Double Bass of Death – Rimes vs Cages (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONERimes vs Cages (2020) è il secondo album del duo nostrano Double Bass of Death.
GENEREUn metal sui generis in cui però il suono delle chitarre è sostituito da quello del contrabbasso, in un’imitazione molto avanguardistica ma interessante.
PUNTI DI FORZAUno stile molto originale, anche nella sua grande varietà, che pesca dal metal classico, dal moderno, dall’alternative e dal rock e non annoia mai. Un songwriting non banale, che tira fuori a tratti idee ottime.
PUNTI DEBOLIUn po’ di disomogeneità nello stile a tratti, una certa inconsistenza nella sua brevità.
CANZONI MIGLIORIEmpty (ascolta), Dissonance (ascolta)
CONCLUSIONISeppur i Double Bass of Death debbano fare di più, Rimes vs Cages è un buon album. Non è per tutti i palati, ma chi ama la stranezza e la novità nel metal lo apprezzerà.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
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Ma chi l’ha detto che nel metal non si possa più inventare nulla? Se è vero che non sono molto diffuse, si trovano ancora proposte innovative in maniera radicale nel nostro genere preferito. Magari la loro musica si limita al più puro underground, essendo di difficile accessibilità o anche troppo diversa dal solito metal per essere apprezzata dai suoi ascoltatori tipici. Ciò però non significa che band del genere non esistano: tra i diversi esempi che mi sono capitati da quando gestisco Heavy Metal Heaven, gli ultimi in ordine di tempo sono i Double Bass of Death. Sono un duo di musicisti nostrani che suona uno stile particolarissimo: come dice lo stesso monicker, al posto delle chitarre viene utilizzato un contrabbasso. A volte distorto, a volte pulito, alterna giri tipici della musica classica a riff metal: questi ultimi però non sono troppo distanti dalle sonorità solite del genere, anzi imitate in maniera eccellente. A volte le loro partiture sono da metal classico, altre moderne, altrove ancora alternative o rock: in generale, coi Double Bass of Death non ci si annoia mai. Questo è uno dei loro pregi assoluti: tuttavia, in certi frangenti può anche essere un difetto, come dimostra il loro secondo album Rimes vs Cages, uscito lo scorso 17 gennaio.

Si tratta di un album che a tratti suona un po’ disomogeneo a livello stilistico. È come se, nella sua voglia di sperimentare e stupire, il duo abbia cercato di osare troppo, perdendo di vista a tratti la coerenza del proprio suono. Per fortuna, i Double Bass of Death non lo fanno mai troppo: è un difetto che incide, ma non in maniera catastrofica. Lo stesso si può dire dell’altro problema di Rimes vs Cages, la sua brevità, che lo rende inconsistente: vista la varietà e le capacità di un genere ancora non sfruttato come il suo, la band poteva di certo esplorarlo di più. Ma al di là di questo fatto, il risultato complessivo, pur facendo gridare al miracolo si rivela di buona qualità. Merito non solo dell’originalità, ma anche di un songwriting non banale, che tira fuori diverse ottime idee. In generale, i Double Bass of Death si rivelano una buonissima band: l’idea che mi danno è che potrebbero fare anche meglio rispetto a Rimes vs Cages, che pure non è niente male!

Quella che sembra una chitarra solista – ma credo sia sempre il contrabbasso, distorto all’inverosimile – dà il via a Borderline con una melodia lenta e mogia. È una frazione di carattere antico, classico, anche per colpa della melodia sempre di contrabbasso pulito al di sotto, ed evoca una gran calma. Una calma che però non dura: dopo circa un minuto, il duo strappa all’improvviso su una norma più cattiva. Al netto di qualche influsso metal, il riff di base, gestito dal contrabbassista Viktor, ricorda stavolta molto di più il punk, del tipo più scanzonato. È un effetto accentuato anche dalle voce sguaiate e graffianti dei due membri dei Double Bass of Death, che si alternano veloci. Le due parti si scambiano lungo buona parte del disco: la struttura in pratica ha poco altro, a parte una breve frazione di contrabbasso solitario sulla trequarti. Si chiude così un pezzo semplice e breve ma molto carino e divertente, seppur non tra i brani più in vista di Rimes vs Cages. Di sicuro va meglio con Free The Horse, The Ego and the Atom of Ego: anch’essa comincia con un intro neoclassico. Dà però il là a qualcosa di più espanso, con qualche distorsione che ricorda il black metal più ambient e venature di contrabbasso. È una base lenta e morbida, che fa bene da sfondo alla voce della cantante Numa Echos, stavolta soave e mogia, per qualcosa di molto malinconico. A volte però su questo stesso sfondo c’è Viktor: sfodera quasi un rap aggressivo, ma senza che questo stoni, in un contrasto anzi riuscito. In ogni caso, questi tratti si alternano con altri invece di carattere più metal: più urlati, con un riff anche piuttosto classico, presentano però una bella melodia, che incide bene. È una progressione valida: nonostante l’assenza di grandi scossoni, avvolge bene, anche grazie a qualche buon cambiamento di arrangiamenti di tanto in tanto. Il risultato è un pezzo di qualità molto buona, che si stampa bene nella mente dell’ascoltatore!

A questo punto, l’album termina il suo processo di crescita con Empty: parte da un intro molto espanso, di carattere ambient. È la base su cui spuntano prima i sussurri di Echos, seguita poi dalle lievi venature di archi. Grazie a ciò, pian piano il pezzo cresce, fino all’arrivo di un riff pesante e distorto, di orientamento molto doom. È quello che domina anche nei ritornelli: lenti e decadenti, con persino qualcosa di gothic nell’atmosfera, avvolgono bene. Merito non solo della cantante, che scandisce una bella melodia, ma anche dello sfondo, crepuscolare e malinconico al punto giusto. In pratica, a parte qualche (riuscito) cambio nel pezzo non c’è altro che questa evoluzione, che si ripete un paio di volte. Ma non importa: anche così abbiamo un gran pezzo, poco lontano dal meglio di Rimes vs Cage. Ma va ancora meglio con Dissonance, in cui i Double Bass of Death tornano a qualcosa di più movimentato. O almeno, lo fanno poi: all’inizio, c’è solo un tappeto ambient, prima che il solito contrabbasso arrivi a scandire un giro classico, dimesso. Presto, si aggiungono influssi elettronici e soprattutto un riff distorto, all’inizio quasi a singhiozzo sotto alla voce di Echos, che peraltro domina la scena. Poi però il pezzo cresce pian piano in potenza, fino a raggiungere i ritornelli: lunghi, presentano sempre lo stesso, ossessivo riffage, di vago retrogusto thrash. Ma l’intento del duo non è la potenza: al contrario, il tutto risulta quasi ipnotico, e colpisce piuttosto bene. Come da norma del disco, inoltre, la struttura non è molto complessa: l’unica variazione maggiore è l’outro, in cui la cantante scandisce la stessa melodia delle strofe in solitaria, senza base. Per il resto, abbiamo un brano lineare, ma non importa: la qualità rimane altissima, per il punto in assoluto più alto del disco!

Broken Amigdala ha un inizio misterioso, ma dopo poco la musica torna a presentare il lato più riottoso del gruppo, già sentito all’inizio. Seppur non di voltaggio altissimo – anzi, solo la batteria è movimentata – le strofe lo rappresentano bene con la loro carica obliqua. Ancor meglio però fanno i ritornelli, più energici ma non diretti: al contrario, si fanno più atmosferici, con una bella aura, angosciosa ma non senza un certo calore. Qualche piccola variazione fa il resto: abbiamo un pezzo di buon livello, forse non troppo significativo ma che neppure stride in Rimes vs Cages. È però una storia diversa con Dis-Obey: come da trademark dei Double Bass of Death, comincia da una melodia di Viktor, ombrosa come sempre. E il pezzo che segue non è diverso: anche quando comincia a riempirsi di suoni mantiene questa aura, fino a che non sfonda nel metal. Presto, ci ritroviamo così in un pezzo macinante, non potentissimo ma duro, con anche delle belle suggestioni heavy classico nel riffage. È una falsariga potente, che va avanti a lungo, animata stavolta dalla voce del cantante uomo. Echos torna invece solo nei ritornelli: stavolta si aprono, per sezioni più calme ma con un pulsare ritmico del riffage, stavolta più moderno. Insieme al contrabbasso, accompagna una melodia quasi triste della frontwoman, ma avvolgente: anche questo contribuisce alla sua buona riuscita. Stavolta inoltre ci sono poche variazioni, tutte nel cantato che diventa più acido a tratti; per il resto, la struttura prosegue lineare. Ma non è un problema: anche così, parliamo di un’ottima canzone, neppure troppo lontano dal meglio del disco! Quest’ultimo tra l’altro è ormai agli sgoccioli: c’è spazio solo per Beethoven Double Bass of Terror. Altro non è che una serie di melodie riprese dall’opera del celebre compositore tedesco, intervallate però da suoni inquietanti. Tra i sussurri di Echos, urla prese forse da qualche film horror e un contrabbasso dal suono molto profondo ed esaltato, ne viene fuori un affresco spaventoso, sinistro al massimo. Certo, in certi punti non è troppo significativo, ma non importa: nel complesso è una buona chiusura per un album così!

Forse dopo aver descritto così a lungo la loro musica, è superfluo sottolineare come la musica dei Double Bass of Death non sia per tutti i palati. Al contrario, credo che solo le menti più aperte al nuovo e allo strano potrebbero apprezzarli: se lo sei, però, Rimes vs Cage ti è consigliato. Forse non sarà il meglio che il duo può fare, e forse la loro originalità merita di essere sfruttata ancora meglio di quanto facciano. In fondo però non importa: anche a dispetto dei suoi difetti, si tratta di un lavoro buono, onesto e apprezzabile!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Borderline03:40
2Free the Horse, The Ego and the Atom of Ego04:40
3Empty06:22
4Dissonance06:33
5Broken Amigdala03:37
6Dis-Obey04:44
7Beethoven Double Bass of Terror04:28
Durata totale: 34:07
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Numa Echosvoce e dj
Viktorvoce e contrabbasso
ETICHETTA/E:The Saifam Group
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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