Judas Priest – British Steel (1980)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEBritish Steel (1980), sesto album dei Judas Priest, è un lavoro che incarna in pieno l’heavy metal nella sua forma più tradizionale.
GENEREIl più puro heavy metal classico.
PUNTI DI FORZAUn altissimo livello di ispirazione, un continuo esplorare da parte della band, una scaletta piena di canzoni con ognuna la sua personalità, un suono che ha fatto scuola e influenzato moltissimi altri in futuro
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIRapid Fire (ascolta), Metal Gods (ascolta), Breaking the Law (ascolta), You Don’t Have to Be Old to Be Wise (ascolta), The Rage (ascolta), Steeler (ascolta)
CONCLUSIONIBritish Steel non è solo un lavoro storico e seminale: è anche una grandiosa rappresentazione dell’heavy metal classico al massimo del suo splendore, nonché un capolavoro perfetto!
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VOTO FINALE
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Qualcuno, vedendo la recensione dell’esordio omonimo degli Iron Maiden lo scorso lunedì, se lo sarà chiesto: come mai una celebrazione del genere oltre una settimana prima dell’effettivo anniversario? Non è stato certo un caso o una svista: il motivo è che il 14 aprile (che anche per questo può quasi diventare una “giornata mondiale del metal”) del 1980 non ha visto solo uscire Iron Maiden, ma anche un altro album degno di celebrazione. Un album che, peraltro, rappresenta una delle più pure incarnazione di ciò che l’heavy metal classico è mai stato: parliamo di British Steel dei Judas Priest. Non è solo un album che, fin dal titolo, è il puro heavy metal incarnato, e definisce in maniera definitiva i canoni del genere, ma anche una tappa cardine per la carriera del gruppo inglese. Per capirlo, basta ascoltare il precedente (peraltro validissimo) Killing Machine: un album a tratti pesantissimo, ma ancora pieno di influssi hard rock, con cui la band sperimentava e non solo in senso metal. British Steel invece vede i Judas Priest focalizzarsi su qualcosa di potente e heavy in via definitiva. E i risultati si vedono: i britannici erano famosi anche prima, ma solo con quest’album diventano l’icona dell’heavy classico che tutti conosciamo oggi. Ma non c’è solo la purezza del loro metal: parliamo anche di un lavoro ispiratissimo, praticamente perfetto. La classe dei Judas Priest si sente nel loro solito esplorare in direzioni diverse, senza mai adagiarsi su un certo archetipo o vivere di rendita su poche idee. Pur ricadendo tutte nello stesso canone stilistico, ogni canzone di British Steel ha la sua personalità diversa, e il gruppo non si ripete mai. Anche questo contribuisce a un lavoro che, a quarant’anni di distanza, rimane ancora uno dei più fulgidi esempi di heavy metal classico di tutti i tempi, e non sembra invecchiato di un giorno!

Un breve intro che mostra già quanto sarà pesante, poi Rapid Fire entra in scena con la forza di un macigno. Il testo cantato da Rob Halford è di un’energia assurda, e lo stesso si può dire dei riff di Glenn Tipton e K.K. Downing con cui il cantante duetta. È questa in pratica la struttura della base del pezzo, con poche differenze tra strofe e ritornelli, se non di intonazione, ma non serve altro alla sua potenza da urlo. Tuttavia, i Judas Priest danno il meglio al centro, che aumenta ancora la sua frenesia e la sua componente “speed”. Tra potenti ritmiche, il cantante aggressivo e assoli veloci, quasi a eruzione, è un momento da veri brividi in ogni suo istante. Completa una canzone a dir poco meravigliosa, che apre British Steel come meglio non si poteva. Ma la successiva Metal Gods non è da meno: dopo dei suoni oscuri, parte con meno frenesia, ma ha sempre dalla sua una compattezza assoluta. Lo si sente già dal riff di base, semplice ma iconico, alla base di un mid-tempo incalzante al massimo: ci porta dritto in bridge anche più intensi, per poi esplodere nei ritornelli. Anch’essi sono elementari, il che però li rende anthemici, perfetti per l’atmosfera della canzone. Atmosfera che è calda, ma al tempo stesso ha qualcosa di meccanico, ben sposato col testo fantascientifico che dà un altro tocco di fascino. Completa il quadro un assolo molto buono al centro e soprattutto i tanti piccoli arrangiamenti che appaiono qua e là, tra armonizzazioni ed effetti vari (realizzati in maniera artigianale, come nel finale, in cui usano dei cassetti di posate per simulare l’avanzata dei robot protagonisti del testo!). Sono dettagli che però non sminuiscono il pezzo, anzi lo valorizzano: il risultato è il secondo pezzo immenso di una serie ancora appena all’inizio!

Breaking the Law è leggendaria, una delle canzoni più famose del quintetto britannico, e capire perché non è difficile fin dal mitico riff iniziale, semplice ma fantastico. Torna a tratti in una canzone che di solito è invece meno esplosiva, preferendo invece un approccio più arcigno, rabbioso. Lo si sente sia nelle strofe, ombrose e aggressive, sia soprattutto nei refrain, feroci per gli standard dell’heavy metal classico. Completa il quadro una parte centrale senza neppure assolo, breve e potente, e un finale ossessivo: è quanto basta a un pezzo brevissimo per essere eccezionale e perfetto, un altro dei picchi di British Steel! Dopo tanta cattiveria, saggiamente i Judas Priest piazzano Grinder, traccia che si apre ma senza perdere nulla in potenza. Dal suo riff principale trasuda un bel distillato del primo heavy metal anni ottanta, energico ma al tempo stesso divertente. Con la sua semplicità e giusto qualche assolo a corredo, regge sia i momenti strumentali che le strofe, entrambi di ottimo intrattenimento. Un pelo più oscuro sono invece i refrain, però senza mai diventare tenebrosi o arrabbiati: al contrario, si uniscono bene al resto. Lo stesso si può dire della sezione centrale, che dopo il solito assolo di qualità eccezionale presenta anche un bel passaggio rallentato, ma ancora della giusta carica. Il risultato finale è di nuovo di altissimo livello: certo, forse in un disco così non trova posto tra le punte di diamante, ma in quasi ogni altro album ci riuscirebbe eccome!

Per la prima volta dall’inizio, ora i toni si abbassano con United, spesso bistrattata dai fan, in maniera a mio avviso ingiusta. È vero che con la sua calma interrompe il flusso di potenza del disco, ma va bene così: la scaletta in questo modo ha il giusto respiro. E poi non è così brutta: nelle strofe le chitarre suonano un riff accattivante, catchy, che diverte. Lo stesso vale per i ritornelli, zuccherosi ma che si lasciano cantare bene, sia quando Halford è in solitaria, sia nel finale corale. Certo, è anche vero che all’interno di British Steel scompare, specie se paragonata ad altri macigni clamorosi; per quanto mi riguarda però è piacevolissima, e non abbassa nemmeno di un po’ il valore generale! Va però molto meglio con You Don’t Have to Be Old To Be Wise, che ci riporta all’heavy metal ma con influssi hard rock, accoppiati bene a un testo di carattere giovanile. L’attacco ricorda certe cose che poi verranno sviluppate l’anno dopo con Point of Entry, seppur la sua base si mescoli presto con un tocco più energico. È quello che regge buona parte del brano, a metà tra melodie scanzonate e riff magmatici: un ibrido che incide alla grande per energia e vitalità. Lo stesso compito viene svolto alla grandissima dai ritornelli, più graffianti e heavy, ma al tempo stesso efficacissimi a livello di melodia di base. La struttura inoltre è quella classica, con un assolo adeguato al centro e un finale che ripete il chorus in maniera più cadenzata come unica variazione. E non c’è davvero bisogno di altro per un nuovo episodio splendido: molti tendono a sottovalutarlo, ma per me è poco sotto ai migliori del disco!

Un ritmo semplice di batteria, poi un altro pezzo leggendario come Living After Midnight si sposta su coordinate più hard rock, almeno per il ritornello con cui inizia. Ripetuto spesso, è di gran divertimento, spensierato e allegro come solo l’hard ‘n’ heavy classico sa essere! Più dure si rivelano invece le strofe, ma senza esagerare: anch’esse puntano, come il resto, a intrattenere – cosa che peraltro riesce loro bene, unendosi alla grande nel tessuto del pezzo. Lo stesso lavoro è svolto in maniera egregia dalla sezione centrale, ancor più hard rock del resto, specie col giocoso assolo. L’unica cosa a mancare in questi tre minuti e mezzo è un qualsivoglia momento morto: abbiamo l’ennesimo pezzo riuscito a meraviglia di British Steel! Va però anche meglio con The Rage: comincia con un preludio strano, in cui prima si sente il basso di Dave Hill, su cui Tipton e Downing arrivano a disegnare melodie addirittura reggae (!). Ma nel giro di poco la norma vira su un mid-tempo solidissimo, serioso, con un altro di quei riff heavy metal da antologia di cui i Judas Priest hanno infarcito questo disco. È un gran bel sentire, e torna spesso lungo la canzone, in alternanza con tratti cantati e più leggeri, ma integrati a dovere nell’aura generale. È un’atmosfera particolare, minacciosa ma al tempo sensuale, seducente: uno strano connubio che però rende in maniera meravigliosa. Un assolo lezioso seguito da un ritorno di fiamma dell’inizio è tutto il resto del contenuto di un pezzo semplice ma meraviglioso, un altro dei picchi assoluti del disco!

Ormai l’album originale è agli sgoccioli: non c’è rimasto spazio che per Steeler, tutto un programma a partire dal titolo! Un titolo che, peraltro, non viene disatteso: sin dai primi istanti abbiamo un flusso di puro metallo ardente, che scorre con rinnovato dinamismo. Il riffage è sempre intrigante, anche quando è più sottotono sotto alla voce di Halford: quando poi le chitarre si spostano in primo piano, la loro potenza è allucinante. Ma la band dà il meglio quando si diparte da questo dualismo: ne è un ottimo esempio il centro, di potenza ancor maggiore prima che una rullata di Dave Holland (che dimostra tutta la sua bravura, nonostante sia spesso sottovalutato) ci faccia tornare alla base. Il mio momento preferito è però la lunga coda finale: ossessiva sullo stesso riff, si fa però sempre più graffiante e d’impatto, salendo di volume via via. Contribuiscono anche dei fuzz e dei brevi assoli storti di chitarra: il risultato è un effetto potentissimo, che chiude l’ultima delle tantissime punte di diamante di questo breve ma intenso album! Nella mia versione di British Steel sono però presenti due bonus a questo punto: al di là della versione live di Grinder, interessante quanto può esserlo una traccia dal vivo, quello che spicca di più è Red, White and Blue. Sorta di semi-ballad patriottica, è stata registrata durante le sessioni di Turbo nel 1985, e si sente dal suono, più patinato e meno potente. Per tutta la sua durata, vede un ritmo lento reggere una chitarra espansa, quasi d’atmosfera, su cui Halford canta in maniera compassata. Sia le strofe che i ritornelli seguono questo canovaccio, coi secondi solo un po’ più densi – seppur anche nei primi vi siano piccoli arrangiamenti. Il tutto è carino, piacevole, seppur certo non impressiona, specie alla fine di un disco così: per fortuna, è solo una traccia bonus, e non dà nemmeno troppo fastidio!

In conclusione, il concetto a questo punto dovrebbe essere già chiaro: British Steel non è un solo un album heavy metal eccezionale. British Steel È l’heavy metal classico, al massimo del suo splendore. Se ami il genere, è un must assoluto che non ti può mancare in nessun caso, per il suo valore ma anche per la maniera con cui definisce il genere. Se esso è quello che è e non si presenta in una forma diversa, infatti, il merito è anche – per non dire soprattutto – dei Judas Priest!

Trent’anni fa quasi esatti, il 14 aprile del 1980, vedeva la luce British Steel, storico album con cui i Judas Priest diventavano gli dei dell’heavy metal conosciuti ancora oggi. Per la sua bellezza, ma anche per la sua incredibile influenza nel definire il genere heavy classico, è un disco che meritava una celebrazione, sia pure nella dimensione ridotta di una delle nostre recensioni storiche!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Rapid Fire04:06
2Metal Gods04:01
3Breaking the Law02:35
4Grinder03:57
5United03:34
6You Don’t Have to Be Old to Be Wise05:04
7Living After Midnight03:31
8The Rage04:45
9Steeler04:29
10Red, White and Blue (bonus track)03:42
11Grinder (live – bonus track)04:47
Durata totale: 44:31
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Rob Halfordvoce
K.K. Downingchitarra
Glenn Tiptonchitarra
Ian Hillbasso
Dave Hollandbatteria
ETICHETTA/E:Columbia Records
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