Stygian Fair – Nadir (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONENadir (2019), secondo full-length degli svedesi Stygian Fair, è un album molto più interessante dell’esordio Panta Rei (2018)
GENEREIl mix di hard rock, heavy metal e influssi doom riletto in chiave anni settanta che è il trademark degli scandinavi.
PUNTI DI FORZAUn album meno frettoloso e dispersivo rispetto al passato, più breve, personale e focalizzato, con più sostanza e senza riempitivi. Diverse buone tracce in una scaletta che riesce a evitare l’omogeneità; una registrazione grezza ma nitida ed efficace.
PUNTI DEBOLIQualche pezzo meno bello, qualche cliché, qualche ripetizione, ma nulla di eccessivo.
CANZONI MIGLIORIStarless (ascolta), Hand of Glory (ascolta), Baker Lake (ascolta)
CONCLUSIONINadir stupisce per maturità: non solo surclassa il predecessore a solo un anno di distanza, ma è un buonissimo album, che gli amanti del metal “vintage” troveranno molto godibile!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
81
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Qui su Heavy Metal Heaven passano due tipi di band. Ci sono quelle che recensiamo una volta sola, e poi ci sono quelle che invece continuano a riproporsi: è proprio a quest’ultima categoria che appartengono gli Stygian Fair. Nati nel 2013 a Umeå, in Svezia, nel tempo ci hanno fatto pervenire in pratica tutta la loro discografia: non poteva mancare quindi il secondo full-length, Nadir. L’ho accettato quando è uscito, alla fine del 2019, ma devo confessare che ero molto dubbioso, soprattutto per colpa dell’esordio Panta Rei. Disco carino ma nulla più, mi ha aveva un po’ scontentato, dopo l’ottimo EP Into the Coven: colpa dei suoi tanti difetti, tra cui brillava soprattutto il suo essere stato impostato in maniera frettolosa. Mi sarei auspicato una pausa di riflessione da parte degli Stygian Fair, così all’inizio ero molto scettico nei confronti di un disco pubblicato poco più di un anno dopo. Eppure, col senno di poi ho fatto male: Nadir non è solo un album molto meno frettoloso e più pensato. Soprattutto, mostra passi da gigante rispetto al suo predecessore su tutta la linea, in primis per quanto riguarda la struttura.

Quando Panta Rei era lungo, prolisso, dispersivo, questo nuovo album è più breve e focalizzato, con più sostanza e senza inutili riempitivi. Questo tra l’altro consente agli Stygian Fair di evitare i due errori tipici delle band di oggi, in cui sono caduti la scorsa volta: seppur non tutto spicchi, Nadir ha diverse tracce che brillano, e riesce a evitare quasi sempre l’omogeneità. Infine, anche dal punto della registrazione è stato fatto un passo in avanti: rispetto a quella piatta di Panta Rei, il nuovo album suona ancora grezzo ma nitido e perfetto per lo stile del gruppo. Stile del gruppo che è rimasto il solito mix di hard rock, heavy metal e influssi doom (meno spinti che in passato, ma sempre molto presenti). È un connubio personale a livello di stilemi, dal sapore vintage, più orientato agli anni settanta che agli ottanta: un’altra caratteristica che denota gli Stygian Fair in maniera forte. Insomma, Nadir è un lavoro interessante e con diverse cose da dire, in cui gli scandinavi sviluppano finalmente il proprio potenziale. E poco importa se ogni tanto c’è qualche cliché e qualche ripetizione: come leggerai, al di là delle piccole sbavature, il livello è comunque elevato.

Un breve intro di effetti ambientali, poi Ivory Tower parte rockeggiante e semplice, con un riffage hard ‘n’ heavy quasi banale. Nonostante questo, avvolge bene con la sua natura genuina e quasi disimpegnata, che ci conduce fino a ritornelli un po’ più seriosi. Con anche un certo pathos, dato dalle armonizzazioni e dalla voce di Pontus Åkerlund al di sopra, non tecnicissima ma efficace, colpiscono bene. Come il breve assolo centrale, ispirato molto agli Iron Maiden, arricchiscono bene un pezzo elementare ma già di buon livello: non sarà tra i migliori di Nadir, ma come apertura non c’è male! Va già meglio, tuttavia, con Weight of the World, che segue a ruota e all’inizio si sposta sul lato doom metal degli Stygian Fair. È un esordio lento, ma le sue influenze rimangono anche poi: già le strofe, che poi accelerano, hanno una distinta nota cupa nel riffage. Dirette ma a modo loro sognanti, sono di buon impatto emotivo; lo stesso vale per i ritornelli, più tesi da questo punto di vista con le loro melodie e il rallentamento finale. Ottimi anche i tratti strumentali che punteggiano qua e là il pezzo: non catturano troppo l’attenzione, ma svolgono bene il loro lavoro. Fa eccezione la frazione centrale: spicca sul resto con la sua prima metà strana, scomposta, quasi di spirito progressive, per poi aprirsi in maniera ancor più doom, con tanto di assolo cupo. Nonostante la differenza, si integra molto bene in un episodio di ottima qualità!

Nadir prende vita lenta e calma quasi fosse una ballad, anche se il suo tono misterioso sembra voler preludere altro. E infatti, dopo meno di un minuto di incroci tra la chitarra di Emil Holmqvist e il basso di Anders Hedman, parte con forza, con un riff heavy/doom potente e quasi arcigno. Ma anche questa situazione non dura: presto i chorus si aprono con molta più melodia, seppur non proprio catchy. Non è riuscitissima, ma per fortuna si rivela efficace nel rendere l’aura nostalgica e sognante. Questa struttura si ripete alcune volte nel pezzo: l’unica differenza è che le chitarre pulite non tornano, sostituite da qualcosa di altrettanto strisciante. L’unica variazione, al solito, è al centro, in cui gli Stygian Fair si muovono ancora su terreni ritmati, stavolta di influsso prog e persino neoclassico, prima di aprirsi in un assolo malinconico. È un elemento ben inserito in un pezzo forse sottotono rispetto alla media del disco a cui dà il nome, in cui non spicca molto; a parte questo però il livello rimane buono! È però un’altra storia con Starless: inizia anch’essa lenta e stavolta placida, come se fosse davvero l’inizio di un lento. Ma poi gli svedesi cambiano di nuovo strada: un breve crescendo, e ci ritroviamo in un ambiente di gran energia. Il riffage, a metà tra heavy e doom, oscilla sia a livello ritmico che stilistico: a tratti il pezzo è semplice, spoglio, ombroso come il secondo genere. Altrove invece c’è un po’ più di pathos, nostalgico e lontano, che a tratti prende il sopravvento, per stacchi melodici e quasi intimisti. Il tutto impostato in un’avanzata placida, mai veloce ma avvolgente al massimo, con ottime melodie: non c’è neppure bisogno del cantato per questo scopo. Il risultato finale è una bellissima strumentale, addirittura uno dei picchi del disco!

Dopo un intro con un riff lo-fi, Hand of Glory lo riprende in maniera più ricca e profonda. È la base di strofe distese, classiche almeno per lo stile della band ma incalzanti al punto giusto. Portano l’ascoltatore dritti a bridge non intensissimi, ma con un tocco drammatico al loro interno, molto più di ciò che le ha precedute con le loro dissonanze. Sono l’ottimo prodromo di ritornelli che uniscono i due mondi: più estroversi, tra le righe hanno però una grande intensità emotiva, che colpisce bene. Soprattutto però sono molto catchy, molto più di quanto gli Stygian Fair ci abbiano abituato, il che le rende di gran forza. Un altro passaggio centrale diviso tra una prima parte strana e progressiva e una più espansa, ma con dissonanze quasi black (!) corona un pezzo semplice, ma grande. All’interno di Nadir spicca parecchio, come un altro dei suoi pezzi topici! Ma Sweet Grave perde poco in confronto: comincia lenta e mogia, con la chitarra pulita, delicata di Homlqvist, a cui presto si allinea Åkerlund. Poi però la potenza esplode, con un refrain lento e doomy, seppur conservi ancora un tocco della melodia precedente, avvolgente e dimessa. All’inizio, si alterna con stacchi sempre melodiosi, che riprendono in chiave metal l’avvio. Ma a metà canzone tutto cambia: le ritmiche si fanno più graffianti e vorticose; l’anima precedente però non è sparita. In un bell’equilibrio di emozione e potenza, è una parte centrale che colpisce bene. Ancor meglio fa il finale, che unisce questa norma al ritornello in qualcosa di ossessivo e pesante: una chiusura adeguata per un altro ottimo pezzo!

Keeper of the Forrest Lawn parte potente ma cadenzata, e dopo pochi secondi si ammorbidisce di molto. Ci si ritrova allora in un’apertura lieve, delicata, con anche una certa eleganza nella chitarra di Holmqvist che la rende intimista. È una norma che si alterna un paio di volte con frazioni più potenti e movimentate, ma senza esagerare: hanno anzi un grande coefficiente melodico che le rende quasi poetiche. È un inizio splendido, ma poi gli Stygian Fair cambiano direzione di parecchio, spostandosi su un pezzo heavy/hard rock più semplice e movimentato. Non è male, ma perde un po’ in sentimento rispetto alla parte precedente, il che lo fa risultare un pelo anonimo. Niente di troppo incisivo, comunque: alcuni dettagli sono ben riusciti, come il preoccupato assolo di trequarti o anche il riffage di base. In generale, abbiamo un pezzo forse non eccezionale, ma che in Nadir non stona! Follow the Wheel comincia quindi con un urlo da metal classico di Åkerlund, prodromo a un riffage heavy che sa già un po’ di già sentito, ma non è malaccio per il resto. Lo stesso vale per il pezzo in sé: di ottima energia, colpisce bene almeno all’inizio, con le strofe. Più calmi sono i melodici bridge: danno il là a ritornelli che tornano potenti e graffianti, seppur stavolta non siano troppo efficaci a livello melodico. Lo stesso destino contagia più o meno l’intera canzone: giusto qualche elemento come il riff di base fa bella figura, il resto spicca poco. Abbiamo insomma il punto più basso del disco, seppur il livello sia discreto e in fondo non sia un riempitivo né un brano così spiacevole.

Baker Lake comincia con un effetto vento e una chitarra pulita lontana, che poi però si fa più nitida, accompagnando anche la voce di Åkerlund. Contiene già una certa solennità, prodromo all’esplosione della canzone vera e propria. Un paio di rullate da parte di Per-Olov Jonsson, poi ci ritroviamo in un mid tempo cadenzato e macinante, ma senza potenza. Il turbine creato di Holmqvist non incide, serve piuttosto a evocare un’aura quasi epica: ricorda da vicino quanto gli Stygian Fair facevano in Into the Coven. È una sensazione che accompagna tutte le strofe per poi arrestarsi davanti ai chorus: sciolgono tutta la tensione precedente in maniera liberatoria, con una malinconia da brividi. Ottima anche la sezione centrale: parte quando il pezzo sembrava già spegnersi, espansa, nell’effetto vento iniziale, ma poi torna a colpire con potenza maideniana. Ospita prima il frontman e poi un assolo minaccioso, prima che il paesaggio si faccia più vorticante. È un’altra parte molto efficace prima del ritornello finale: Nadir si chiude insomma con un altro ottimo pezzo, a non molta distanza dai migliori! O meglio, lo fa in teoria: in pratica il finale vero e proprio è una ghost track che parte pochi secondi dopo la sua fine. Al suo interno non c’è alcun elemento metal: presenta invece tastiere da progressive rock d’annata, un suono altrettanto vintage e un arpeggio di chitarra lontano, malinconico. È un frammento breve, ma avvolgente e ben fatto: non c’è male come finale di un disco del genere!

Alla fine dei giochi, devo confessare di essere rimasto molto stupito dagli Stygian Fair: in giusto un anno da Panta Rei, hanno fatto passi in avanti da gigante. Nadir surclassa il predecessore sotto ogni punto di vista: forse non farà gridare al capolavoro, ma è un lavoro solido e molto buono, con una sua personalità e molto da dare. Per questo, se ti piacciono le sonorità metal più vintage e anni settanta, è un lavoro che potrai apprezzare. In attesa di vedere se gli svedesi sapranno crescere ancora e magari fare anche meglio, intanto ti consiglio di provarlo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ivory Tower03:20
2Weight of the World04:33
3Nadir03:31
4Starless04:38
5Hand of Glory04:21
6Sweet Grave05:27
7Keeper of Forrest Lawns04:06
8Follow the Wheel04:18
9Baker Lake07:05
Durata totale: 41:19
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Pontus Åkerlundvoce
Emil Holmqvistchitarra e backing vocals
Anders Hedmanbasso e backing vocals
Per-Olov Jonssonbatteria e backing vocals
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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