Orphaned Land – The Never Ending Way of ORwarriOR (2010)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Never Ending Way of ORwarriOR (2010), quarto album degli israeliani Orphaned Land, è un lavoro che perde parecchio rispetto al precedente Mabool (2004).
GENEREIl tipico mix di progressive e folk metal mediorientale del gruppo, con in più qualche residuo death metal proveniente dal passato. 
PUNTI DI FORZAUno stile fascinoso, tanti grandi spunti, un livello medio elevato.
PUNTI DEBOLIUna tendenza a perdersi, una minor cura per la musicalità rispetto al passato, una forte prolissità dovuta a una scaletta troppo lunga.
CANZONI MIGLIORISapari (ascolta), From Broken Vessels (ascolta), Barakah (ascolta), Codeword: Uprising (ascolta),  In Thy Never Ending Way (ascolta)
CONCLUSIONIThe Never Ending Way of ORWarriOR alla fine si rivela un ottimo album, seppur rimanga un rammarico: forse gli Orphaned Land potevano fare di meglio!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
85
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Se io sono capace di apprezzare buona parte della musica che ascolto, molti meno sono gli album che mi fanno davvero impazzire, che considero capolavori. Forse è un fatto ovvio, come è ovvio che tra questi capolavori solo una piccola percentuale è tra i miei “pilastri”, gli album che da ascoltatore reputo i miei preferiti in assoluto. Mabool degli Orphaned Land è tra questi: un album che ho amato subito da quando l’ho scoperto, anni fa. Mi ha folgorato tanto che, poco dopo, mi sono affrettato ad acquistare il successore, allora loro ultimo album uscito: mi sono così ritrovato tra le mani The Never Ending Way of ORwarriOR. Si tratta di un lavoro che però all’epoca rappresentò una grossa delusione per le mie aspettative; ancor oggi, a tanto tempo di distanza, il mio giudizio non è cambiato troppo. Seppur per certi versi lo abbia rivalutato, lo ritengo lo stesso imparagonabile col suo illustre predecessore. Colpa, se non altro, dei suoi difetti intrinseci: mentre Mabool era un album pensato e realizzato alla perfezione, nonostante i sei anni passati The Never Ending Way of ORwarriOR non riesce a ripetere la stessa magia. Da un lato, le nuove coordinate degli Orphaned Land, che nel frattempo hanno abbandonato buona parte degli influssi death per sviluppare di più il loro lato progressive senza abbandonare quello folk, sono molto interessanti. A volte però gli israeliani si spingono troppo nell’esplorazione e mostrano un difetto tipico del genere: un eccessivo attaccamento alla tecnica a discapito della musicalità. Il difetto maggiore di The Never Ending Way of ORwarriOR è però un altro: la sua lunghezza.

Con quest’album, gli Orphaned Land hanno riempito quasi del tutto l’ora e venti che un CD mette a disposizione: ad ascoltare il disco, si scopre non ce n’era bisogno. La scaletta si rivela infatti dispersiva: ci sono alcuni brani eccelsi, che mettono ancora in mostra la classe degli israeliani, ma altri non lo sono allo stesso modo. In generale, a tratti l’album si perde: un difetto causato dal suo ambizioso concept, che lo porta a volte a variare troppo. E sono dell’idea che, se fosse stato meno lungo e più focalizzato, con alcuni tagli qua e là, il risultato finale sarebbe stato di ben altro livello. Per fortuna, sono difetti che non pesano troppo su The Never Ending Way of ORwarriOR: seppur a tratti sia offuscato, il talento degli Orphaned Land in gran parte c’è ancora. Con alcuni spunti davvero eccezionali e una capacità di solito buona di gestirsi, il gruppo riesce a impostare un lavoro di sostanza non eccezionale ma ottima. Peraltro, anche la forma è studiata molto bene: per esempio la registrazione, curata da Steven Wilson dei Porcupine Tree è precisa e nitida al massimo. Anche i dettagli extra-musicali, come il packaging (realizzato con carta invecchiata che dà un altro tocco esotico al tutto) funzionano. In generale, The Never Ending Way of ORwarriOR non è brutto: ha solo la pesante eredità di venire dopo un disco come Mabool senza riuscire a ripeterne i fasti!

Il concept impostato dell’album si divide in tre parti, distinte anche a livello sonoro oltre che lirico. La prima, Godfrey’s Cordial – An Orphans Life parte da Sapari, una delle canzoni più famose in assoluto degli Orphaned Land per merito anche del video. Ma anche il pezzo merita tantissimo: un breve intro con la voce di Shlomit Levi, che ne anticipa la melodia, poi entra in scena subito potente con una delle sue norme principali. Cadenzata a livello ritmico, in maniera già molto mediorientale, è aiutato in questo effetto dalle percussioni e dalle voci salmodianti al di sopra, per un effetto quasi mistico. È un’aura che si accentua persino nei ritornelli: cantati sempre dalla vocalist ospite, sono più espansi e hanno una carica esotica, suadente davvero bella. Ottimi anche i passaggi che compaiono qua e là, più distesi e quasi scanzonati all’inizio, per poi rivelare però anch’essi una natura solenne, ricercata. Il tutto schierato in una struttura lineare a un ascolto distratto, seppur tante piccole variazioni lo rendano sempre interessante e mai scontato. È un altro segreto per una opener meravigliosa, che apre The Never Ending Way of ORWarrior col botto! Con la successiva From Broken Vessels, gli Orphaned Land recuperano quindi le loro influenze più estreme. Dopo il suono di un telefono con la linea caduta, esordisce molto malinconica, e anche quando il metal compare in scena la melodia regna; poi però tutto cambia. La serena tristezza lascia spazio in maniera quasi repentina a una norma rabbiosa, da death metal. È però un death vario: a tratti al growl di Kobi Farhi si affianca il pulito, che riporta un tocco nostalgico, mentre altrove il panorama è più progressivo che altro. Non parliamo poi delle tante aperture melodiche, che riportano la delicatezza in scena: spesso di gran pathos, a tratti sono melodiche e aperte. Ma nella seconda parte, diventano più veloci: presentano allora florilegi di chitarra che avvolgono la voce del frontman in maniera eccelsa. La tensione cresce fino ad aprirsi in tratti ancor più orientati al folk, liberatori in una maniera quasi da brividi (specie la seconda volta, con le percussioni etniche). Da citare è anche la lunga parte centrale, a metà tra prog, musica mediorientale e ritorni di fiamma estremi: una lunga evoluzione sempre di altissimo livello. Ottimo anche il finale, che invece torna al death con cattiveria: un altro valore aggiunto per un altro dei suoi picchi assoluti!

Dopo un uno-due così importante, quasi per riposare le orecchie gli israeliani schierano Bereft in the Abyss, più un intermezzo che una traccia vera e propria. Lasciato il metal, ci ritroviamo in un ambiente calmo, a base di chitarre e strumenti della musica tradizionale del medio oriente. È una base a volte più piena, a volte lieve, specie sotto alla voce lontana, evocativa di Farhi, che disegna armonie sognanti. Il tutto organizzato in qualcosa di calmo, rilassante: lungo quasi tre minuti, non sarà significativo al massimo, ma si rivela piacevole. Ma va meglio con The Path part I: Treading Through Darkness: comincia anch’essa con un intro pulito, seppur stavolta più classico e meno esotico. Cresce pian piano, assumendo anche elementi che si rifanno al progressive rock, prima di tornare verso la musica araba: è il preludio all’esplosione vera e propria del pezzo. Ci ritroviamo allora in un ambiente di stampo prog, ma più espanso della media del genere: lo scopo principale qui è evocare un calore malinconico, di gran intensità. È un aura che esce fuori sia nei momenti più dilatati, sia in quelli un po’ più aggressivi e dissonanti. Il meglio da questo punto di vista lo fanno però i tratti in cui la protagonista è la chitarra, a disegnare fraseggi o assoli di gran pathos, molto espressivi. Insieme al riffage, ci accompagna in un lento ma avvolgente viaggio: un viaggio che però a tratti si perde dietro a un eccessivo relax. Per fortuna, succede solo di tanto in tanto: di norma gli Orphaned Land sanno come tenere alta l’attenzione. Abbiamo perciò un ottimo pezzo: non sarà all’altezza dei migliori di The Never Ending Way of ORWarriOR, ma rispetto ad altri nella scaletta si difende bene!

The Path pt II: The Pilgrimage to Or Shalem comincia con suoni notturni, su cui si staglia la voce solitaria di Levi. Circa mezzo minuto col suo cantato nostalgico, poi la traccia vera e propria entra nel vivo più diretta del precedente. Il riffage è già energico, e col tempo a tratti lo diventa di più, quando gli israeliani assumono di nuovo qualche influsso death. Ma c’è anche spazio per un certo spessore sentimentale: le ritmiche hanno sempre un tocco melodioso, e a tratti ad aiutarle spunta anche una sezione di strumenti tradizionali. Quest’anima prende inoltre il sopravvento al centro, un passaggio all’inizio dolce, giusto di lieve malinconia, per poi crescere pian piano in profondità ed emozione, fino a toccare un apice. Da quel momento la musica si distende, con di nuovo un influsso prog rock più che vago, rappresentato dalla tastiera di Wilson – nonostante le chitarre rimangano potenti. Ma per ritrovare qualcosa di più incisivo bisogna aspettare il finale: dopo una coda orientaleggiante, che sembra quasi la fine, riparte con forza. La potenza è quella del lato più death del gruppo, e nel finale esplode ancor di più, una fuga però valida e ben integrata nel pezzo. Il risultato finale è valido anche a dispetto di qualche sbavatura! Olat Ha’tamid inizia quindi da un frammento basso di musica araba, registrato in una maniera che le dà un tono vintage. Quasi mezzo minuto, poi da qui si diparte un pezzo centrato sul lato folk degli Orphaned Land, ancor più che nel resto di The Never Ending Way of ORWarriOR. I violini e gli altri strumenti etnici sono a tratti i protagonisti su un riff lento e grasso, a tratti persino di influsso doom, una reminescenza dagli inizi del gruppo. Altrove proprio quest’anima si presenta più spoglia e dinamica, ma non troppo: le suggestioni tradizionali sono presenti anche qui. Il risultato è un pezzo breve e semplice ma molto avvolgente. Nonostante la durata ridotta a meno di tre minuti, è ottimo e neppure troppo distante dal meglio del disco!

Se fin’ora il lavoro è stato di alto livello, con la seconda parte Lips Acquire Stains – The WarriOR Awakens il livello si abbassa di parecchio. E sì che l’inizio in realtà è molto promettente con The Warrior: esordisce oscura, preoccupata, con dei flauti e poi delle orchestrazioni potenti, ancora di tono esotico. Nonostante la cupezza, il tutto è disteso, e col tempo la situazione non cambia: anche nei momenti più oscuri di questo lungo preludio, con la voce di Farhi, il ritmo non sale. E neppure quando arriva in scena il metal si cambia: ci ritroviamo in un ambito da metal sinfonico crepuscolare, strano. Ma presto il brano svolta: accade nel ritornello, melodico e disperato oltre che molto catchy, uno dei momenti che lo è di più nel disco. L’oscurità così è lacerata, e non torna: da qui in poi, il pezzo si muoverà tutto su queste coordinate, a tratti anche ombroso ma sempre ricercato e pieno di pathos, specie nei momenti che riprendono il refrain. Ne sono un esempio i lunghi assoli di Yossi Sassi Sa’aron e Matti Svatizky, a tratti intricati ma altrove melodici e sentiti. Sono i protagonisti di una lunga seconda metà molto distesa ma avvolgente il giusto: coronano un episodio che non farà gridare al capolavoro, ma si pone solido e buonissimo, e in The Never Ending Way of OrWarriOR non stona. È quindi la volta di His Leaf Shall Not Wither, interludio di chitarra pulita che parte con un bell’arpeggio, ma dopo poco diventa discontinuo. Ogni tanto c’è un cambiamento repentino, di melodia e di atmosfera, senza che però sia una linea vera e propria. Qualcuno dei passaggi è anche carino, ma altri funzionano poco; in più, non aiuta che qualche melodia si ripeta rispetto alle prime canzoni. In generale, abbiamo un intermezzo un po’ inutile: al massimo carino, si poteva evitare senza problemi.

Disciples of the Sacred Oath 2 prende vita con una melodia che ricorda gli Opeth più melodici, ma senza la stessa classe. Il suo effetto invece è quasi sgradevole, come se stonasse dopo la calma precedente, senza essere né carne né pesce. Un po’ meglio va quando la musica vira su coordinate più estreme, ma è solo un attimo: anche qui l’anima progressiva degli israeliani prende presto il sopravvento in maniera poco ispirata. Alcune delle frazioni che si alternano sono anche carine, ma in generale il tutto lascia un po’ spaesati. Per fortuna, il problema dura poco più di un paio di minuti, poi il brano finalmente si stabilizza su una norma di influsso folk. Tra orchestrazioni, violini, e flauti, si crea un panorama fascinoso, rallentato all’inizio, ma poi si fa un pelo più movimentata. Non che il ritmo sia altissimo, ma il tutto ha una certa frenesia, che accompagna all’inizio un pezzo quasi nascosto, ma poi triste in maniera molto esplicita. Anche questa situazione però non dura troppo: dopo un po’ la band torna verso lidi progressive, ma stavolta con cognizione di causa. Non ci sono solo elementi variegati, c’è anche un’aura ben curata: all’inizio ha un ottimo spessore emotivo, che dura persino poco. Presto gli Orphaned Land abbracciano di nuovo il loro lato estremo, per qualcosa di vorticoso e truce, che colpisce in maniera più che discreta. Ha un buon impatto fino al finale, dove l’altra norma si riprende: conclude bene un pezzo però riuscito a metà, in generale solo sufficiente: in The Never Ending Way of ORWarriOR è il punto più basso in assoluto.

Considerabile quasi una semi-ballad, New Jerusalem parte lenta, con sonorità da folk mediorientale. Di solito, le chitarra folk e le percussioni accompagnano la voce di Levi in qualcosa di delicato e nostalgico, che avvolge bene. A tratti però c’è spazio anche per frazioni più potenti: a volte lo sono di poco, e ospitano la voce di Farhi e lievi accordi sempre sotto allo stesso pattern. Altrove però ci sono lampi di forte energia: rappresentati più dagli archi etnici, hanno un gran fascino esotico, che li fa anche integrare bene nel resto. Degna di nota anche il finale, in cui l’elemento tradizionale si accentua ancor di più. Lo fa prima con un assolo di chitarra pulita – o forse è un qualche strumento mediorientale – e alcune venature di pianoforte, per poi farsi più densa in maniera però eterea, atmosferica. È un bel finale per una traccia non trascendentale ma buona, che ritira su l’album dopo un paio di pezzi prescindibili. Va però ancora meglio con Vayehi Or, che prende vita da un riffage addirittura black (!). Sta bene però sotto la voce profonda, a tratti quasi orientata al gothic metal del frontman, che accompagna per le strofe. Lo stesso vale per i ritornelli: a metà tra questa base, più espansa, e tastiere da prog rock d’annata, sono emozionanti grazie a Farhi, che conferisce loro una bella melodia, molto spirituale. Unico difetto? La durata, ridotta a meno di tre minuti, che fa sembrare il tutto incompleto: di sicuro se ne vorrebbe di più. A parte questo abbiamo un gran bel pezzo, il migliore di questa seconda parte di The Never Ending Way of ORWarriOR. Ma il livello non scende troppo con M I?, che fa dell’intimismo la sua bandiera. Al suo interno, gli Orphaned Land tornano ad avvicinarsi ai toni degli Opeth, delle ballate in questo caso, ma senza copiarli. A dominare c’è un connubio tra arpeggi lontani, lievi, e una chitarra distorta che però non scandisce un riff, ma una sorta di fraseggio. È particolare, ma il suo effetto è ottimo, e contribuisce all’aura dimessa generale: non viene meno neppure nella seconda metà. Essa svolta in qualcosa di anche più vuoto e calmo, con una chitarra quasi blues al centro, autrice di un bel pattern, dolce e d’impatto, finale di un altro episodio breve ma ottimo!

Terminata la seconda parte, è ora il turno della terza e ultima Barakah – Enlightening the Cimmerian: è la più breve, formata com’è da sole tre brani, ma insieme alla prima è la più significativa. Lo si sente già da Barakah: dopo un breve intro con una voce distorta, inizia con un preludio quasi neoclassico. Poi però inizia un’evoluzione che all’inizio porta su territori potenti, quasi aggressivi, ma senza che manchino gli elementi folk. Gli stessi elementi poi tracimano e prendono il sopravvento al centro, qualcosa di ritmato e ballabile. Si presenta solo in breve, e in alternanza con una falsariga melodica, di gran pathos. La stessa impostazione, ancor più melodiosa, si prende anche il sognante finale: una conclusione ottima per un pezzo breve ma splendido, un piccolo gioiello. Va però ancora meglio con Codeword: Uprising: si attacca senza nemmeno una pausa alla precedente, ma cambia subito volto. Perse quasi subito le sue influenze orientali, inizia a mitragliare con un riffage in cui l’anima death degli Orphaned Land torna con gran forza. È forse il momento più cattivo di tutto The Never Ending Way of ORWarrior, ma ciò che segue non è da meno. Tra passaggi che riprendono gli strumenti folk ma senza lasciar da parte la potenza e altri di puro impatto, di norma è l’aggressività che domina. E anche quando i toni si abbassano, c’è qualcosa di strisciante: spesso dà il là a un nuovo scoppio, anche più esasperato. Anch’essi tuttavia sono solo il prodromo dei chorus: ancor potenti, si rivelo però liberatori, con una melodia malinconica che dà i brividi. Ottima anche il tratto centrale, iper-progressivo tra momenti ancora a tinte estremi e altri invece da metal classico. È un altro valore aggiunto per un brano eccelso, a un pelo di distanza dal duo d’apertura! A questo punto, i giochi sono quasi finiti: al termine di questa lunga maratona, gli israeliani schierano In Thy Never Ending Way, che lascia da parte la cattiveria precedente. A dominarla sin dall’inizio sono gli strumenti folk, a cui presto si uniscono le voci malinconiche di Farhi e Levi. È un’impostazione comune a buona parte della traccia: a tratti un pelo più diretta, è però sempre nostalgica e mogia, oltre che espansa. Oltre a un assolo che segue più o meno le stesse melodie, molto riuscito, non c’è altro da riferire di un pezzo breve e lineare, che dopo circa tre minuti si conclude. Un outro di pianoforte desolato ed elegante è la chiusura di un altro pezzo grandioso, poco lontano dal meglio di un disco a cui mette la parola “fine” nel miglior modo possibile!

Per concludere, The Never Ending Way of ORwarriOR è un lavoro ottimo: uno di questa qualità di solito mi troverebbe entusiasta. Ma in questo caso, nonostante il piacere dell’ascolto, ci sono anche amarezza e rammarico. Considerate le dote che gli Orphaned Land dimostravano in Mabool e quanto di buono si sente anche qui, si può considerare quasi un mezzo passo falso. Certo, magari fossero tutti così i passi falsi: anzi, se ti piacciono le sonorità esotiche e il progressive metal dai tocchi estremi di oggi, è un lavoro che troverai valido. Se però vuoi un capolavoro a tutti i costi, non posso far altro che consigliarti di scoprire invece il predecessore!

Voto: 85/100

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Sapari04:04
2From Broken Vessels07:36
3Bereft in the Abyss02:45
4The Path (Part 1: Treading Through Darkness)07:27
5The Path (Part 2: The Pilgrimage to Or Shalem)07:45
6Olat Ha’tamid02:38
7The Warrior07:11
8His Leaf Shall Not Wither02:31
9Disciples of the Sacred Oath II08:31
10New Jerusalem06:59
11Vayehi Or02:41
12M I ?03:27
13Barakah 04:13
14Codeword: Uprising05:25
15In Thy Never Ending Way05:09
Durata totale: 01:18:22
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Kobi Farhivoce e cori
Yossi Sassi Sa’aronchitarra (elettrica, acustica), bouzouki, saz, chumbush, pianoforte (traccia 2), cori
Matti Svatizkiychitarra (elettrica e acustica)
Uri Zelchabasso (elettrico e acustico)
OSPITI
Shlomit Levivoce
Steven Wilsontastiera
Yonatan Daninoshofar
Alfred Hagarflauti
Nizar Radwanviolino
Shmuel Ruzbahansantur
Avner Gavriellpianoforte
Avi Agababapercussioni
Avi Diamondbatteria
Erez Yohanandrum programming
ETICHETTA/E:Century Media Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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