Stillness – Hermit (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONECon Hermit (2019), quinto album della sua carriera, il progetto Stillness (one man band del musicista novarese Apathy L.) conferma quanto di buono sentito nel precedente Glory of the Nord (2019)
GENEREUn atmospheric black metal più diretto rispetto al passato a tratti, ma altrove con molti risvolti ambient; soprattutto, brilla il suo lato melodico, molto spinto.
PUNTI DI FORZAUno stile di ottima personalità, melodie valide, musica ben congegnata, atmosfere calde e avvolgenti.
PUNTI DEBOLIUn filo di omogeneità, una certa mancanza di hit e di memorabilità, un po’ di rilassatezza e una scaletta un po’ discontinua a livello stilistico.
CANZONI MIGLIORISong from a Magical Land (ascolta), Awaiting (ascolta), Vernal Rain(ascolta
CONCLUSIONIPur non facendo gridare al miracolo, nonostante i difetti Hermit si rivela un album buono, adatto a chi ama il black metal più espanso e caldo!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
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Mi è già capitato, non più di una manciata di mesi fa, di occuparmi del progetto Stillness. Parto della mente del novarese Apathy L., l’ho scoperto a metà 2019, quando ho recensito il suo quarto album Glory of the Nord. Essendo però, come accade a volte alle one man band, un progetto molto prolifico, il musicista piemontese non è rimasto mani in mano nel frattempo: a solo pochi mesi da quel disco vedeva la luce Hermit, quinto full-length firmato Stillness. Si tratta di un lavoro che conferma quanto di buono sentito nel predecessore; al tempo stesso, però, L. non copia il passato. Rispetto a Glory of the Nord, c’è una piccola evoluzione stilistica, pur senza stravolgimenti: se la base è sempre un black metal atmosferico con forti influssi ambient, a tratti il disco sa essere più diretto e meno espanso. Merito soprattutto dell’ospite tedesco Sumarbrander, che spesso usa lo scream al posto dell’etereo pulito di L. sentito nel predecessore. Ma Hermit vive il cambiamento maggiore nel comparto melodico: è molto più spinto che in passato, e rende il genere di Stillness molto orecchiabile, almeno per gli standard black. Ciò a sua volta influenza molto l’atmosfera: lasciata da parte l’epicità del precedente, che torna solo a sprazzi, ora la musica del progetto novarese è più malinconico. Aiutano questo intento anche alcuni tocchi di colore: spesso di origine folk, a tratti però il progetto pesca anche dall’ambient.

Il risultato di tutto ciò è un suono forse un filo meno originale rispetto a Glory of the Nord, ma certo non canonico. Anche in Hermit, Stillness dimostra la sua personalità, oltre alla stessa bravura dimostrata nel precedente: la musica sarà diversa, ma sempre congegnata con buoni mezzi. Questo tra l’altro consente anche a L. di andare oltre alcuni difetti: oltre a un filo di omogeneità, ereditato dal passato, la scaletta soffre di una certa mancanza di hit. Seppur godibilissima, la maggior parte della musica di Hermit non è molto memorabile. Forse è anche colpa della rilassatezza di Stillness in certi frangenti, impersonata dai tanti interludi ambient presenti, a tratti di troppo: la loro eccessiva presenza rendono l’album un po’ discontinuo a livello stilistico. Per fortuna, però sono validi e non danno troppo fastidio; in generale, parliamo di un lavoro di buon livello. Forse non farà gridare al miracolo, ma sa bene il fatto suo!

Le danze partono da The Beginning of Spring, intro piuttosto lungo: comincia con suoni d’ambiente, su cui entra una melodia quasi goffa. L’effetto peraltro credo sia voluto: ricorda gli analoghi preludi del metal anni novanta, prima che un violino e poi un tappeto ambient, che ricorda una versione tenera di quanto sentito nel precedente album, ci portino in un ambiente più moderno. È su questa base che spunta una voce femminile dolce: disegna una bella melodia per poco, prima che il pezzo si spenga in una coda calma e si ricolleghi all’inizio di Hermit. Anch’essa all’inizio è tranquilla, con un vago senso sognante nelle melodie molto folk e del pianoforte che la riempiono. È un inizio avvolgente, che si spezza solo dopo un minuto e mezzo, quando entrano in scena elementi black, come lo scream e la chitarra. Il clima però è ancora disteso, segno che siamo ancora nel preludio: solo dopo oltre due minuti e un ritorno alla calma, la musica entra davvero nel vivo. E lo fa in maniera sorprendente: ci ritroviamo in un pezzo black/folk metal, con cornamuse che scandiscono una melodia insieme epicheggiante e malinconica. È quest’ultimo il lato che presto prende il sopravvento: se questa falsariga torna sulla trequarti, per il resto il pezzo è più spoglio. Sul ritmo lento, dominano le melodie di chitarra, e a tratti di tastiere: disegnano panorami avvolgenti, da sogno, oscuri ma in senso più triste che aggressivo. Anche i tratti meno melodici e con lo scream di Sumarbrander non sono aggressivi, ma anzi hanno un bel pathos. Pathos che poi, spesso, si accentua in ritornelli cantati in pulito, ancor più nostalgici e di alto spessore emotivo. A parte questa norma, l’unica variazione è un assolo centrale, ipnotico e ben fatto: condisce bene un pezzo a tratti troppo disteso, ma di norma efficace. Non sarà tra il meglio del disco a cui dà il nome – anzi, tra gli episodi metal forse è addirittura il meno bello – ma sa bene il fatto suo e si rivela buono!

Primo interludio vero e proprio dell’album, Lone Minstrel’s Song si muove tutto su docili coordinate folk. Per lunghi tratti, a guidare la musica è la melodia di un violino, lenta e di gran malinconia, seppur eterea, avvolgente, persino lirica a tratti. Ottimi anche i momenti in cui a far più capolino sono i flauti sintetici, la chitarra e il pianoforte dell’ospite Marco: anche più soffici del resto, danno al tutto un tocco ancor più ricercato. Ed è proprio l’eleganza che fa brillare molto questo pezzo: sarà anche solo un intermezzo (per quanto, coi suoi cinque minuti, si potrebbe considerare un pezzo vero e proprio), ma è di alto livello! Anche la successiva Awaiting comincia con toni folk, mescolati a cori sintetici di origine ambient: dopo poco più di mezzo minuto, però, esplode con un riff potente, più di quanto si sia sentito in Hermit fin’ora. Ma è una potenza poco graffiante, con un retrogusto quasi da metal classico, non fosse per i suoni alle sue spalle, che presto prendono il sopravvento. Ci ritroviamo così in una falsariga molto espansa, che tra momenti spogli e altri con melodie di chitarra di vago influsso post-rock ci porta in un panorama sottile, delicato. Lo è soprattutto l‘aura, sentita ma mai in maniera lancinante: al contrario, è sempre dilatata, avvolgente, calda al punto giusto. Va avanti per poco, prima di spegnersi in un tratto che riprende le melodie iniziali con pianoforte e violino: sembra quasi una coda, ma poi il metal riprende. Con la stessa impostazione di prima ma un carico emotivo anche più pesante e un bellissimo assolo vorticoso, è forse il momento migliore del pezzo. Ma anche il resto non scherza: il risultato è di alto livello, poco distante dai picchi del disco!

Battle in the Sky è un altro intermezzo folk, stavolta di carattere medioevale: inizia quasi dissonante ma poi si stabilizza su una norma solenne. La sua melodia di base è semplice, viene scandita a tratti in maniera più concentrata, altrove invece più eterea: spesso a farlo sono strumenti folk sintetici, dal suono del violino (ma non solo). Gli stessi tendono a variare a tratti, dando colore al pezzo e rendendolo mai noioso, nonostante la base ossessiva. Il risultato finale è piacevole, nonostante la breve durata: forse qualcosa di più esteso avrebbe reso meglio! Lo dimostra, se non altro, Vernal Rain, altro intermezzo più spoglio e con meno influssi folk. Essi tornano a tratti personificati da qualche melodia in sottofondo e soprattutto dalla chitarra pulita, a cui però al centro si sostituisce il pianoforte, autore anche di qualche bell’arricchimento. Entrambi accompagnano una base da classico ambient, con in suoni sintetici in bella vista e a volte anche un effetto pioggia. Il tutto è abbastanza semplice, ma con la sua atmosfera dimessa e intensa si rivela lo stesso di gran impatto. Il risultato è un episodio intimista e avvolgente al massimo, ben più che un intermezzo qualunque: per quanto mi riguarda è addirittura poco lontano dal meglio di Hermit! La seguente New Dawn inizia quindi più macinante rispetto alla media del disco: anche così però sono le tastiere e l’atmosfera a dominare. In breve, l’anima preminente di Stillness riprende il sopravvento, in quella che è l’alternanza di base del brano: momenti cantati e più potenti, ma sempre espansi, e altri invece gestiti dalla melodia si alternano varie volte. Se i primi sono solidi e costanti, i secondi invece variano di più: a tratti sono più dinamici, altrove lenti e intimi, come al centro. È una sezione molto sentita, molto delicata all’inizio, ma poi esplode in maniera quasi drammatica, un vortice che ricorda quasi i migliori Agalloch, seppur in maniera più calma. E se a tratti il pezzo si perde, in fondo importa poco: anche così, il suo livello rimane buono!

My World si ricollega all’outro dolce della precedente, anche se qui l’arpeggio (non più di chitarra, ma è la tastiera) prende una strada più strana, misteriosa. Non si perde però l’aura nostalgica che è il cuore della musica di Stillness: è ben presente tra le righe di un crescendo che man mano assume nuovi suoni, quasi tutti di origine sinfonica, seppur ci siano anche influssi distorti, elettronici. Ma questa situazione dura poco, prima che entri in scena il metal, stavolta piuttosto cupo, almeno per gli standard di Hermit. Con i suoi semplici accordi, ha persino un retrogusto doom e ombroso, però ben sposato con la ricercatezza del suono impostato da L.. Succede al meglio sulla trequarti, meno potente e più desolata, col ritorno di influssi folk e sinfonici dall’inizio, che poi nel finale riprendono di nuovo il sopravvento. Il risultato è un buonissimo intermezzo, uno dei migliori di un lavoro che ormai è agli sgoccioli: ora infatti c’è rimasto solo spazio per Song from a Magical Land. Sin dall’inizio, al suo interno si può sentire una carica diversa, e non solo nel riff, più coriaceo: a dominare è soprattutto una certa tensione evocativa. Lo fa sia in questa norma più vorticosa, che torna a tratti col passare del tempo, sia con quella più espansa e sognante con cui si alterna. Il tema di base rimane più o meno lo stesso tra le due anime, ma non annoia: merito non solo della sua capacità atmosferica, ma anche di piccoli, riusciti cambiamenti qua e là. Alcuni sono dettagli quasi invisibili, ma al centro invece la linea varia di più: merito dell’ennesimo bell’assolo, lento ma significativo. Ottimo anche il finale, che dopo alcuni accordi quasi da metal classico, belli epici, si spegne in un’ultima coda folk, stavolta col solo piano ad accompagnare la chitarra pulita. Non ci poteva essere chiusura migliore per un pezzo del genere: l’album finisce così col botto, con il suo pezzo in assoluto migliore, un piccolo gioiello di black melodico e profondo!

Per concludere, Hermit è un lavoro non eccezionale ma godibile il giusto, sia come sottofondo musicale che se si vuole qualcosa da ascoltare con attenzione. In quest’ultimo caso, tenderei a sconsigliarlo a chi dal black metal cerca ferocia, freddezza, chitarre taglienti come rasoi e oscurità. Ma per chi ama anche suoni più rilassati e caldi, è da provare: se lo sei, perciò, non posso che esortarti a dare al progetto Stillness almeno una chance!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Beginning of Spring02:45
2Hermit08:44
3Lone Minstrel’s Song05:06
4Awaiting05:27
5Battle in the Sky02:18
6Vernal Rain04:32
7New Dawn05:33
8My World03:18
9Song from a Magical Land06:06
Durata totale: 43:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
L.tutti gli strumenti
OSPITI
Sumarbrandervoce
Marcopianoforte
Omnionarrazione (traccia 4)
ETICHETTA/E:Autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:La band stessa

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