Kingdom Come – Kingdom Come (1988)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEKingdom Come (1988) è l’album d’esordio dell’omonima band americana.
GENEREUn hard rock ispirato ai Led Zeppelin, ma meno derivativo di quanto si pensa di solito: porta invece l’influsso degli inglesi nell’incarnazione anni ottanta del genere.
PUNTI DI FORZAUn ibrido stilistico fascinoso e di classe, grazie a diversi elementi originali. Un alto livello di ispirazione, diversi punti di originalità in melodie, atmosfere e strutture, una grande maturità compositiva.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ ondivaga, qualche cliché di troppo.
CANZONI MIGLIORILiving Out of Touch (ascolta), Pushin’ Hard (ascolta), What Love Can Be (ascolta), Shout It Out (ascolta)
CONCLUSIONIKingdom Come non è un capolavoro giusto per poco: rimane un ottimo album, consigliato ai fan dell’hard rock anni settanta e ottanta!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
87
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Tra i vari artisti che hanno animato l’hard rock degli anni ottanta, i Kingdom Come sono stati tra quelli con la nomea peggiore. La colpa è, con ogni probabilità, del loro esordio omonimo, datato 29 febbraio 1988: si tratta di un album molto bistratto e frainteso, anche tra i fan del genere. In particolare, l’accusa che gli viene mossa è di non essere originale, di copiare i Led Zeppelin: una critica che ha senso, ma solo fino a un certo punto. Se infatti è vero che Kingdom Come è molto ispirato proprio alla band di Jimmy Page, non è poi così derivativo o privo di originalità. Elementi molto simili ce ne sono, è vero, come la voce del tedesco Lenny Wolf, leader della band americana che si rifà molto a Robert Plant. A parte questo però i Kingdom Come non sono dei cloni: lo dimostra, se non altro, il loro alto livello di ispirazione.

Kingdom Come in effetti non è solo meno scontato di quanto appare: è un lavoro con molto da dare, specie se confrontato con la musica del periodo. Al contrario di tante band tutte simili, il suo suono presenta diversi punti di originalità, a livello di melodie, atmosfere e strutture. Strutture che includono influssi blues e provenienti da altri lidi, integrate con successo in un hard rock di classe e mai banale. Anche il songwriting è maturo, in maniera eccezionale se consideriamo che è appena un esordio: in questo senso, i Kingdom Come brillano molto. C’erano insomma tutti gli elementi per un capolavoro: un livello che in questo caso però gli americani sfiorano soltanto. Purtroppo, una scaletta un po’ ondivaga e qualche cliché zeppeliniano troppo spinto a tratti ne abbassano il livello. Ma non è un grandissimo problema: anche così Kingdom Come è un disco più che degno!

Living Out of Touch inizia con un riff giocoso ed energico, che mette subito in chiaro le cose. Non troppo complesso ma ben strutturato, incide bene sia in solitaria che sotto ai ritornelli, che Wolf valorizza con una melodia elementare ma ottima. Ottime anche le strofe, espanse e malinconiche con le loro chitarre pulite, per poi crescere alla distanza. Il passaggio migliore è però quello al centro, all’inizio quasi lezioso per assumere quindi un gran pathos, con le sue melodie tristi. È un bel crescendo, che tocca un apice quasi drammatico prima di spegnersi in un passaggio vuoto, che dà il là a sua volta al ritorno della norma principale. Ottimo anche il finale, che riprende in breve il centro per poi presentare una bella coda anche di gran potenza. È un altro arricchimento per un pezzo di pop metal perfetto, uno dei migliori in assoluto di Kingdom Come! Anche Pushin’ Hard comincia con gran energia, scanzonata e divertente come da norma del genere degli americani. Sembra l’inizio della classica canzone del genere, ma poi la musica cambia e si fa più soffice, persino intimista. Sul basso di Johnny B. Frank, in bella vista, gli accordi sono lievi, quasi mogi: è una tristezza sottile, ma che a tratti esplode. Succede in stacchi anche di gran potenza, quasi metal, animati da una sofferenza dolorosa, che colpisce benissimo. Ogni tanto inoltre l’inizio ritorna, in un contrasto però ben riuscito, che rende la canzone varia e mai scontata. Lo stesso compito lo svolge la parte centrale: molto ispirata ai Led Zeppelin soprattutto nel cantato di Wolf, è anch’essa morbida, delicata. È l’unica variazione di rilievo per un pezzo in fondo lineare, ma splendido: con la opener, forma un uno-due da K.O. per l’album!

Prima ballad di rito, What Love Can Be è però tutt’altro che scontata. Sin dalle battute iniziale, mostra una gran ricercatezza in fatto di accordi, lenti e peculiari, certo non il classico arpeggio. A tratti hanno perfino un sentore prog o jazz, seppur altrove la chitarra assuma toni tipicamente blues, specie quando sale di volume. Succede solo a tratti nelle strofe, in cui il cantante gigioneggia sopra a una base calma, ma soprattutto nei ritornelli. Sempre melodici, sono però più densi, con una bella melodia di chiaro influsso anni ottanta. Delicati in principio, si concludono con Wolf che mette in mostra la sua estensione vocale verso l’alto, di solito. Fa eccezione il passaggio di trequarti: introdotto invece da un bell’assolo di Danny Stag, ancora bluesy, svolta presto in una norma particolare, davvero lancinante come solo i Kingdom Come riescono a fare nel loro genere. Il risultato di tutto ciò è, di nuovo, di altissimo livello: non sarà un picco del disco, ma neppure troppo distante! 17 comincia quindi dal drumming di James Kottak: dà poi il là al ritorno dell’hard rock tra anni ottanta, con però echi del decennio precedente. È una base che la band porta avanti a lungo, sia in forma strumentale che cantata, con giusto qualche variazione qua e là. Per il resto però la struttura è abbastanza ossessiva, con le varie sezioni che si sviluppano per lunghi tratti, come se il gruppo volesse creare musica più d’atmosfera. Mantiene lo stesso effetto anche il tratto centrale, retto invece dalla sezione ritmica e parecchio espanso. È un esperimento interessante, ma a tratti un po’ troppo ripetitivo e rilassato: per questo, alla fine non spicca molto in un album così, pur rivelandosi piuttosto buono.

Come dice il nome stesso, The Shuffle si regge tutta su uno shuffle scandito dalla sezione ritmica, piuttosto costante e con poche variazioni. A variare sono invece le chitarre di Stag e Rick Steier: a tratti scandiscono un fraseggio tipico, scanzonato, mentre altrove si propongono con grande forza. Lo fanno sotto alla voce del frontman, più urlata del solito, oppure al centro, sotto a un ottimo assolo, anch’esso vitale il giusto. Ottimo anche il passaggio che segue, più vuoto e in cui Kottak e Frank si mettono in mostra, variando un po’ di più la formula e rendendola interessante. Certo, c’è da dire che con la sua carica disimpegnata la canzone non impressione più di tanto. Ma non importa: anche così risulta ottima, e in Kingdom Come non stona! Va però meglio con Get It On, ancor più orientata all’hard rock classico degli anni settanta rispetto al resto. Lo si sente subito dal riff di base: in forma potenziata, regge anche ritornelli esplosivi, catturanti al massimo. Si scambiano di solito le strofe: si rifanno ai Led Zeppelin più eclettici, ma con una maggior potenza che non ne interrompe il fascino tutto particolare. C’è però spazio anche per alcune variazioni, come per esempio quella di centro, sensuale coi suoi riff obliqui e il suo ottimo assolo. Degno di nota anche il finale, in cui Kottak si fa sentire: la chiusura di un cerchio splendido, forse non tra i migliori del disco ma di altissimo livello!

Now Forever After cambia verso rispetto al passato per mostrarsi malinconica, a metà tra un lento e un pezzo potente. I Kingdom Come lo costruiscono attraverso un dualismo tra una chitarra semi-pulita e una distorta in sottofondo, per un effetto già da subito di gran intensità, studiato benissimo. Contraddistingue sia l’inizio, sia soprattutto i ritornelli: grazie anche alla solita, grande prestazione di Wolf, si rivelano lancinanti, carichissimi dal punto di vista emotivo. All’altezza della situazione si rivelano anche le strofe: più di basso profilo, sono però sognanti e nostalgiche al punto giusto, grazie anche a tastiere pseudo-sinfoniche (che torneranno poi nel finale). Stavolta inoltre il pezzo è super-lineare: anche la parte centrale si distacca poco dal resto, unendo le due anime e corredandole con l’infelice assolo di Stag. Del resto, non serve altro a un brano solido e ottimo: seppur in Kingdom Come sia addirittura sottomedia, risulta lo stesso godibile al massimo! Va però ancora meglio con Hideaway, che segue e all’inizio si presenta piuttosto vuota. Col tempo però comincia a crescere, fino a stabilizzarsi su una falsariga crepuscolare, poco estroversa, di basso profilo. È quella che regge i momenti più potenti, tra cui i ritornelli: di nuovo di grande spessore emotivo, colpiscono piuttosto bene. La base da cui si dipartono non è però da meno, con la sua calma però di vaga nostalgia, fatta piuttosto bene. E se ogni tanto il complesso risulta un po’ monotono, è un difetto che non incide molto. Abbiamo lo stesso l’ennesimo episodio di livello almeno più che buono della scaletta!

Se fin’ora gli americani non hanno esagerato col citazionismo ai Led Zeppelin, Loving You rappresenta un’eccezione. Dopo un inizio un po’ particolare, quasi alternativo, presto la musica svolta su qualcosa di gusto molto folk. Insieme alla voce di Wolf e ai suoni ricercati di quelli che sembrano archi, il tutto ricorda le ballad omologhe della band inglese, fin troppo. Certo, a livello musicale non è malaccio: le strofe rilassate e i ritornelli invece più preoccupati, seppur sempre in maniera calma, creano un contrasto piacevole. Lo stesso vale per la sezione centrale, con un buon assolo di Stag, forse addirittura uno dei migliori del disco per varietà e per i suoi influssi blues. Ma su tutto aleggia sempre quell’alone di già sentito, che castra un po’ la resa possibile. È il motivo per cui abbiamo una traccia più che discreta, ma nulla più: in Kingdom Come, questo la relega a punto più basso del disco, e per distacco! Per fortuna, nel finale la band si ritira su alla grande con Shout It Out, che torna alla potenza ma senza strappare. L’avvio ha invece una certa malinconia, data dall’intreccio tra chitarra acustica ed elettrica, per qualcosa di al tempo stesso intenso e catchy. Lo diventa ancora di più nei ritornelli: semplici, grazie al frontman diventano anche più efficaci e iconici. Non male anche le strofe con cui si scambiano: potenti, incalzanti, sanno colpire al punto giusto, prima di bridge da puro hard rock anni ottanta. Stavolta inoltre il pezzo è molto breve: c’è solo una breve frazione rockeggiante al centro a completare la sua struttura. Del resto, non serve altro: anche così, abbiamo una chiusura splendida, a poca distanza dal meglio del disco per qualità!

Come accennavo già all’inizio, Kingdom Come non è un capolavoro, ma giusto per poco. Al di là delle sue sbavature, è un disco di ottimo livello, pieno di canzoni valide che brillano del suono elegante del gruppo. Per questo, il fatto che in parte (ma non del tutto, come detto) i Kingdom Come si ispirino ai Led Zeppelin non è un buon motivo per sottovalutarlo. Come non lo è la sua supposta banalità: di gruppi scontati gli anni ottanta sono pieni, ma questo non è uno dei casi. E anzi, se ti piace l’hard rock di quel decennio o anche di quello precedente, te lo consiglio con calore!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Living Out of Touch04:17
2Pushin’ Hard04:47
3What Love Can Be05:14
41705:26
5The Shuffle03:40
6Get It On04:21
7Now Forever After05:36
8Hideaway05:38
9Loving You04:46
10Shout It Out03:37
Durata totale: 48:25
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Lenny Wolfvoce
Danny Stagchitarra solista
Rick Steierchitarra ritmica
Johnny B. Frankbasso
James Kottakbatteria
ETICHETTA/E:Polydor Records
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