Gefrierbrand – Es war einmal… (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEEs war einmal… (2020) è il terzo album dei tedeschi Gefrierbrand.
GENEREUn thrash/death/black metal simile a quello del predecessore Weltenbrand (2016) ma più melodico e musicale, specie sul versante death.
PUNTI DI FORZAUno stile più personale e meno generico del disco precedente, un songwriting che gestisce bene le varie componenti del suono dei tedeschi, una maggiore maturità, una scaletta di livello elevato.
PUNTI DEBOLIUna relativa mancanza di hit, qualche sbavatura qua e là.
CANZONI MIGLIORIDie Boten des Todes (ascolta), Das letzte Haus (am Ende des Brotkrumenweges) (ascolta), Grab aus Dornen (ascolta)
CONCLUSIONIEs war einmal… si rivela essere l’album della maturità per i Gefrierbrand, oltre che un lavoro solido e sopra alla media del suo genere.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
82
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Mi è già capitato di occuparmi dei Gefrierbrand, nel corso della storia di Heavy Metal Heaven. All’inizio del 2017, ho recensito il loro secondo album, Weltenbrand: lo ricordo come un lavoro buono, ma all’epoca non mi aveva colpito troppo. Per questo, quando ho accolto una nuova richiesta questi tedeschi dalla carriera ormai lunga quasi quindici anni, non avevo grandissime aspettative. E invece Es war einmal… (“c’era una volta” in tedesco) mi ha sorpreso: terzo album della carriera dei Gefrierbrand, uscito autoprodotto lo scorso 29 febbraio, è un disco che ha diverse cose da dire. Lo fa a partire dal genere, un mix di thrash, death e black metal di base simile a quello del predecessore. Un po’ sui generis, pesca da tutti e tre i mondi – e in particolare dagli ultimi due – e li mescola in qualcosa di compatto, in cui non si capisce dove inizia l’uno e finisce l’altro. Rispetto al passato però, Es war einmal… lo fa in maniera più consapevole. Per esempio, quando in Weltenbrand erano presenti solo i semi, qui i Gefrierbrand hanno sviluppato a pieno il loro lato più musicale e melodico. In particolare, a farlo è la loro componente death, che si rifà molto al suono di Gothenburg e ai suoi derivati. Quello black invece è più dissonante e classico a tratti, seppur altrove anch’esso sappia esprimere calore: è invece la base thrash che di solito dà potenza, oltre a qualche elemento addirittura da metal classico.

Nel complesso, quello di Es war einmal… è un suono meno generico e più personale rispetto al suo predecessore. Ma non è solo una questione stilistica: i Gefrierbrand sono cresciuti anche molto in fatto di songwriting. I tanti elementi messi in campo dal gruppo sono dosati con giudizio e grande abilità, per esempio schierando le giuste variazioni: di rado parliamo di un album omogeneo come era Weltenbrand. In generale, per i Gefrirerbrand Es war einmal… rappresenta l’album della maturità. Lo è anche per quanto riguarda i testi, che per quel che posso capire (sono pur sempre cantati in tedesco) guardano al folklore e in particolare al mondo delle vecchie fiabe – in cui la Germania ha una grande tradizione. Ma soprattutto, lo è anche col suo difetto, ossia la tipica mancanza di hit del metal di oggi. All’interno della sua scaletta, ci sono poche canzoni che emergono e restano in mente: tuttavia, stavolta il livello medio è più alto. È per questo che, come leggerai nel corso della recensione, Es war einmal… si rivela un buonissimo lavoro, almeno mezzo gradino superiore al (pur buono, nonostante le diverse pecche) disco precedente dei Gefrierbrand!

L’intro Prolog è piuttosto classico: comincia con uno scricchiolio di legno accompagnato da pagine che vengono sfogliate. È su questo sfondo che appare un arpeggio di chitarra altrettanto tradizionale, dal sapore quasi folk: poche decine di secondi, poi l’urlo di Tom Seyfarth dà il via a Es war einmal, che poi parte rapida, ma subito calda, musicale. Il riff di base è sul lato black dei Gefrierbrand, ma di un tipo molto melodico: un’anima che caratterizza il pezzo. Anche nelle strofe, che si incupiscono un po’, l’armonia non manca mai, seppur più nascosta. Esce però con forza negli stacchi più aperti: gestiti dal ritmo in levare di Yannick Argast, a tratti sono più preoccupati, ma altrove reggono melodie deliziose delle chitarre. Al centro, le stesse chitarre sono protagoniste anche di un bell’assolo, sempre sullo stesso ritmo, veloce e ben fatto. Ottima anche la frazione di trequarti, potente e thrashy: anch’essa correda bene un pezzo in fondo semplice ma ottimo, che apre a dovere l’album omonimo! Va però meglio con Die Boten des Todes, che segue: un breve intro con un riff nel vuoto, lento e sui generis, poi però il ritmo sale di molto. Ci ritroviamo così in una falsariga di origine melodeath, tempestosa e oscura ma in qualche modo calda nella sua ansia. È uno spirito che la accompagna a lungo, a eccezione di alcuni stacchi più potenti e thrash; non manca invece nei ritornelli, in cui anzi si accentua. Dominati dalla doppia cassa e dal riffage di Julian “Frosch” Fröschle e Sascha “Säsch” Dummann che la segue, hanno una gran cupezza, ma non disperata: uno strano ibrido che però colpisce bene. Ancora una volta, l’unica variazione di rilievo è il classico (e valido assolo): è il coronamento di una grande traccia, una delle migliori di Es war einmal…!

Se fin’ora i Gefrierbrand hanno tenuto l’asticella molto alta, con Der Graf von Geichen il livello cala. Colpa soprattutto del suo riff, ancora di origine thrash ma ossessivo, quasi solenne, espanso: non è neppure male, con le sue particolarità. Il problema è che i tedeschi lo ripetono un po’ troppo spesso, il che lo fa venire presto a noia. Anche il resto peraltro non sempre esalta: non lo fanno i bridge, vorticosi e pestati ma piatti. Per fortuna i ritornelli fanno meglio: riprendono l’anima principale ma la rileggono in un death quasi rituale, che le dà un impatto più che discreto. Il momento topico del pezzo è però al centro, in cui la stessa norma vira addirittura verso il folk, specie a livello di ritmo, mentre il riffage di Frosch e Säsch è potente, e in coda lo diventa anche di più, con un gran bell’impatto. Nel complesso, è un passaggio di qualità assoluta: valorizza un pezzo non bellissimo, specie se confrontato con altri in Es war einmal…, ma almeno carino, grazie a questo contributo. Wie Kinder Schlachtens miteinander gespielt haben comincia quindi con il basso di Ingo Pfisterer, distorto a scandire un tema semplice e malinconico. Sono le stesse note che, in maniera più elaborata, i Gefrierbrand riprendono col riff principale: esplode dopo circa mezza minuto, creando subito un ambiente insieme estremo e melodico. È quello che regge sia i momenti strumentali che le strofe, growlate da Seyfarth; solo in alcuni stacchi lasciano spazio a qualcosa di più leggero e nostalgico. Ma c’è spazio anche per momenti a metà tra i due mondi, in buon equilibrio tra melodia e impatto. In pratica, non c’è altro in un pezzo semplice e anche breve: anche per questo non è molto significativo, ma almeno si rivela godibile e buono.

Totenhemdchen potrebbe essere considerabile quasi una semi-ballad, ma forse è improprio. Se all’inizio la base è melodica, spesso ci sono quelli che si potrebbero definire “tentativi di scatto”. L’avvio è molto calmo, con tra l’altro un lead vicino alla (sfruttatissima) Marcia Funebre di Chopin, ma poi la musica accelera con un sinistro giro di chitarra solista. Presto, anche questo viene meno, quando la norma si stabilizza sul classico lento, con in evidenza ancora il basso di Pfisterer mentre le chitarre sono lievi arpeggi sotto al growl quasi sussurrato del frontman. Questa norma si scambia però con un paio di momenti più metal: se il primo, per quanto cupo e a tinte black è melodico e preoccupato, il secondo prende lo sprint in via definitiva. Ci ritroviamo così in una fuga convulsa, con un tocco di melodia ma per il resto puntata su un impatto a tinte thrash, death e black. È un finale buono per un episodio che nonostante la stranezza lo è molto, e in Es war einmal… non stona affatto. Di certo, meglio che con Tief im Forst, in cui i Gefrierbrand tentano un altro esperimento, ma senza lo stesso successo. Il suo problema è la struttura: alterna momenti potenti e veloci, ma con tinte melodeath che le danno un bell’arricchimento, e passaggi invece più lenti, lineari e thrashy. Entrambe le anime hanno qualcosa da dare, soprattutto i primi, molto ben composti: il problema è che le due parti non si sposano molto bene tra loro. Non aiuta poi una sezione finale che lascia perdere quanto sentito fin’ora per svoltare su coordinate estreme, retta dal blast: cercano l’oscurità ma con la potenza precedente c’entrano come i cavoli a merenda. Nel complesso, abbiamo un episodio indegno delle buone idee che ha: poteva essere valido, invece si rivela decente e basta, senza dubbio il punto più basso del disco.

Se fin’ora Es war einmal… ha vissuto alti e bassi, con Das letzte Haus (am Ende des Brotkrumenweges) i Gefrierbrand lo tirano su alla grande: già il fraseggio iniziale è valido, con la sua profondità e la sua bella melodia. Peraltro, accompagna anche le strofe: arricchisce il semplice thrash delle ritmiche e nelle più leggere fasi finali prende anche il sopravvento. Danno il là a bridge invece più rocciosi, ma senza che manchi la stessa sensazione preoccupata. Più disimpegnati e diretti sono i ritornelli, semplici ma molto d’impatto, grazie alla loro impostazione, catchy al massimo specie se consideriamo il genere dei tedeschi. Non male anche la chiusura, che parte da un momento di arpeggi di chitarra per poi intraprendere una bella escalation, che riprende alla fine la stessa impostazione con più cattiveria. Nonostante la differenza, si integra bene in un grandissimo episodio, il migliore in assoluto del disco! Ma Grab aus Dornen non è da meno: lascia da parte l’impatto sin dall’inizio, con un inizio lento e nostalgico, da ballad. Di lì cresce veloce, fino a sfociare in una norma vorticosa con un’urgenza però sconsolata, triste, che emerge bene dalla melodia del riff. È così ben fatto che non annoia, nonostante regga sia le strofe che i ritornelli; ottimo anche il ruolo dei raccordi che li spezzano, con un vago retrogusto folk nelle loro armonie. Anche la parte centrale va citata: col suo tono morbido ma crepuscolare ricorda quasi certe cose degli Opeth, seppur in maniera più lineare come da scuola Gefrierbrand. Dura poco, prima di cominciare a crescere con forza e grinta, ma senza lasciar da parte almeno un tocco dell’atmosfera precedente. Quindi, si integra bene in un complesso di grandissimo livello, poco sotto al meglio di Es war einmal…!

Das Schrättele mostra subito un lato diverso dei tedeschi col suo riffage a metà tra thrash e addirittura metal classico. È una suggestione che non scompare nel corso del tempo: a questa norma, si alternano anche lunghi passaggi più vorticosi, ma in cui le chitarre di Säsch e Frosch suonano comunque tradizionali. A tratti anzi i tedeschi sembrano quasi citare i loro conterranei Running Wild: un dettaglio che però si sposa bene col loro estremismo sonoro, ben integrato. Meno interessanti, ma godibili, si rivelano anche le accelerazioni che qua e là svoltano su qualcosa di più convulso e veloce, col blast di Argast. Sono funzionali al pezzo, come lo è la malinconica parte conclusiva, che lascia il dinamismo precedente per qualcosa di melodico, ossessivo ma non noioso. Con le melodie dei due chitarristi intrecciate, costituisce un gran finale per un altro episodio solido e di ottimo livello! A questo punto, in chiusura di Es war einmal…, i Gefrierbrand stupiscono con Rot, traccia che lascia perdere del tutto il metal per toni delicati. All’inizio c’è solo una chitarra pulita, molto docile e calma, seppur non sia il relax a dominare. Al contrario, è un forte pathos, ben sottolineato anche da Seyfarth, che qui sfodera un buon pulito, molto musicale. Il suo growl torna invece solo nei ritornelli, ma solo per brevi attimi: più potenti ma dilatati, vedono ancora dei vocalizzi melodici, il che consente loro di mantenere una bella tensione emotiva. Allo stesso scopo lavora anche il tratto centrale, un po’ più pestato e con qualche dettaglio oscuro, ma anche passaggi dedicati a un fraseggio quasi post-metal. Si integra bene in un pezzo particolarissimo, specie per quanto riguarda il metal estremo: come finale per un disco così però non c’è male!

Poteva essere migliore, Es war einmal…? Per quanto mi riguarda, credo di sì: qualche pezzo meno bello, specie verso metà, si poteva tagliare. Ma credo ci si possa accontentare anche così: parliamo sempre di un album solido e sostanzioso, che spicca tra i tanti molto più generici e scontati che escono ogni giorno negli stessi generi. Per questo, se ti piace il metal che sia allo stesso tempo estremo e melodico, il consiglio è di dare almeno un’ascoltata ai Gefrierbrand. Sono sicuro che non sarà tempo perso!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Prolog01:02
2Es war Einmal04:59
3Die Boten des Todes04:34
4Der Graf von Geichen05:12
5Wie Kinder Schlachtens miteinander gespielt haben03:16
6Totenhemdchen04:32
7Tief im Forst03:24
8Das letzte Haus (am Ende des Brotkrumenweges)04:27
9Graub aus Dornen03:58
10Das Schrättele03:58
11Rot05:17
Durata totale: 
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Tom Seyfarthvoce
Julian “Frosch” Fröschlechitarra e backing vocals
Sascha “Säsch” Dummannchitarra
Ingo Pfiesterbasso
Yannick Argastbatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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