto. Si può trovare un suono riconoscibile e unico, ma serve a poco se non si ha anche la bravura di renderlo in qualche modo interessante. È un compito in cui il progetto Nordic Frost riesce solo in parte: lo dimostra Ov Blasphemy and Other Rites, secondo album uscito lo scorso primo novembre grazie a Rebel Pyro Musick. Al suo interno, questa one man band creata nel 2006 dal musicista californiano Brian Lewis affronta della musica anche interessante, oltre che personale. Di base è un black metal di ispirazione molto classica, feroce e rabbioso anche grazie a qualche venatura death; non mancano però spunti più caldi e moderni. In più, è presente una componente orchestrale, ma molto meno spinta che nel classico black sinfonico: spesso anzi è minimale, mentre emerge pomposa solo nei tanti interludi più aperti presenti. Purtroppo, proprio questi ultimi sono il grande problema della musica di Nordic Frost: rendono Ov Blasphemy and Other Rites discontinuo, troppo spezzettato, e non solo. In certi casi sono anche apprezzabili a livello musicale, ma più spesso sono ridondanti, e finiscono con facilità per venire a noia, abbassando così il valore del disco. Ma soprattutto, sono troppo invasivi, e rendono la scaletta inconsistente: togliendo gli interludi, i pezzi veri sono solo cinque, e privati dei lunghi intro la quantità effettiva di musica nel disco si riduce ancor di più. Mettiamoci anche che non tutto di essa spicca troppo, e il risultato è un disco molto ondivago: Ov Blasphemy and Other Rites dà quasi l’idea che gli scopi (presumo) esoterici di Nordic Frost siano andati a scapito della musica in sé. Per fortuna, non l’hanno fatto troppo: parliamo di un lavoro almeno piacevole, che ha qualcosa da dare. Di sicuro, non è il classico disco black metal medio, sempre veloce e cattivo: è più vario coi suoi accenni melodici, le aperture da black atmosferico e le tante venature che si possono trovare al suo interno. Lewis in generale si rivela un compositore con buone idee, il che però lascia un rammarico: vista anche la personalità della sua musica, senza i difetti poteva essere un disco ben superiore alla media!

Le danze partono da Immolation ov Heretics, niente più che il classico intro, oscuro come da norma del metal estremo. All’inizio è solo il pianoforte, ma presto entrano in scena anche cori arcani, campane e potenti percussioni, mentre gli archi escono solo alla distanza. Questi ultimi danno un tocco anche più cupo al tutto, con la loro melodia mogia: dominano per poco la scena prima che il tutto torni a spegnersi. Ma subito dopo, il metal non esplode: Compelled by VVitchcraft parte invece da un altro intro, stavolta elegante, neoclassico; va avanti a lungo – un po’ troppo, per i miei gusti, visto che poi non cambia molto. Solo dopo oltre un minuto la ricercatezza si spezza e la musica diventa ombrosa, aggressiva al massimo. È un ambiente ansiogeno, col suo riffage circolare di chiaro influsso death metal (il frangente in cui è più forte nel disco) che rende il tutto più lugubre, in accoppiata con dissonanze black. Contribuisce anche il ritmo, spesso dinamico, seppur vi siano moltissimi cambi di tempo: se di solito è una fuga, spesso con un blast beat davvero martellante, non mancano aperture, a volte anche statiche. Di solito sono più in movimento, ma brillano parecchio, e aiutano la struttura a respirare bene: in effetti, è un’alternanza molto riuscita, che colpisce in impatto nei momenti più potenti, ma che si lascia ricordare anche nei tratti più melodici. Certo, tutto ciò non fa gridare al miracolo e non impressiona come i pezzi migliori di Ov Blasphemy and Other Rites: il risultato però è almeno buono! Va però meglio con Birthrights and Other Trivialties: a sua volta esordisce con un intro un po’ troppo allungato, seppur l’espansa musica orchestrale di cui è fatta è avvolgente, piacevole. Nulla, però, in confronto al pezzo che entra in scena dopo quasi un minuto e mezzo: si fa annunciare da chitarre quasi folk, che riprendono lo sfondo sinfonico, ma poi parte con una grande urgenza. È un fattore presente ovunque, sia nei momenti più circolari, ancora di vago influsso death, sia in certe aperture che invece presentano persino un retrogusto thrash; i momenti che colpiscono di più sono però quelli in cui torna l’influsso folk. Si propone in ottime melodie, orecchiabili ma non prive di mordente, rappresentato a dovere dalle ritmiche e dallo scream di Lewis: un connubio melodia-potenza davvero molto incisivo. Ottima anche la lunga frazione centrale, che vira sul black atmosferico con i suoi accordi espansi, molto avvolgenti, accoppiati ai cori e alle venature sinfoniche che tornano fuori: i suoi echi fanno poi capolino qua e là lungo il pezzo, ben uniti al resto. Il risultato è una lunga progressione quasi caotica ma sempre avvolgente dall’inizio fino all’outro di pianoforte: sarà anche semplice ma si rivela buonissimo, uno degli indubbi picchi del disco!

Ancora il pianoforte, insieme a dei cori è il protagonista di Despondent Legions ov the Dead, che comincia da un altro intro, stavolta più breve. Per fortuna, invece di rimanere statico cresce pian piano, con l’ingresso delle orchestrazioni e dello scream di Lewis, maligno ma ben ambientato nel paesaggio; pochi secondi e fa il suo esordio un riff, lento ed espanso. E non è un’illusione: spesso nel pezzo si aprono tratti orientati quasi verso il doom, cupi ma meno opprimenti del resto, con un’aura maestosa, trionfale. Sono i momenti più riusciti dell’episodio, ma il resto non è da meno: anche i passaggi più dinamici si rivelano efficaci, con una musicalità che non viene mai meno. Purtroppo, spesso la struttura devia da questo dualismo, che da solo sarebbe stato splendido: quando lo fa in senso più estremo non è male, ma certe aperture sono eccessive. Lo sono sia quelle in cui il metal sparisce, sia quelle in cui il black tende verso lidi atmosferici, decadenti, ancora di influsso doom: come idea è anche interessante, ma quando nel finale ciò viene portato avanti troppo a lungo finisce per diventare prolisso. In definitiva, abbiamo una traccia riuscita a metà: di sicuro, senza questo lunga chiusura e gli altri difetti sarebbe stata ottima, invece che solo discreta! Almeno però essa ha qualcosa da dire: lo stesso purtroppo non vale per Hymn ov Dissension, primo dei due interludi “interni” a Ov Blasphemy and Other Rites. Comincia col pianoforte tipico di Nordic Frost, per poi avviarsi in una breve crescita che lo porta su lidi folti di orchestrazioni malinconiche, di percussioni solenni e presto anche di voci echeggiate che insieme compongono una litania rituale. A livello musicale non è neppure male, ma a metà del disco spezza un po’ troppo; il suo difetto principale è però di andare avanti troppo a lungo, coi suoi oltre quattro minuti in cui, a parte la norma già descritta e un finale in cui le voci rimangono da sole, non accade altro. Ecco perché abbiamo un esperimento ben poco riuscito! Per fortuna, ora la scaletta si ritira su alla grande con Brennelsen Av Kolgrim: per una volta, parte subito con cattiveria, con una norma arrabbiata e di gran impatto. Le orchestrazioni sono ancora presenti, ma quasi sullo sfondo: danno un bel tocco specie ai tratti più aperti, seppur di solito la traccia pesti sull’acceleratore. All’inizio lo fa in maniera caotica ma avvolgente; va però ancora meglio quando da questo mare emerge una melodia sinistra al massimo, da black metal che più classico non si può. Con la sua carica malefica, si imprime con facilità in mente per non uscirne più, e rappresenta un grande elemento di appeal per il brano; quest’anima più ordinata filtra poi anche nella prima impostazione, con cui si alterna un paio di volte. Completano il quadro un paio di pause misteriose con dei cori: brilla in particolare quella di trequarti, accompagnata da una chitarra solista quasi nostalgica, che crea una bella sensazione. È quanto basta come variazione a un pezzo particolare ma molto efficace: si rivela il picco del disco con Birthrights and Other Trivialties!

Purtroppo, è ora il turno di Cleansing ov Heathens, secondo interludio nel giro di tre canzoni: non ce n’era di certo bisogno, anche considerando la somiglianza con Hymn of Dissension. Ma stavolta va anche peggio, e sì che la musica è un pelo migliore: comincia intimista, malinconica, e quando spuntano gli archi sul pianoforte lo diventa anche di più. Ma è qualcosa da poco, di fronte al fatto che gli stessi temi vengono ripetuti in maniera prolissa e ridondante per altri quattro minuti. Il risultato finale è la fiera della noia: per quanto mi riguarda, è in assoluto il punto più basso dell’album! La successiva Penance ov Sodom comincia dal solito, lunghissimo intro di pianoforte e cori: non solo ha stufato come impostazione in generale, ma in questo caso sa anche parecchio di già sentito. Va avanti per addirittura un minuto e mezzo, stavolta, ed è un peccato, visto che poi il pezzo che segue è più che decente: entra in scena con forza e mostra subito la sua unione tra orchestrazioni neoclassiche e una base potente e agitata. È una norma che contagia tutto l’episodio, seppur a tratti il lato sinfonico venga sostituito da melodie di chitarra lontane che gli aggiungono un tocco di profondità e di calore in più. Non è malaccio neppure la sezione di centro, in cui la musica vira sul lato più aggressivo e classico di Nordic Frost, con un martellare selvaggio su cui si posa un riffage molto tagliente, grazie al ritorno di influssi death e thrash. In pratica è l’unica variazione di un pezzo breve e semplice, ma valido: anche col suo difetto riesce a essere poco lontano dei picchi di Ov Blasphemy and Other Rites, e rimane il rammarico di cosa poteva diventare con più attenzione alla parte metal, invece che all’intro! A questo punto, siamo quasi alla fine: c’è spazio solo per Ov VVicker and Flint, ultimo (per fortuna) interludio soffice. In questo caso, tra l’altro, il risultato è apprezzabile: merito della minore prolissità, con la chitarra e la voce pulita a disegnare un pezzo folk, solo in seguito raggiunto dalle orchestrazioni e dal piano, autori di fraseggi già sentiti ma che in questo ambito non danno troppo fastidio. La stessa norma varia poco: diventa giusto un po’ più ombrosa quando comincia a reggere un campionamento preso forse da qualche film, in cui un uomo muore bruciato. Man mano che la sofferenza aumenta, le orchestrazioni si fanno più solenni, creando un contrasto ben riuscito: insomma, il disco si chiude in maniera non brillante, ma almeno dignitosa. O meglio, lo farebbe in teoria: il vero finale è infatti una ghost track in cui Lewis rilegge in versione black metal Immigrant Song dei Led Zeppelin. Un tentativo peraltro ben riuscito: si sentono gli sforzi trasformare l’allegro hard rock dell’originale in un pezzo black sinfonico oscuro, convincente. Visto che a me queste cover personalizzate, non pari pari all’originale piacciono molto, la ritengo una lettura ottima, per qualità neppure troppo lontana dal meglio che il disco abbia da offrire!

Per concludere, Ov Blasphemy and Other Rites è un disco a due facce: da un lato, ci sono alcuni spunti validi, e alcune canzoni si rivelano ottime. Peccato che siano un po’ annacquate dalle tante parti noiose e dai tanti difetti: difetti non castranti, visto che alla fine il risultato rimane apprezzabile, ma senza dei quali poteva uscire un album molto migliore – o un EP favoloso, senza aggiungere nemmeno un altro pezzo e asciugando tutto ciò che è inutile qui. Per quanto mi riguarda, perciò, da un lato ti consiglio di dare a Nordic Frost almeno una possibilità se ti piace il black, non necessariamente sinfonico. Dall’altro però mi auguro che in futuro Brian Lewis riesca a mettere meglio a frutto le doti che anche qui a tratti escono fuori, e a proporre un lavoro più focalizzato e con meno momenti morti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Immolation ov Heretics01:55
2Compelled by Vvitchcraft04:29
3Birthrights and Other Trivialties06:02
4Despondent Legions ov the Dead05:04
5Hymns of Dissension04:11
6Brennelsen av Kolgrim04:37
7Cleansing of Heathens04:04
8Penance ov Sodom04:46
9Ov Vvicker and Flint06:41
Durata totale: 41:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Brian Lewisvoce, tutti gli strumenti
ETICHETTA/E:Rebel Pyro Musick
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Pacific Ghost Entertainment

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