Suum – Cryptomass (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONECryptomass (2020), secondo album dei romani Suum, è un lavoro con diverse cose da dire.
GENEREDi base vicino al doom classico, lo rilegge in un senso più cupo, malvagio, grazie a ritmiche grasse, moderne e a un influsso sludge non determinante ma d’aiuto.
PUNTI DI FORZALa voce sguaiata e teatrale di Mark Wolf, l’abilità ritmica del gruppo e soprattutto la sua capacità di variare tra diverse sfumature.
PUNTI DEBOLIUna scaletta valida ma con poche hit, una registrazione un filo troppo grezza.
CANZONI MIGLIORICreatures from the Vault (ascolta), The Failure of Creation (ascolta), Reaper Looks in Your Eyes (ascolta).
CONCLUSIONICryptomass si rivela un disco di buonissima qualità, forse non esaltante ma straconsigliato a chi cerca del doom metal oscuro e senza fronzoli!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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Il doom italiano è uno strano paradosso. Poco apprezzato dagli amanti del metal del nostro paese, che preferiscono altri generi, è però un calderone vivo, che ci regala grandi band e decine di dischi interessanti. È proprio il caso di oggi, quello di Cryptomass: secondo album dei Suum, band nata nel 2017 a Roma, è un lavoro con diverse cose da dire. Lo fa a partire dal genere, classico ma non banale: di base l’impostazione è vicina al doom tradizionale, ma i capitolini lo rileggono in un senso più cupo, malvagio. Merito di ritmiche spesso molto grasse e moderne: hanno a tratti influssi sludge, spesso nascosti ma importanti, senza però fare un passo ulteriore ed entrare a pieno nel genere. Ad aiutare questo connubio c’è inoltre la voce di Mark Wolf, anche noto come Zagarus nei Bretus: ormai ex cantante dei Suum, dà però il suo tocco personale a Cryptomass. La sua voce, a tratti sguaiata, a tratti teatrale, si fonde bene con la base al di sotto nelle sue innumerevoli forme.

Oltre alla loro abilità ritmica, è proprio questo il punto di forza del gruppo: pur mettendo al centro l’oscurità, i romani non si fossilizzano su un unico colore. Nella loro musica al contrario ci sono tante piccole sfumature: a volte il tono è solenne, altrove invece si rivela minaccioso, altrove ancora espanso. Merito anche di una buona cura per le atmosfere: in coppia con un ottimo impatto, creano un bell’equilibrio. In generale, Cryptomass è un lavoro abbastanza vario: solo di rado al suo interno i Suum tendono a ripetersi. Il vero problema dei capitolini è invece l’altro tra i due tipici del metal odierno, una certa mancanza di hit: seppur la media della scaletta sia elevata, c’è poco che spicchi al suo interno. Ma non è un problema così castrante, come non lo è una registrazione un pelo troppo grezza per i miei gusti: se in certi frangenti limita la resa del disco, altrove gli dà un tocco di fascino. In generale, parliamo di un lavoro di alto livello, i cui i Suum riescono a mettere in mostra le proprie (buonissime) qualità!

La opener Cryptomass esordisce con un intro di fuzz stridenti: all’inizio lievissimi, aumentano di volume fino a essere sostituiti da un riff. All’inizio è lontano, espanso e low-fi, ma dopo poco arriva il basso di Joe Grave e le chitarre si fanno più dense per qualcosa di funereo, oscuro seppur riflessivo. Siamo però ancora alle prime battute: il brano vero e proprio entra nel vivo solo dopo oltre due minuti e mezzo, e si rivela un po’ più dinamico. Lo sono le strofe: ancora lente e melodiche, ricordano un po’ le analoghe dei Doomraiser ma in chiave più espansa, malinconica. Ancor oltre si spingono i i ritornelli: lasciano la melodia precedente per qualcosa di malefico, persino orrorifico a tratti, grazie al riffage oscuro al di sotto e alla prestazione istrionica di Mark Wolf. È un’anima che col tempo contagia anche l’altra norma, in una fusione ben riuscita tra le due componenti. La stessa monopolizza anche la parte centrale, cupa ma con qualche elemento più aperto, come un buon assolo di Painkiller. Ma poi nel finale l’atmosfera diventa ancor più plumbea, con un carico di forte, lancinante depressione, di nichilismo sludge almeno nei riffage. E anche se il cantante dà un tocco di melodia e di classicità, non interrompe (e anzi arricchisce) una sensazione che colpisce in pieno fin quasi al finale, dove la cappa si apre. È con un intreccio lontano di chitarre pulite, prima sopra al riff e poi in solitaria, che si chiude un pezzo di ottimo livello, un’apertura adeguata per l’album a cui dà il nome!

The Silence of Agony comincia da un intro decadente, echeggiato, lontano. Anticipa la melodia di base del pezzo che esplode poi, lento e strisciante, ma non senza un pathos quasi ritualistico, ben presente nella melodia. La potenza è meno preminente, ma poi prende il sopravvento nei refrain: più veloci, inquietanti e rabbiosi, colpiscono con energia distruttiva, debordante. Lo stesso vale ancor di più per la seconda metà, che accelera e comincia un crescendo travolgente. Pur rimanendo nel doom, i riff si fanno sempre più rapidi e grassi, sempre più d’impatto. Ciò viene aiutato anche da qualche influsso moderno (addirittura si sentono vaghi echi deathcore in certi frangenti!) e alla rabbia di Wolf, che a tratti passa persino allo scream. È un’evoluzione splendida: valorizza alla grande un pezzo breve ma validissimo, neppure troppo lontano dal meglio di Cryptomass! Va però anche meglio con Creatures from the Vault: comincia veloce, con un tono quasi rock, ma per nulla scanzonato, anzi già piuttosto cupo. Col tempo, lo diventa ancor di più: è il destino delle arcigne strofe, teatrali grazie al cantante ma senza perdere in aura, nera come la notte. Il tutto in una struttura piuttosto veloce, specie considerando i tempi medi del genere dei Suum: il suo dinamismo si arresta soltanto all’arrivo del tratto centrale. Più da doom canonico all’inizio, si evolve però in qualcosa di intricato e moderno, con le urla di Wolf e il riff molto aggressivo, tanto da ricordare i Crowbar a tratti. Ma è solo un momento, prima che il tutto si apra: il finale è triste, nostalgico, grazie a un riff intenso che però non perde in oscurità né in teatralità. È il passaggio migliore di un pezzo però tutto di altissimo livello: ne risulta un vero gioiellino, poco distante dal meglio del disco!

Come indica anche il nome stesso, Funeral Circle si muove su sonorità lentissime, ma senza ricordare il funeral propriamente detto. Il suo riffage di base rimane grasso e d’impatto, ed evoca un’aura cupa, ma non senza una solennità che a tratti riporta persino, da lontano, all’epic doom. Più spesso però è strisciante: così è la falsariga cantata, con lo stesso riffage ma meno potente del resto. Questo però non le impedisce di evocare la giusta angoscia, dimessa e triste almeno per una buona metà del pezzo. Solo nel finale il tutto si anima, con una sezione meno espansa: la velocità non sale molto, ma i toni si fanno pesanti sia a livello di atmosfera che ritmico. Il riffage torvo di Painkiller e un buon assolo coronano il buon passaggio di un pezzo che non spicca molto in Cryptomass, ma sa il fatto suo: anche qui il livello rimane buono! Qualche colpo di una batteria registrata con infima qualità, poi Burial at Night riparte lenta, come se i Suum avessero perso tutta la relativa carica sentita fin’ora. Ne è un ottimo esempio la prima parte, di nuovo catacombale e con una chitarra (o forse una tastiera) lontana che le dà un bel tocco desolato. Poi però la linea vira su una norma molto obliqua, anche troppo per me: sembra quasi voler gigioneggiare, ma lo fa male e risulta quasi stridente, nonostante qualcosa a livello di atmosfera filtri. Ma da questo punto di vista va molto meglio coi ritornelli, più diretti: recuperano la solennità sentita in precedenza, e pur non brillando hanno una buona efficacia. Per fortuna, questa norma col tempo prende il sopravvento: domina la sezione centrale, con un assolo del giusto pathos, prima che la norma iniziale torni a concludere. È un elemento di valore per un episodio non esaltante: il suo livello è più che discreto, ma in un disco come questo non brilla.

The Failure of Creation comincia col drumming ossessivo di Fed Kemper, su cui si sviluppa un riff che lo è altrettanto. Battente, di gran potenza, comincia a fluire ridondante ma mai noioso, anzi sempre d’impatto: lo è sia da solo che sotto alla voce di Mark Wolf nelle strofe. Col loro spirito truce, vanno avanti a lungo, prima che la musica cambi verso nei ritornelli. Poco confortevoli, quasi drammatici e disperati ma con grande oscurità, staccano parecchio dal resto; il connubio tra le due anime però funziona alla grande. Lo stesso vale per il tratto di centro, oscuro e tortuoso: ricorda ancor più della media dei Suum il doom classico, con qualche eco di nuovo da quello epico. In pratica non c’è altro in un pezzo breve e semplice, ma grandioso, uno dei migliori in assoluto del disco! È quindi il turno di Mass in the Catacomb, pezzo il cui titolo si rifà al ritornello della opener. A livello stilistico però non potrebbero essere più diverse: in questo caso, parliamo di un interludio con un vago effetto pioggia su cui si staglia un arpeggio malinconico di chitarra pulita. A parte qualche breve variazione di melodia e una voce effettata alla fine, non c’è molto altro all’interno di un pezzo molto breve, ma carino e funzionale. Non sarà significativo al massimo, ma come diversivo per riposare le orecchie funziona.

Claws of Evil rompe la pace lasciata dalla precedente per entrare in scena con potenza doom, un riff tipico ma efficace. Tuttavia, col tempo tende ad annoiare, visto che viene ripetuto troppo, specie in strofe un po’ esasperate e di conseguenza manieristiche. Va un po’ meglio coi ritornelli, che pure sembrano a tratti goffi: colpa di una certa leggerezza nella loro oscurità, quasi da stoner doom, che stona sia col resto della traccia, sia con quanto sentito fin’ora nel disco. Per fortuna, la seconda metà si risolleva con un riffage serioso, cupo, su cui Wolf inizia a salmodiare ossessivo. Dura poco, ma valorizza un brano per il resto solo decente: non può che essere il punto più basso, in un album come Cryptomass! Per fortuna, quest’ultimo si ritira su nel finale con Reaper Look in Your Eyes, strisciante sin dall’inizio in cui i Suum mostrano tutti i loro influssi sludge. Il riff principale ne è un esempio fulgente: lento, potente, fangoso, colpisce alla grande. Lo stesso vale ancor di più per quello delle strofe, plumbeo e graffiante, di impatto assoluto: insieme alla prestazione teatrale e disperata del cantante, incide benissimo. Stavolta inoltre non ci sono grandissime variazioni, se non in piccoli arrangiamenti: per oltre metà traccia, il pezzo prosegue su queste coordinate. Poi però il tutto si fa vorticoso e arrabbiato, col ritmo di Fed Kemper che sale e la chitarra di Painkiller a creare vortici di gran potenza al di sopra. Accelera sempre più fino a toccare un apice, poi la musica si spegne: sembra quasi una breve apertura, invece siamo proprio alla fine. Col basso di Joe Grave a disegnare melodie, intrecciato con chitarre sempre più lontane (e alla fine anche con la voce di Mark Wolf), è una coda particolare ma fascinosa. Dà un gran finale a un disco che anche per questo si conclude col botto, col suo miglior pezzo insieme a The Failure of Creation!

Per concludere, nonostante le sue sbavature in Cryptomass i pregi superano di gran lunga i difetti. Si tratta di un lavoro doom metal solido e buonissimo, un disco degno di far parte della nobile tradizione del genere in Italia. È vero, c’è anche da dire che forse i Suum potrebbero fare ancora di più, magari aumentando le loro componenti sludge e integrandole nella stessa, ottima maniera nel loro impianto classico. Tuttavia, anche così ci si può accontentare: per chi nel doom è alla ricerca di qualcosa di potente, oscuro in maniera efficace e senza fronzoli, rimane straconsigliato!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Cryptomass08:47
2The Silence of Agony05:17
3Creatures from the Vault06:20
4Funeral Circle06:23
5Burial at Night07:35
6The Failure of Creation05:27
7Mass in the Catacomb02:21
8Claws of Evil04:56
9Reaper Looks in Your Eyes08:10
Durata totale: 55:16 
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Mark Wolfvoce
Painkillerchitarra
Joe Gravebasso
Fed Kemperbatteria
ETICHETTA/E:Seeing Red Records 
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:L’etichetta stessa

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