Great Master – Skull and Bones – Tales from Over the Seas (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONESkull and Bones – Tales from Over the Seas (2019), quarto album dei veneti Great Master, è un lavoro meno interessante del precedente Lion & Queen (2016)
GENEREUna base di power classico a cui però si aggiungono una componente epica e influssi vari, a volte sinfonici o folk.
PUNTI DI FORZAUn genere più originale che in passato, un intrigante concept piratesco, qualche spunto da urlo.
PUNTI DEBOLIDiversi cliché che appesantiscono l’album, una scaletta ondivaga con diversi pezzi lontani dai picchi del disco.
CANZONI MIGLIORIShine On (ascolta), War (ascolta), A Hanged Man (ascolta), Skull and Bones (ascolta)
CONCLUSIONISkull and Bones – Tales from Over the Seas è un lavoro non eccezionale ma almeno buono: può di sicuro far piacere ai fan del power metal alla ricerca di qualcosa che non sia stantio.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
75
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Dopo oltre quindici anni da appassionato, collezionista e recensore in ambito metal, posso vantare di aver sviluppato un certo fiuto per i dischi. Se per una valutazione completa mi servono parecchi ascolti, per una veloce me ne basta uno, anche a poche canzoni o a una sola: di solito è sufficiente almeno per capire se mi trovo davanti a un disco valido oppure no. Eppure, ogni tanto anche a me capita di venir tratto in inganno: è stato il caso di Skull and Bones – Tales from Over the Seas, quarto album dei Great Master. Di questa band di Mestre, vicino Venezia, mi ero già occupato qualche anno fa: il loro Lion & Queen all’epoca mi era piaciuto molto, quindi già ero ben predisposto nei loro confronti. L’eccezionale singolo di lancio Shine On ha spinto nella stessa direzione: perciò, alla fine ho accettato il disco con entusiasmo e con l’aspettativa di poter recensire un capolavoro. Così non è stato, purtroppo: con Skull and Bones mi sono ritrovato tra le mani un album non disastroso, ma meno bello del predecessore. E sì che le premesse non erano male: per esempio, al suo interno i Great Master suonano un genere meno classico e con diversi spunti di personalità in più rispetto al passato. Di base, a livello ritmico e stavolta anche lirico i veneti sono ancora più fedeli ai Running Wild, ma senza copiarli: alla base power si uniscono influssi folk e sinfonici, e a tratti anche dell’altro. Per eclettismo, in certi frangenti il risultato si avvicina addirittura agli Angra, seppur senza le stesse implicazioni progressive: al loro posto, la band schiera una bella componente epica. Non saranno forti come tante band simili, anzi a tratti quasi si nascondono, ma sono comunque un bell’arricchimento: come anche gli altri elementi di Skull and Bones, sono messi dai Great Master al servizio del concept. È un concept piratesco, ispirato a veri corsari e ad altri inventati, pescati da “L’isola del tesoro” di Stevenson e dalla serie TV Black Sails: una base che peraltro i veneti sanno trattare con le giuste suggestioni, in fatto di melodie e atmosfere. Purtroppo però non sempre è sufficiente: parliamo di un lavoro buono di media, ma con poco che riesca a brillare al suo interno, mentre il resto spesso svolge solo il compitino, senza mettersi troppo in mostra. Colpa soprattutto di diversi cliché power metal che a tratti pesano un po’, specie nelle canzoni meno buone: ne sono presenti diverse, e rendono la scaletta ondivaga. Per fortuna però Skull and Bones ha anche alcune zampate davvero splendide; in più, i Great Master hanno lavorato al punto giusto per rendere il tutto variegato. Nel disco, si passa da lidi melodici ad altri di influsso speed power, da momenti atmosferici ad altri invece di pura potenza: tutto per costruire un disco che, nonostante i difetti, riesce lo stesso a non annoiare (quasi) mai!

Le danze partono da Hostis Humani Generis, intro di rito più che classico per questo tipo di metal, con una melodia molto piratesca scandito prima da una chitarra pulita e una voce femminile, a cui poi si aggiunge la fisarmonica. Pochi secondi, poi anche il metal penetra, seppur sia lento e solenne: segue la stessa melodia in qualcosa che ricorda ancor di più i preludi analoghi dei Running Wild. Tutto ciò in circa un minuto e mezzo, prima che la musica viri al power e si spogli di un po’ per la già citata Shine On, che all’inizio però mantiene una melodia di stampo folk, scandita dalla chitarra sopra a ritmiche vorticose. È un’impostazione che torna anche nelle strofe, lente e oscillanti, con un fraseggio simile a sorreggerle. Sono vuote, grazie anche a un tappeto lieve di tastiera, ma poi pian piano la scena si arricchisce, con bridge di influsso folk e piratesco ancor più forte, oltre che solenni: una sensazione che poi esplode al massimo coi ritornelli. Maestosi, ricercati, presentano un coro di grandissima potenza, forse persino banale, ma non importa: la sua melodia è così d’impatto che dopo mezzo ascolto già uno si ritrova a cantarli col pugno al cielo! Queste poche parti si alternano nella canzone senza grandi scossoni: a parte le piccole variazioni al refrain nel finale e l’outro che lo riprende in maniera calma, c’è solo il classico assolo, che evolve la norma iniziale in una forma lunga, malinconica, coinvolgente. Del resto non c’è bisogno d’altro: abbiamo un pezzo davvero splendido, che apre Skull and Bones come meglio non si poteva! La successiva Urca de Lima comincia con gran frenesia, ma è solo un attimo: presto i Great Master rallentano su qualcosa di più espanso, con un forte senso epico in bella vista. È evidente sia nei diversi momenti strumentali, quasi magici con le tastiere di Giorgio Peccenini e le belle melodie ancora di influsso folky della chitarra, sia nelle strofe, semplici e incalzanti. Attraverso bridge preoccupati, passionali, ci portano a ritornelli che lo sono anche di più: disperati ma sempre evocativi, colpiscono bene, nonostante la melodia da tipico power. A parte il tipico assolo, circondato da buoni stacchi a metà tra ritmica e melodia gestiti da Jahn Carlini e Manuel Menin, non c’è altro da dire su un episodio non eccezionale ma piuttosto buono: forse non esalta, ma sa il fatto suo!

L’attacco di Over the Seas ricorda ancora i Running Wild, ma presto i veneti la arricchiscono di svolazzi semi-orchestrali, di una bella melodia di chitarra e soprattutto di un tappeto di tastiera evocativo. Quest’ultimo rimane in scena anche quando entrano in scena le strofe, più dirette e ancora ispirate alla band di Rock ‘n’ Rolf, un’imitazione non originalissima ma nemmeno stantia. Il problema del pezzo è piuttosto ciò che segue: se i bridge incidono anche di più, con la loro grinta, sfociano poi in chorus con una bella base disperata, su cui però Stefano Sbrignadello disegna una melodia vocale senza grande carisma, oltre che banale. Non è un gran difetto: anche così, il pezzo si rivela buono e intrattiene il giusto, grazie ad alcuni spunti ben riusciti – tra cui è annoverabile la sezione di centro, col suo assolo lungo ma avvincente. Tuttavia, in Skull and Bones non brilla molto; di sicuro, ci riesce molto meglio War, che esordisce subito preoccupata, con un’urgenza che per il momento viene tenuta a freno, almeno a livello ritmico. Ma tempo mezzo minuto e ci ritroviamo in una fuga veloce, da tipico power: all’inizio è armoniosa, piena di venature di chitarre, prima che le ritmiche giungano a dominare nelle strofe. Tuttavia, la malinconia non è sparita: ben evocata dai fraseggi di chitarre, che ricordano quasi la scena melodica finlandese, e dalla bella prestazione del cantante, fluisce in maniera efficace, seppur sottotraccia. Diventa più estroversa solo nei chorus, che dopo una rapida escalation si propongono con un gran pathos e una melodia di base disperata, ispirata ancora a Stratovarius e Sonata Arctica, nonostante a tratti siano presenti ritmiche graffianti. Completa il quadro un tratto centrale altrettanto crepuscolare, perfetto per un brano di ottimo livello, neppure a troppo distanza dai picchi del disco. Ma A Hanged Man fa persino di più: lascia da parte la velocità per qualcosa di lento ed epico, come si sente sin dal delicato intro con melodie caraibiche ma per niente rilassate. E quando esplode, la malinconia si sprigiona ancor più forte, accoppiata con una tenacia battagliera in qualcosa di particolare, ma di gran impatto. Le ritmiche sono lente ma d’impatto, e lo stesso vale per i cori, immaginifici al massimo: è una norma che va avanti a lungo, in alternanza con tratti più calmi, dilatati, che danno respiro al tutto. In pratica la struttura è tutta qui, persino più semplice rispetto al solito: non è certo un problema, però, vista l’eccezionale aura, avvolgente, cupa, sognante che si sprigiona. Insomma, nonostante la semplicità parliamo di un pezzo mai noioso e pieno di grandi spunti: per quanto mi riguarda, è addirittura tra i picchi di Skull and Bones!

The Black Spot inizia molto oscura, con una melodia di pianoforte però sinistra; lo stesso si può dire della chitarra e della voce di Sbrignadello che presto arrivano ad accompagnarla. Lo stesso tema musicale viene poi ripreso dai Great Master in ambito metal: corale e ombroso, ricorda i Rhapsody più oscuri dei tempi d’oro. Ma è una situazione che non dura: in breve la musica diventa più dinamica e animata, persino brillante ad ascoltare la prestazione del batterista Massimo Penzo. Sui suoi diversi pattern, si snoda un pezzo sempre oscuro, grazie all’organo di Peccenini, ma meno opprimente e più incalzante, almeno nei suoi scambi migliori. Non tutto brilla in questa norma: a tratti il tutto è manieristico, e sono presenti dei momenti davvero stereotipati, che sanno di già sentito. Il fatto che ogni tanto tenda a ripetersi fa il resto: abbiamo un pezzo con diversi buoni spunti, ma anche alcuni momenti morti che alla fine lo rendono discreto e nulla più. Un altro preludio folk, stavolta disteso ed elegante, poi la calma viene spezzata dall’arrivo di Long John Silver, traccia nel tipico stile dei veneti qui, ispirato al metal tedesco ma con più eleganza, data ancora una volta dal bel tappeto di tastiera. Dopodiché, le strofe cambiano direzione di poco: all’inizio sono calme, con solo il basso di Massimo David a reggerle a livello ritmico, ma in breve si potenziano. Di basso profilo, sfociano dritte in bridge invece teatrali e di gran impatto; poi però il tutto si abbassa di livello per colpa dei ritornelli. Stavolta non sono neppure male, ma la loro melodia è ancora una volta un cliché da classico power, il che li limita: per fortuna, stavolta non lo fa di troppo, visto che riescono lo stesso a colpire in maniera discreta. Non un gran difetto, insomma, per un pezzo per il resto ottimo, sia nella sua norma che nelle poche variazioni, come per esempio la vorticosa sezione centrale. Il risultato insomma è un pezzo di buona qualità, non da urlo ma solido e concreto: in Skull and Bones non stona! Purtroppo, a questo punto i Great Master schierano Towards the Sunset, pezzo poco ispirato già dall’avvio: alcune delle sue melodie sono anche carine, ma il tutto sa di già sentito da lontano un miglio. E il bello è che si tratta comunque del passaggio più piacevole qua dentro! Le strofe cercano l’impatto ma stavolta non riescono a evocare nulla, neppure quando spuntano i cori, che cantano una melodia priva di mordente. Lo stesso difetto torna anche nei refrain: hanno davvero poco da dire, e non riescono a stamparsi in mente. A parte qualche melodia e qualche passaggio dell’assolo centrale, è lo stesso destino del pezzo in generale: si rivela un riempitivo non bruttissimo ma abbastanza inutile, in assoluto il punto più basso del disco.

Per fortuna, il disco si rialza dal passo falso con Skeleton Island, che conclude il concept: forse intesa come tipico “pezzo lungo finale”, è più complessa del resto ma giusto di poco, coi suoi appena sei minuti. L’inizio è da power classico, quasi allegro, ma presto si aggiunge a questo un certo spessore emotivo, grazie alle melodie di chitarra e al solito Peccenini, sempre sugli scudi. Gli intrecci tra questi strumenti sono al centro anche nelle strofe, incalzanti ed epiche: colpiscono bene, anche grazie a stacchi con una fisarmonica sintetica, animata come il resto. L’urgenza si placa solo coi chorus: più espansi e intensi dal punto di vista sentimentale, hanno una melodia nascosta, non troppo orecchiabile ma stavolta efficace. All’inizio sono l’unico momento di pausa: oltre alla falsariga principale, anche il resto è frenetico e orientato al power, come anche gli ansiosi bridge o le frazioni strumentali che spuntano qua e là. Poi però nel finale il pezzo si apre con forza, per una lunga sezione centrale quasi desolata, triste, ma senza perdere la carica epica, che sviluppa il ritornello per poi spegnersi in un outro nostalgico di pianoforte. È un’ottima chiusura per un pezzo valido e godibile: forse non impressiona come altri qui dentro, ma di sicuro si difende molto bene. A questo punto, l’album è agli sgoccioli: per l’occasione, i Great Master decidono di includere anche Skull and Bones, title-track di semplice tema piratesco che non ha a che fare col concept sentito fin’ora. Del resto, anche a livello stilistico è diversa: meno seria e più scanzonata, al suo interno tornano con più forza gli influssi folk della band, udibili sin dall’inizio con la fisarmonica che accompagna il ritmo saltellante. Anche per questo, sembra quasi di sentire a tratti una versione più rilassata degli Alestorm, seppur altrove la band veneta dimostri ancora la sua personalità. Lo si sente sia nella norma di base, col solito tappeto di tastiere che crea belle melodie e di tanto in tante qualche “oh” corale che spezza il tutto in maniera simpatica, sia nella progressione che da essa parte. Brevi bridge crepuscolari, a tratti sentiti mentre altrove anche un pelo inquietanti, poi esplodono con forza ritornelli pieni di cori, epici e solenni: sono semplici all’estremo, ma anche per questo si lasciano cantare benissimo. Completa il quadro un bell’assolo centrale, stavolta non di chitarra, ma di violino: aumenta la sensazione che la band sia a suo agio col folk, e che forse dovrebbe fare un pensiero sull’aumentare questa componente in futuro. Qualsiasi sia ciò che accadrà, però, un fatto è sicuro: abbiamo un’ottima traccia, appena alle spalle dei picchi del disco che chiude!

Per concludere, non nego che Skull and Bones – Tales from Over the Seas sia stata una piccola delusione per me, specie per le alte aspettative che avevo. Tuttavia, oggettivamente non è un brutto album: niente di trascendentale, ovvio, ma si rivela comunque un lavoro buono, onesto, piacevole. Se ti piace il power metal, di sicuro lo apprezzerai, specie se non vuoi un lavoro che non sia uguale a mille altri: in tal caso, anche questa nuova fatica dei Great Master ti è consigliata!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Hostis Humani Generis01:27
2Shine On05:39
3Urca de Lima06:02
4Over the Seas05:23
5War05:58
6A Hanged Man05:02
7The Black Spot05:26
8Long John Silver04:54
9Towards the Sunset05:54
10Skeleton Island06:18
11Skull and Bones03:37
Durata totale:   
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Stefano “Stex” Sbrignadellovoce
Jahn Carlinichitarra
Manuel Meninchitarra
Giorgio Pecceninitastiera
Massimo Davidbasso
Max Penzobatteria
ETICHETTA/E:Underground Symphony
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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