Iron Maiden – Iron Maiden (1980)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIron Maiden (1980), esordio della celebre band omonima, è un lavoro storico sotto molti punti di vista.
GENERELegato alla NWOBHM, ma al tempo stesso già presenta tutto gli stilemi resi famosi nel tempo dagli Iron Maiden.
PUNTI DI FORZAUn suono che influenzerà migliaia di band, nell’heavy metal e non solo. Un livello di ispirazione eccelso, con tanti ottimi spunti, canzoni con ognuna la sua personalità e nessun vero momento morto.
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIRunning Free (ascolta), Phantom of the Opera (ascolta), Transylvania (ascolta), Charlotte the Harlot (ascolta), Iron Maiden (ascolta).
CONCLUSIONIIron Maiden è un album fondamentale: non solo è influentissimo, ma si rivela addirittura uno dei migliori dei britannici!
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VOTO FINALE
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Ci sono album così storici e importanti, magari di band che lo sono altrettanto, con cui da recensore è difficile confrontarsi. Sono dischi così immensi che è difficile anche solo scrivere qualcosa che non sia già stato detto in passato e non suoni banale: per esempio, cosa si può dire dell’esordio omonimo degli Iron Maiden? Uscito nell’aprile del 1980, è tra i simboli più eclatanti di quel fermento culturale che fu la NWOBHM. Forse non può godere del titolo di primo full-length in assoluto del movimento (seppur acerbo, l’esordio dei Saxon risale al 1979), ma di certo è stato un album cardine della scena inglese e dell’heavy metal in generale. Ma soprattutto, Iron Maiden è il primissimo esempio del suono che, evoluto in seguito, diventerà il marchio di fabbrica della storica band inglese. Nonostante la sua carica giovanile, già gran parte dei suoi stilemi sono presenti, dal basso fragoroso di Steve Harris alle armonizzazioni di chitarra che oggi noi recensori definiamo “maideniane” quando le ritroviamo in altri dischi. È un suono che ha ispirato migliaia di band future, trascendendo i confini della NWOBHM e dell’heavy metal per arrivare a influenzare altri generi, anche molto lontani (penso per esempio a diversi gruppi nel death melodico svedese). Basterebbe giusto questo per dire quanto questo sia fondamentale, ma Iron Maiden fa molto di più con la sua musica, classica ma mai banale, piena di soluzioni che spiccano. A quasi quarant’anni dalla sua uscita, le sue tracce non hanno perso un briciolo della loro efficacia: anche visto un suono pulito, nitido in maniera eccezionale per l’epoca, è un lavoro invecchiato alla grandissima, e risulta splendido ancor oggi!

Descrivere nel dettaglio canzoni così famose è difficile, e probabilmente anche inutile: se sei un recensore lo capisci subito dai primi secondi di Prowler. Ha un attacco leggendario, quasi stonato ma molto efficace, prima di rivelare al mondo il suono degli Iron Maiden. Si sentono sia la prima incarnazione, con la sua carica quasi punk e la voce abrasiva di Paul Di’Anno, perfetta per questo genere scatenato, sia gli embrioni dello stile più compatto che si svilupperà in futuro. Tutto ciò è protagonista soprattutto nelle strofe: si scambiano spesso coi bridge, più rockeggianti e coi ritornelli, che riprendono l’attacco. Unica variazione è invece quella al centro, in cui il ritmo si alza come anche la frenesia. Tra momenti esplosivi e un bell’assolo, chiude al meglio una grandissima opener, un gioiellino che in qualsiasi album sarebbe il top. E che qui non sia nemmeno tra i pezzi più in vista la dice lunga! In diverse versioni moderne in CD dell’album, la seconda traccia è Sanctuary, bonus uscito in origine come singolo a sé stante e prima ancora nella compilation Metal for Muthas, in un’altra forma. Si tratta di un pezzo probabilmente anteriore al disco come concezione (la registrazione invece è avvenuta durante la stessa sessione del disco), e si sente: a livello stilistico è più rock e meno diretta del resto. Ma a parte questo, è un pezzo davvero divertente, con la sua semplice struttura: strofe basilari, ritornelli efficaci e il classico assolo veloce al centro che si chiude in maniera molto hard, più che heavy. Certo, forse non è bella come tutte le altre, ma non dà alcun fastidio: intrattiene al punto giusto, è di ottimo livello, e anche se fosse una bonus non abbasserebbe il livello di una briciola!

Dopo due pezzi così tirati, i toni si abbassano con Remember Tomorrow, prima delle due ballad del disco: inizia calma, con melodie di chitarra molto ricercate e un Di’Anno docile in maniera incredibile. È questa l’alchimia che contraddistingue le strofe, prima che gli Iron Maiden accelerino: non sono veri e propri chorus, ma più sfoghi ritmici, per quanto non esplosivi. Si rivelano anzi cupi come il resto, con persino un vago retrogusto doom (anzi, di quello che così sarebbe stato chiamato in futuro) a tratti, oltre che sentiti. L’unico momento che si diparte dalla tensione emotiva generale è al centro, molto serrato tra frazioni più lineari, di nuovo malinconiche e altre brillanti, dal ritmo spezzettato e quasi prog. Nonostante la differenza, si integra bene in un pezzo davvero splendido, seppur questo sia un paradosso. In quasi ogni album, anche capolavoro, un pezzo così brillerebbe molto tra i migliori: in questo invece è addirittura il punto più basso della scaletta “regolare” – e che meraviglia di punto basso! Va perciò meglio con Running Free, che prende vita dal rapido shuffle del compianto Clive Burr per poi scatenarsi con gran potenza. La velocità rimane sempre contenuta, ma la potenza dei riff e l’impatto che i britannici riescono a dargli lo rende comunque una bomba, una costante salita fino ai ritornelli. Semplici ma anthemici, tutti da cantare, coronano un vero e proprio inno e un manifesto per ogni giovanissimo che si sia mai avvicinato al metal! Chiudono la semplice e breve struttura ben due passaggi centrali: quando il primo è vorticoso e ha un che di crepuscolare, il secondo vede ancora Burr mettersi in mostra. Entrambi sono molto azzeccati per un pezzo elementare ma meraviglioso, uno delle assolute punte di diamante di Iron Maiden!

Se fin’ora, a eccezione di Rembember Tomorrow, il disco è stato allegro e scanzonato come da norma della primissima NWOBHM, con Phantom of the Opera i toni cambiano. Sin dal mitologico attacco, è un’aura malsana e ombrosa a dominare: un’aura che poi si sviluppa a pieno quando il pezzo entra nel vivo come un vortice nervoso e frenetico. È una norma che torna spesso nella falsariga di base: si scambia spesso con ritorni di fiamma dell’inizio, potenziati da un Di’Anno tenebroso e spesso anche dalle chitarre. È un vero spettacolo, ma il meglio la canzone lo dà con l’estesissima parte centrale, un’evoluzione travolgente a dir poco. Comincia tenebrosa, tra sonorità di più basso profilo e solo occasionali accordi più potenti, prima di confluire in un assolo infelice, molto morbido. Ma poi il pezzo riprende a crescere: con la guida del basso vorticoso di Harris, ci ritroviamo in una lenta risalita, sempre più potente, senza però perdere di eleganza. Se certi momenti hanno un impatto assurdo, è vero che il meglio sono le chitarre soliste, sempre molto presenti: disegnano melodie seriose, a tratti cupe, ma taglienti come il rasoio. È davvero sbalorditivo pensare che dei ragazzi di poco più di vent’anni abbiano imbastito tutta questa complessità, specie in un periodo in cui il rock duro era qualcosa di lineare e basilare. E ancor più incredibile è che lo abbiano fatto a dei livelli così grandiosi: sta di fatto che il risultato finale è strabiliante, uno dei picchi della carriera degli Iron Maiden e anche dell’album, di cui rappresenta uno dei sicuri picchi e forse è persino meglio!

Lasciati da parte i toni cupi, la strumentale Transylvania non ha però smarrito l’estro della precedente: inizia con urgenza, con un riff che sembra pronto a scattare, anche se la sezione ritmica non vuole seguirlo. Infatti dopo poco la musica vira su un mid-tempo potente, con anche una certa solennità nel suo riff e nelle melodie di chitarra classiche che spuntano a tratti. Ma poi la norma iniziale si ripresenta: stavolta lancia una lunga fuga, tutta retta da un riff ossessivo ma classico. Al di sopra si stagliano invece gli assoli incrociati di Dave Murray e Dennis Stratton: sempre vorticosi, non annoiano mai in una lunga progressione sempre musicale e ben studiata. Anche per questo, l’ho sempre trovata ben più che un interludio strumentale: è un pezzo significativo, che con le sue melodie disegna emozioni, il che la rende poco distante dal meglio del disco! Seconda ballata della scaletta, stavolta Strange World si mantiene su toni bassi per tutta la sua durata. Toni bassi peraltro di gran ricercatezza, con cui gli Iron Maiden dimostrano un gran gusto anche su lidi lontani da quelli più usuali per loro. L’unica concessione a un rock un po’ più duro sono i nostalgici assoli che spuntano qua e là, mentre per il resto la base è morbida, presenta i dolci e lenti incastri tra chitarre pulite e basso. Le melodie sono studiate al meglio, come anche i suoni, echeggiati a creare un panorama onirico in cui Di’Anno, senza grandissime doti canore, fa lo stesso una gran bella figura. In pratica non c’è altro in un pezzo semplice che, del resto, non ne ha bisogno: anche così parliamo di un lento splendido, ben integrato anche in un album del genere!

Sin dall’attacco di basso e di chitarra iniziale, Charlotte the Harlot è scanzonata, festosa: una natura che la contraddistingue per gran parte. Allegre sono sia le strofe, con un altro di quei riff maideniani che più classici non si può, nella versione più animata e legata al rock, sia i brevi ritornelli, cadenzati dal rullante di Burr, sia i tratti strumentali che li seguono. Di base è questa la struttura di gran parte del pezzo, ma al centro la band britannica cambia direzione verso coordinate più sentite. Ricorda le ballad già ascoltate nel corso del disco, ma con la sua leziosità si inserisce alla grande all’interno di un episodio splendido. Se molti fan la sottovalutano o la considerano addirittura il passaggio meno bello della scaletta, per me non è neppure troppo distante dal meglio che essa abbia da offrire! Va però ancora meglio con un altro pezzo a dir poco leggendario, l’ennesimo e ultimo di questa breve ma intensa serie: parlo ovviamente di Iron Maiden! Il suo attacco di chitarre incrociate non ha bisogno di presentazioni nelle varie versioni in cui torna lungo il pezzo; lo stesso vale per il resto. Mitiche si rivelano sia le strofe, con il loro vago senso minaccioso, sia i chorus, che lo accentuano ma al tempo stesso risultano catchy al massimo. Completa questo quadro una sezione centrale breve ma splendida, in cui anche Harris ha spazio per un suo assolo, e la questione è fatta. Abbiamo non solo un pezzo celebre per esser stato sempre riproposto dal vivo, e non solo uno dei massimi zenit di cos’era la NWOBHM all’inizio. Soprattutto, abbiamo un altro dei picchi assoluti dell’album, che si conclude perciò col botto assoluto!

Forse è inutile puntualizzarlo a questo punto, ma Iron Maiden è un lavoro eccezionale, pieno di spunti meravigliosi e senza neppure un vero istante morto. Per la mia opinione, è il più bello che i Maiden abbiano mai inciso insieme a Powerslave; anche a livello oggettivo, però, non merita niente di meno che il massimo dei voti. Un massimo dei voti guadagnato per la sua storicità, per essere uno dei più grandi esempi di NWOBHM di tutti i tempi, per tutta l’influenza che ha avuto sul movimento e non solo, e per essere la base di partenza di una delle più grandi band metal di tutti i tempi. Ma soprattutto, un massimo dei voti guadagnato dalla sua grandiosità!

Circa quaranta anni fa, il 14 aprile del 1980, vedeva la luce l’esordio omonimo degli Iron Maiden. Come già detto nella recensione, si tratta di un lavoro storico sotto molti punti di vista, con la sua influenza e il suo essere il primo lavoro in assoluto di una carriera illustre come quella degli inglesi. Per tutti questi motivi, oltre che per il suo enorme valore intrinseco, una recensione come questa era quasi un obbligo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Prowler03:56
2Sanctuary (bonus track)03:16
3Remember Tomorrow05:28
4Running Free03:18
5Phantom of the Opera07:20
6Transylvania04:19
7Strange Worlds05:32
8Charlotte the Harlot04:13
9Iron Maiden03:36
Durata totale: 40:58
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Paul Di’Annovoce
Dave Murraychitarra
Dennis Strattonchitarra e backing vocals
Steve Harrisbasso e backing vocals
Clive Burrbatteria
ETICHETTA/E:EMI
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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