Vulture Industries – The Malefactor’s Bloody Register (2010)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEI norvegesi Vulture Industries sono tra i pochi gruppi capaci di stupire nel loro genere, come dimostra il secondo album The Malefactor’s Bloody Register (2010)
GENEREDi base progressive, ma devia dalla classica incarnazione del genere con influenze estreme, un suono più sporco e soprattutto uno spirito sperimentale che lo fa sfociare spesso nell’avant-garde.
PUNTI DI FORZAUn suono molto originale di solito, atmosfere da teatro vintage, una buona abilità generale.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ omogenea e ondivaga specie nella seconda metà, qualche ispirazione di troppo agli Arcturus.
CANZONI MIGLIORIRace for the Gallows (ascolta), Hangman’s Hatch (ascolta), The Bolted Door (ascolta)
CONCLUSIONIPer quelli che sono i suoi difetti, alla fine The Malefactor’s Bloody Register lascia qualche rimpianto, pur rimanendo un album valido e apprezzabile.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
82
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Il progressive metal è, senza dubbio, un genere peculiare. Nato dal potenziamento del progressive rock, a sua volta venuto alla luce con lo scopo di emozionare l’ascoltatore, oltre che di sperimentare, col tempo è diventato uno standard racchiuso in certi canoni fissi. Almeno, gran parte delle band che lo suonano non fanno che uniformarsi alle lezioni dei Dream Theater e di pochi altri gruppi; per fortuna, però, c’è anche chi cerca di tener vivo lo spirito innovativo del genere, come per esempio i Vulture Industries. Nati in quella Norvegia che non è nuova agli esperimenti in musica, suonano un genere pieno di sorprese, che a tratti stupisce davvero: lo si può ben sentire per esempio in The Malefactor’s Bloody Register, secondo album risalente al 2010. Di base, il suo stile è progressive, ma certo non il classico suono pulito e melodico: al contrario, è sporco, inquietante e a tratti schizofrenico, grazie all’aiuto di molti influssi estremi. Così facendo, i norvegesi spesso sforano nel puro avant-garde, grazie a una forte tendenza a sperimentare e soprattutto ad atmosfere e melodie teatrali in maniera vintage, da ottocento-primo novecento. Il tutto valorizzato da una registrazione grezza ma al tempo stesso nitida, un equilibrio particolare ma perfetto per dare impatto e oscurità ma senza pregiudicare il lato progressivo, né le atmosfere. Il risultato finale è che The Malefactor’s Bloody Register si rivela un album personale per lunghi tratti, seppur ogni tanto i Vulture Industries tendano un po’ troppo a ispirarsi agli Arcturus. Ci sta anche, vista la fama dei più famosi conterranei, ma ogni tanto qualche citazione a livello vocale o di certe soluzioni musicali è di troppo: un troppo di cui non c’è bisogno, visto che il resto la loro musica funziona bene di suo. A questo si può unire una certa omogeneità, che lo rende ondivago specie nella seconda metà del disco; sono difetti da poco, però, visto che in generale The Malefactor’s Bloody Register si rivela un album ben scritto e originale!

La teatralità della musica dei Vulture Industries è già ben udibile da Crooks and Sinners, breve intro che scimmiotta la musica da giostra, seppur in una forma inquietante, con suoni effettati e una melodia quasi spaziale di tastiera. Meno di cinquanta secondi così, poi Race for the Gallows riprende in parte lo stesso ritmo, pur virando su qualcosa di molto diverso. La sua norma di base è sottotraccia, strisciante, con un riff di basso voltaggio, ma presto si potenzia, con un riff estroverso, di gran potenza, e Bjørnar Nilsen che passa da un pulito angoscioso allo scream e. È l’inizio di un fluire che cambia varie volte faccia tra le due parti, modificandole ma sempre mantenendo come base un certo nervosismo, peraltro presente anche quando i norvegesi abbandonano la prima norma. Succede abbastanza presto: dopo uno sfogo anche più potente, all’improvviso il pezzo si acquieta per il suo unico tratto di vera pace, anche più teatrale del resto con le sue ispirazioni quasi sinfoniche. Ma poi la frenesia riprende il sopravvento, in una parte centrale quasi sempre veloce: al netto di qualche apertura doom, peraltro sentita, il tutto procede veloce sul ritmo del batterista Tor Helge Gjengedal, incalzante e che a volte sale verso il blast. Non c’è però la stessa urgenza di buona parte del metal estremo: al contrario, le chitarre sono circolari, lontane, quasi psichedeliche, e insieme a qualche bella venatura black danno al tutto un tono espanso. Da citare anche il finale, che comincia in maniera quasi dimessa ma poi intraprende un gran bel crescendo: all’inizio è il cantante, con la sua voce pulita, a guidare una norma di aura quasi “steampunk”, dalla teatralità antica. Ma poi la musica esplode in un ibrido tra echi da questa impostazione e influssi più estremi e cattivi: è la chiusura di un episodio già da subito splendido, non troppo distante dai picchi del disco!

Dopo un intro turbinoso, Hangman’s Hatch inizia con una chitarra solista quasi classica, su una base però espansa, crepuscolare. È più o meno questa l’aura che evoca il pezzo vero e proprio: esordisce di lì a poco con la sua falsariga base, fatta di ritmiche circolari e incalzanti, quasi di influsso thrash o death a tratti. Questa impostazione regge a lungo un brano che solo a tratti si apre per momenti più dissonanti e sinistri, in cui cori quasi blasfemi scandiscono quelli che possono essere considerati i ritornelli. Degna di nota anche la parte centrale: si apre in un panorama più morbido, col sassofono dell’ospite Øyvind Rødset, ma poi vira su una fuga di nuovo serrata, via via sempre più tempestosa e cupa. Piena di campionamenti bizzarri ma non per questo fuori luogo, è un gran bel sentire, oltre che l’unica variazione di un pezzo semplice e breve (il più corto del disco, intro escluso) ma grandioso, uno dei picchi di The Malefactor’s Bloody Registry! Ma The Bolted Door non è da meno: inizia da un intro distorto e lontano, rumoroso, a cui presto si sovrappone una chitarra. Presto quest’ultima prende il sopravvento, per un tratto scomposto, da puro prog metal: siamo però ancora nell’intro. Quando si entra nel vivo, i Vulture Industries partono col loro solito gioco di ombre e luci, stavolta cominciato da strofe di basso profilo, circolari ma poco potenti sotto alla voce di Nilsen, che gigioneggia tra pulito, teatrale e growl. È una norma che a tratti si acquieta subito, ma sono brevi stacchi: segnano l’arrivo in scena dei bridge, invece arrabbiati,denotati dalle ritmiche moderne di Eivind Huse e Øyvind Madsen, con un retrogusto addirittura metalcore (!) oltre che black metal. Ma la loro tensione non dura troppo, prima di sciogliersi in chorus lenti ma ancora enfatici: questo però non impedisce loro di essere molto malinconici, intensi e soprattutto di avere una melodia molto catturante. Solo alla fine il ritmo riprende: ciò completa una struttura che, nonostante le tante parti, si rivela di nuovo lineare. Oltre al breve finale caciarone, l’unica vera variazione è al centro, melodico e quasi blues per pathos: nonostante la differenza, si integra bene in un altro degli episodi topici del disco!

Se fin’ora la scaletta è stato perfetta, il livello purtroppo si abbassa con This Cursed Flesh. Si parte da un altro intro, ancora composto di rumori e vaghi influssi industriali, ma presto la musica ritrova ordine con una norma melodica, espansa a evocare la giusta nostalgia. È l’elemento migliore del brano, che si presenti in forma strumentale o cantata – in quest’ultimo caso, spesso è introdotta da ottimi stacchi spaziali. Il resto invece non impressiona troppo: le lente strofe dal riffage di influsso doom non riescono a incidere molto, nonostante qualche dettaglio ben riuscito. Allo stesso genere si rifanno in parte anche i chorus, con ancora meno appeal: la loro melodia è moscia, oltre a ispirarsi fin troppo agli Arcturus. Per fortuna, a ritirare su le sorti del pezzo c’è la sezione centrale: parte con l’ottimo assolo, molto da metal classico, per poi aprirsi però del tutto in una frazione riflessiva, melodica, con cori sintetici inquietanti e il basso di Kyrre Teigen come protagonista. Fa da sfondo sia ai suoni di chitarra, sia alla voce di Nilsen, qui lacrimevole in maniera parossistica, ma adatta al contesto. Parliamo insomma di una passaggio valido: insieme all’outro pulito, arricchisce una traccia discreta, piacevole, ma senza brillare granché all’interno di The Malefactor’s Bloody Registry, di cui rappresenta il punto più basso! Per fortuna, i Vulture Industries si ritirano su subito con I Hung My Heart on Harrows Square, che inizia da uno strano connubio: le ritmiche sono moderne, ma con l’aggiunta di un organo quasi da chiesa. Nella sua evoluzione, il pezzo pende poi sul progressive moderno: lo si sente sia dalle strofe, in apparenza semplici e quasi vuote, ma riempite in realtà dalla spezzettata, ottima prova di Gjengedal e dalla coppia Huse/Madsen che lo segue. In ogni caso, creano un bell’effetto, sottile ma avvolgente, che consente loro di introdurre al meglio chorus invece esplosivi, di pathos palpabile, sottolineato nel finale anche dalla viola dell’ospite Kristin Jæger e da belle venature di chitarra. Per buona parte del pezzo, queste tre componenti si alternano: l’unica variazione è al centro, che abbandona la distensione del resto per qualcosa di più potente e ombroso, ma non più di tanto. C’è lo scream, ma anche la tastiera spaziale di Nilsen, che come le ritmiche non fa mancare un tocco di melodia: anche per questo, è un elemento riuscito per un episodio non eccezionale ma valido, il migliore della seconda metà del disco.

Crowning the Cycle comincia di nuovo nervosa e crepuscolare: dà quasi l’idea che i norvegesi stiano tornando verso il lato più incalzante mostrato a inizio disco, ma poi devia verso lidi più aperti. Almeno, così è la prima strofa all’inizio: retta solo da Teigen a livello ritmico, è lenta, quasi stanca, seppur poi questa norma svolti in una direzione più vorticosa e potente, ma sempre sottotraccia, senza che il dinamismo sia mai al centro. Potenti sono anche i refrain, con un riff graffiante ma poco aggressivo: è anzi al servizio della voce di Nilsen nel disegnare un panorama che cerca di evocare intensità emotiva. È un intento che però riesce solo in parte: anche stavolta la melodia non è del tutto incisiva; soprattutto, sa di già sentito rispetto alle canzoni precedenti. L’unico momento in cui la musica riesce a esaltare è nei tanti momenti strumentali: funzionano bene, che si tratti di un assolo o, soprattutto uno dei momenti ritmici, con un riffage quasi thrashy, semplice ma di gran efficacia. Sono pregi con cui l’episodio riesce a difendersi: non sarà eccelso, ma si rivela buono, seppur scompaia di fronte ai migliori pezzi di The Malefactor’s Bloody Registry! Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Of Branded Blood, che si apre in maniera teatrale ma lenta, quasi a preannunciare un finale espanso. Ma poi i Vulture Industries tornano alla potenza originaria, con uno sfogo riottoso, quasi thrash metal o addirittura death in certe suggestioni, che avanza furioso per qualche istante. Sembra quasi che sia questa l’alternanza del pezzo, ma in realtà la struttura varia di più: se la norma più morbida presto si stabilizza su qualcosa di aperto, con un pianoforte sintetico e a volte gli echi del violoncello dell’ospite Audun Berg Selfjord, quella potente varia di più. Di solito è meno estremo di quella iniziale, e si propone anzi in un panorama profondo, con una bella disperazione, non lancinante ma di buon effetto. Valida si rivela anche il tratto centrale, progressivo e scomposto ma senza mancare della teatralità di cui i norvegesi ci danno un ultimo, grande assaggio. Ottima anche la lunga coda finale, in cui l’anima più emotiva del pezzo si fa dimessa, espansa, prima di spegnersi in un outro ambient, dominato dall’hammond già sentito altrove. Nel complesso, abbiamo una traccia piuttosto buona: niente a che vedere con la prima parte del disco, ma rimane una chiusura adeguata per questa seconda parte!

Per concludere, The Malefactor’s Bloody Register lascia un rimpianto: si rivela buonissimo pur essendo diviso a metà, ma fosse stato tutto del livello della prima parte poteva anche essere un capolavoro assoluto. Almeno, c’è da dire, non è un rimpianto così grande: nonostante i suoi difetti, mi sento di consigliarlo ai fan del progressive metal aperti anche a suoni più sporchi ed estremi della media. Se lo sei, al suo interno troverai molte sorprese e molto pane per i tuoi denti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Crooks and Sinners00:44
2Race for the Gallows06:24
3The Hangman’s Hatc04:58
4The Bolted Door06:43
5This Cursed Flesh06:32
6I Hung My Heart on Harrow Square05:16
7Crownin the Cycle06:25
8Of Branded Blood07:20
Durata totale: 44:22
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Bjørnar Nilsenvoce, tastiere, percussioni
Eivind Husechitarra, backing vocals
Øyvind Madsenchitarra, backing vocals
Kyrre Teigenbasso, backing vocals
Tor Helge Gjengedalbatteria, percussioni, backing vocals
OSPITI
Olav Iversenvoce addizionale (traccia 2)
Audun Berg Selfjordvioloncello (tracce 2, 6, 8)
Kristin Jægerviola (tracce 2 e 6)
Herbrand Larsenorgano hammond (tracce 2 e 3)
Øyvind Rødsetsassofono (tracce 3 e 4)
ETICHETTA/E:Dark Essence Records
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