Profeci – Matecznik (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMatecznik (2020) è il primo album dei Profeci, band polacca nata nel 2018.
GENEREUn black metal dalle forti tinte atmosferiche.
PUNTI DI FORZAUn album che, prendendo ispirazione dagli Mgła, riesce a far immedesimare l’ascoltatore nella sua dimensione oscura.
PUNTI DEBOLIa volte l’ispirazione degli Mgła è troppo forte.
CANZONI MIGLIORIPleśń, Szeol
CONCLUSIONIMatecznik riesce a mettere in mostra un background musicale non indifferente, con uno stile ipnotico e suggestivo.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
80
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La Polonia si conferma ancora una volta come una delle terre più fertili in ambito metal. Se dagli anni 80 band come Vader e Trauma hanno diffuso il verbo attraverso suoni violenti e granitici, lo stesso hanno fatto band più recenti che si sono imbattute in un sound più ancestrale, ovvero nel black metal, e un esempio lampante sono proprio i Profeci. Questo giovane combo, nato a Poznan nel 2018, merita di essere già menzionato come uno dei più interessanti della scena polacca: formata da Piołun (voce, chitarra), Gustaw (chitarra), Symeon (batteria) e Mikis (basso), la band si imbatte in un black metal introspettivo e travolgente, prendendo ispirazione da un altro gruppo connazionale che ormai è diventato uno dei migliori al mondo, ovvero gli Mgła. L’influenza della band di Cracovia si sente eccome, e lo si nota dalle tessiture malinconiche, oscure e profonde, senza contare il timbro della voce, molto più vicina al growl piuttosto che al solito scream graffiante, eppure molto somigliante a quella di Mikolaj Zentara. Anche i testi, interamente in polacco, riescono ad essere profondi ed introspettivi, e lo si intuisce partendo già dal titolo Matecznik, letteralmente “luogo isolato”, ma che può essere inteso anche come “oscura foresta”, il tipico ambiente di un album black, ma reso profondo e abissale proprio dai Profeci.

Ciemna Góra è la prima traccia dell’album, che parte con una marcia cupa e lentissima. Si potrebbe benissimo considerare come un brano più doom che black, eppure le chitarre melodiche e sofferenti accompagnano l’ascoltatore in un mood molto atmospheric black. Piołun riesce benissimo ad accompagnare le melodie con la sua voce cupa e aggressiva, ma anche corale in alcuni punti più lenti, in modo da rendere l’atmosfera ancor più varia. La seconda Pleśń avanza costantemente granitica ed è la traccia che sembra somigliare di più allo stile Mgła, anche se contaminata da un mood depressive che ricorda molto i Woods of Desolation, esattamente come la terza Manna, di simile fattura ma con un’atmosfera ancor più pesante. Wynaturzenie si apre con una chitarra remota che la accende improvvisamente: le ritmiche lente e pesanti ci portano in un paesaggio desolato in cui la solitudine e la disperazione sembrano assalirci in men che non si dica, con la voce di Piołun che sembra un canto spettrale grazie all’effetto eco. Dopo la quinta Kir, molto simile alla precedente, arriva Korzenie, una canzone decisamente più veloce e violenta delle altre grazie alle ritmiche leggermente più veloci e alle vocals più graffianti e minacciose. L’ascoltatore viene quindi catapultato in un paesaggio fittizio nebbioso, dove si perderà definitivamente con l’ultima Szeol, ricca di digressioni atmosferiche che rappresenta il giusto finale per questo lavoro.

Ascoltando Matecznik, ci si rende conto che non si ha a che fare con una band alle prime armi. I Profeci, nonostante esistano da poco tempo, dimostrano di avere dalla propria parte un background musicale non indifferente, seppur la loro proposta non sia particolarmente innovativa. In ogni caso, i Profeci hanno pienamente centrato l’obiettivo già all’esordio su full-length: mi aspetto buoni risultati anche per gli album successivi.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ciemna Góra05:17
2Pleśń04:47
3Manna03:15
4Wynaturzenie05:35
5Kir04:55
6Korzenie05:39
7Szeol05:00
Durata totale: 34:28
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Piołunvoce e chitarra
Gustawchitarra
Mikisbasso
Symeonbatteria
ETICHETTA/E:Godz ov War Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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