Bathory – Hammerheart (1990)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEHammerheart (1990), quinto album dei Bathory, è un lavoro importantissimo a livello storico.
GENEREPartendo dagli spunti presenti nel predecessore Blood Fire Death (1988), è diventato meno estremo e più epico: è il primo esempio di viking metal vero e proprio della storia.
PUNTI DI FORZAUno stile rivoluzionario per l’epoca, un gran livello di maturità, un songwriting complesso ma attento.
PUNTI DEBOLIUna registrazione troppo grezza anche per gli standard dei Bathory (un difetto poco influente).
CANZONI MIGLIORIShores in Flames (ascolta), Baptised in Fire and Ice (ascolta), Father to Son (ascolta), One Rode to Asa Bay (ascolta).
CONCLUSIONIHammerheart non è solo un album di grande spessore storico ma anche un vero capolavoro!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
97
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1988: i Bathory pubblicano Blood Fire Death. Si tratta di un album con molte novità per il suono della band svedese: per la maggior parte delle canzoni, questo significa influssi death e thrash più presenti, che li portano su ritmi indiavolati. Ma due brani della scaletta, A Fine Day to Die e la title-track, vanno in controtendenza: seppur rabbiosi come il resto, presentano un ritmo più lento e sonorità più epicheggianti. È qualcosa di totalmente nuovo in ambito di metal estremo, un esperimento che per fortuna i Bathory non lasciarono isolato. Ci vollero due anni, ma nel 1990 finalmente vide la luce Hammerheart: un lavoro con cui la band di Quorthon sviluppa in maniera più estesa e convinta questa sua nuova anima. Lo fa con un approccio meno feroce e più d’atmosfera rispetto anche ai prodromi sentiti in Blood Fire Death: non sono sparite solo la velocità furibonda o la cattiveria. Il black metal degli svedesi è diventato solenne: seppur permangano elementi più estremi sono diventati rari, mentre lo scopo dei Bathory è ora l’epicità. È uno scopo a cui Hammerheart è votato in toto ogni riff e ogni melodie cerca di raggiungere lo scopo, e anche gli influssi doom e heavy abbracciati dagli svedesi spingono nella stessa direzione. Unendo a questo testi che espandono ancor meglio le suggestioni odiniche già presenti nel predecessore, un’altra novità per l’epoca, ne risulta il primo, vero esempio di viking metal della storia.

Ma non c’è solo l’importanza storica, né tantomeno c’è il precorrere sonorità che poi si svilupperanno in una scena vera e propria solo molto anni dopo. Del resto è qualcosa a cui i Bathory non sono nuovi: all’epoca di Hammerheart, i gruppi che avrebbero creato il black classico rifacendosi gli stilemi di Under the Sign of the Black Mark, di tre anni prima, ancora vivevano nell’underground. No, il vero punto in cui il disco brilla è la sua grande maturità: qualcosa di quasi incredibile, a paragonarlo con Blood Fire Death. Rispetto a quelle dritte al punto del predecessore, le canzoni di Hammerheart sono molto più complesse, in maniera non eccessiva ma degna di nota. È un fattore che i Bathory gestiscono alla grande, specie per l’aura, di epicità assurda che riescono a evocare. Ma c’è anche un grandissimo impatto, e in generale è stupefacente con quanta naturalezza gli svedesi riescano a gestire questo loro nuovo suono. Certo, non tutto è perfetto: il punto debole primario del disco è la registrazione, di bassa qualità come i Bathory ci hanno già abituato, o forse persino peggio. È un po’ un problema: se andava bene per la maggiore aggressività precedente, qui limita un po’ la resa atmosferica del complesso. Ma lo fa giusto di poco: per il resto, Hammerheart è un lavoro grandissimo, con davvero poco di storto e tantissimi momenti da urlo!

Shores in Flames comincia da un intro di suoni di risacca, su cui dopo pochi secondi entra un arpeggio pulito. Il suo suono, pieno di echi, si presenta desolato all’inizio, ma poi via via si addensa, pur rimanendo sempre sottotraccia, anche quando spunta la voce immaginifica di Quorthon. In ogni caso, già da subito, pur essendo nascosto, quasi intimista, il panorama è evocativo: lo diventa ancor di più quando, dopo quasi tre minuti il pezzo infine esplode. Ci ritroviamo allora in un ambiente cupo, che richiama subito alla mente le immagini di una battaglia. Merito soprattutto del bellissimo riffage, di grandissima solennità: sul ritmo sempre lento e marziale, disegna panorami guerreschi di gran effetto. Anche la voce del mastermind è un grande aiuto: solo ogni tanto davvero urlata, di solito più epicheggiante, è un grande aiuto per l’aura generale. È il connubio che regge i tanti passaggi che si susseguono: alcuni sono davvero tempestosi anche senza essere veloci, un lato tenebroso molto spinto. Altri invece sono più espansi, ricordando da vicino quello che nel tempo sarebbe diventato il black atmosferico (come già detto, all’epoca non esisteva neppure quello classico), ma senza perdere il tocco epico. Altri ancora si trovano invece a metà tra i due mondi, distesi ma cupi; in ogni caso, ogni ingrediente è dosato alla grande, con competenza assoluta. Merito anche del gran numero di passaggi topici: dal riff principale, che dà la cadenza a tutti gli altri, all’assolo della trequarti, lanciato in maniera strepitosa da Quorthon, dai momenti corali a quelli più spogli, tutto funziona. Il risultato sono oltre undici minuti incalzanti e senza momenti morto dall’inizio alla coda finale, col profondo suono di un corno e lo scoppietto di un fuoco per quasi un minuto. Si rivela insomma un episodio perfetto, un’apertura col botto per Hammerheart!

Valhalla parte di nuovo da chitarra pulita, seppur accoppiata sin dall’inizio da un riff espanso di natura black. È l’inizio di un crescendo lento ma appassionante, che tra ritmi cadenzati e tastiere (o forse sono chitarre iperdistorte) ci porta dritti a un mid tempo cadenzato e di nuovo epicheggiante. Almeno, questa è la base delle strofe, molto oscure nella loro carica evocativa; poi però il panorama si apre, diventa meno pesante e più ricercato. Lo rendono tale il ritorno delle chitarre folk e anche i cori: in sottofondo all’inizio, esplodono poi nei ritornelli, trionfali e maestosi, di gran epicità. Ottima anche la parte che li segue, con la stessa aura, seppur in senso più grezzo, con la voce sguaiata di Quorthon che però non evoca cupezza. A parte questa struttura di base, c’è poco altro: oltre a qualche stacco corale, il resto del pezzo è caratterizzato da stacchi d’atmosfera. Si prendono soprattutto il centro e il finale: il primo, dopo un breve ritorno di fiamma dell’inizio svolta su una progressione più espansa, riempita da effetti tuono che gli danno un tono anche più oscuro. Il secondo invece è gestita dalle percussioni lente e solenni di Vvornth, simili a quanto già sentito ma con più potenza, per poi spegnersi in dei nuovi cori. È l’ottimo finale di un episodio forse non eccelso come quelli che ha attorno, ma vuol dire poco. Sarà pure il meno bello di Hammerheart ma il suo livello rimane elevatissimo, e se non spicca è solo per l’eccellenza del resto!

Baptised in Fire and Ice esordisce con un battere ossessivo, seguito presto da un riff che ricorda addirittura i Manowar. Poi però i Bathory cambiano strada, per qualcosa di stavolta meno teso dal punto di vista epico, almeno per quanto riguarda la norma di base – quella che reggerà anche i refrain. Giocati tutti su uno scambio tra il mastermind e i cori, risultano gloriosi, quasi leggeri nonostante la carica battagliera non manchi. Più aggressive sono invece le strofe, vorticose, plumbee, con un riffage da tipico black, su cui Quorthon urla più del solito. Anche in essi però è presente qualcosa di trionfale, come nei tratti più rilassati che seguono i chorus e ne riprendono in parte le caratteristiche. L’unico elemento davvero strisciante e cupo sono gli intermezzi doom che compaiono qua e là: nonostante le caratteristiche però, anch’essi si integrano alla grande. Lo stesso vale per l’assolo centrale, uno di quelli acidi tipici della band svedese ma in maniera solenne all’inizio, prima di incupirsi e imitare quasi la marcia funebre di Chopin. È un altro dettaglio ben riuscito di un pezzo splendido, a un pelo di distanza dal meglio del disco per qualità! Ma va persino meglio con Father to Son: un intro di effetti sonori, in cui si intuisce l’arrivo di qualche invasore a interrompere la pace di un villaggio, poi la musica esplode, potente ma al tempo stesso eterea. Ciò però dura poco, prima che il pezzo svolti su qualcosa di oscuro, con un riffage circolare. Spesso di influsso doom, una presenza più spinta che in precedenza, ha una gran potenza, seppur a tratti devi verso dissonanze black che lo rendono più acido. Si alterna però con tratti che sviluppano l’inizio in maniera eterea, epicheggiante ma stavolta con gran malinconia. Per il resto il pezzo è preoccupato, persino minaccioso a tratti: così sono anche gli stacchi meno macinanti considerabili ritornelli. Quasi sguaiati, specie a livello vocale, sono però efficaci dall’inizio fino all’allentamento finale, grintoso e possente. Sono un altro particolare ben riuscito di un pezzo breve (il più corto senza contare i due interludi) e semplice ma splendido, un altro dei picchi assoluti di Hammerheart!

Song to Hall Up High è un breve intermezzo, con la chitarra acustica e lievi cori sintetici ad accompagnare la voce pulita e profonda di Quorthon. All’inizio molto vuota e malinconica, poi un crescendo di suoni e di voci che la rendono man mano più evocativa, è un gran bel sentire. Ben più di un semplice frammento per riposare le orecchie, è di alto livello sia a sé stante, sia come intro di Home of Once Brave, che poi torna verso il metal. Lo fa nella maniera classica che i Bathory ci hanno proposto fin’ora, con un ritmo cadenzato su cui si staglia un riffage black metal circolare ma non troppo tagliente o veloce. È una base stavolta piuttosto ossessiva, che tende a variare poco: regge sia le strofe, ombrose grazie alla voce angosciata del frontman e a quelli che sembrano lievi synth in sottofondo, sia i ritornelli. Meno stridenti del resto, sono però preoccupati allo stesso modo, oltre a mostrare un’epicità da urlo, ben evocata dalla stupenda melodia, semplice ma di impatto assoluto. A parte un assolo malinconico e sognante e un finale che si rifà chiaramente a For Whom the Bell Tolls dei Metallica, non c’è altro in un pezzo ancora lineare e semplice, ma splendido. Non sarà tra i migliori di Hammerheart, ma non è neppure troppo lontano!

A questo punto, è arrivato il turno della conclusiva One Rode to Asa Bay: è uno dei pezzi più famosi dei Bathory “vichinghi”, e si può pensare sia colpa del video, l’unico che gli svedesi abbiano mai girato. Ma il motivo reale è la qualità: lo si sente quasi subito, quando, dopo un intro di effetti che crea già una bella atmosfera d’attesa, inizia un arpeggio di chitarra. È la guida su cui, dopo pochi secondi, comincia a svilupparsi il riff iniziale: all’inizio più contenuto, esplode poi nella sua essenza quasi esotica, ma soprattutto battagliera al massimo. È una norma che torna a tratti, in varie versioni: a volte si ripresenta come all’inizio, mentre altrove è più espanso o addirittura lacrimevole, sotto a passaggi cantati da Quorthon con grande emozione. Del resto, questa sensazione caratterizza l’intero pezzo: anche le strofe, potenti e più cupe col passare del tempo, hanno una disperazione palpabile. Una disperazione che anche nell’evoluzione generale si concentra sempre di più, col tono generale che si adombra, pur mantenendo l’epicità. È una progressione affascinante, che ha diversi passaggi topici, come un lungo assolo riflessivo e doloroso seguito da un tratto espanso con delle campane, molto immaginifica. Ma il meglio arriva in conclusione, quando la norma di base sembra al termine; poi però il cantante lo lancia di nuovo per un’ultima, straziante coda. Un assolo lacerante colpisce alla grande e rappresenta la drammatica coronazione del testo, che parla della distruzione della terra degli Asi, gli antichi dei norreni, da parte dei cristiani. È un finale da brividi per un pezzo splendido, emozionante come pochi, l’ultimo meraviglioso picco di un disco altrettanto bello, che si conclude così alla grandissima (seppur il finale vero sia il solito, lugubre outro di pochi secondi che caratterizza tutti i primi dischi della band svedese).

Ammettiamolo: a dispetto di tutto, Hammerheart non è un perfetto. Ma le sue sbavature sono qualcosa da poco: per il resto parliamo di un lavoro splendido, che ancora a trent’anni di distanza non ha perso nulla della sua carica battagliera. Insomma, si tratta di un must per tutti i fan del metal di carattere epico, e in particolare di chi ama il viking metal. In quel caso, proprio non può mancare: se non altro, la storia del genere comincia qui, inutile negarlo. Come è inutile negare che i Bathory abbiano pubblicato una delle sue incarnazioni più fulgide!

Trent’anni (e qualche giorno) fa, il 16 aprile del 1990, vedeva la luce Hammerheart, quinto album dei Bathory. Si tratta di un lavoro non solo pregevole, ma il punto di inizio del viking metal: qualcosa di così rivoluzionario da venir sviluppato solo dopo molti anni. Per questo motivo, la sua storicità supera persino il suo altissimo livello: evitare di celebrare il suo trentennale con una delle nostre solite recensioni sarebbe stato quasi un delitto!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Shores in Flames11:09
2Valhalla09:35
3Baptised in Fire and Ice07:58
4Father to Son06:29
5Song to Hall Up High02:31
6Home of Once Brave06:45
7One Rode to Asa Bay10:24
8Outro00:52
Durata totale:   55:43

 

FORMAZIONE DEL GRUPPO
Quorthonvoce, chitarra, effetti
Kothaarbasso
Vvornthbatteria
ETICHETTA/E:Black Mark Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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