White Crone – The Poisoner (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Poisoner (2020) è il primo full-length di White Crone, one woman band della musicista statunitense Lisa Mann.
GENEREUn heavy metal vintage intrecciato con forti pulsioni doom e con influssi dall’hard rock più classico, il tutto in una forma ben poco stantia.
PUNTI DI FORZAUn suono tutto sommato fresco, molte buone idee, una grande capacità di variare, ottime doti strumentali e vocali da parte di Mann, una registrazione personale ma valida.
PUNTI DEBOLIUna relativa mancanza di hit in una scaletta ondivaga, con diversi buoni pezzi ma anche qualche caduta di livello. Un filo di prolissità, con alcuni brani che potevano essere tagliati.
CANZONI MIGLIORIThe Poisoner (ascolta), 18 Rabbit (ascolta)
CONCLUSIONISeppur non sfrutti tutto il potenziale del suono di White Crone, The Poisoner è un buon album, sopra alla media dei suoi generi e adatto ai fan di queste sonorità!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
79
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È innegabile: ai suoi inizi, il metal era una questione quasi del tutto maschile. Colpa forse anche di un maschilismo piuttosto forte, presente in molti musicisti per dare un’immagine di sé “da duro” e a volte spinto fino all’eccesso – vedi i Manowar e altre band simili. Per fortuna, però, col tempo questa barriera sta venendo meno: sempre più gruppi schierano donne tra le proprie fila, per non parlare delle diverse one woman band uscite di recente. Alcune di esse, peraltro, riescono a esplorare anche un lato diverso del metal, più personale e meno scontato di quanto facciano diversi colleghi maschi: è il caso di White Crone. Creato da Lisa Mann, musicista attiva fin dagli anni ottanta ma che da allora ha centellinato le sue presenze, si tratta di un progetto interessante. Lo è a partire dallo stile: di base è heavy metal vintage, intrecciato con forti pulsioni doom e con influssi che invece guardano all’hard rock più classico. Ci sono diversi gruppi che suonano in questo modo, ma Mann riesce a dare al tutto una buona freschezza, con idee che non suonano mai stantie. È quindi uno stile personale ad animare The Poisoner, opera prima di White Crone uscito autoprodotto lo scorso febbraio. Un full-length che però ha anche molto altro da dare, oltre all’originalità.

Mann infatti spicca per la bontà delle sue idee: all’interno della sua musica, si possono trovare per esempio tante belle melodie. Ma soprattutto, il progetto brilla una buona capacità di variare, nel non ripetersi, nel trovare spunti freschi e nell’evitare ogni omogeneità: qualcosa da cui molti dovrebbero prendere lezione. In più, White Crone può contare sulle ottime doti musicali della sua mastermind, a livello strumentale e vocale: Mann si rivela eccellente in questo campo, il che arricchisce molto The Poisoner. Mettendoci anche una registrazione diversa dal solito e anche per questo efficace, un pelo grezza ma onesta e capace di valorizzare la musica del progetto, il quadro che ne emerge è molto incoraggiante. Purtroppo però il progetto White Crone non è esente da alcune pecche: quella che spicca di più in The Poisoner è una certa mancanza di hit. Nella sua scaletta ci sono parecchi buoni pezzi, ma solo pochi brillano davvero; ogni tanto, peraltro, c’è qualche caduta di stile. Il che rende il disco un filo prolisso, nei suoi cinquanta minuti: tagliare qualcuno dei pezzi meno belli avrebbe giovato. In generale, se per certi versi Mann si rivela matura e consapevole (per esempio nell’autoironia di chiamare il suo progetto White Crone, “vecchiaccia bianca” in riferimento ai suoi capelli candidi), per altri mostra un po’ di immaturità, specie a livello compositivo. Niente di grave: in fondo The Poisoner rimane almeno un gradino sopra alla media. Si tratta di un lavoro che nonostante i difetti rimane di buona ispirazione, come leggerai nella recensione.

The Dream of Tiamat comincia subito con un riffage energico, a metà tra doom e rock: un’impostazione che tornerà poi lungo il pezzo, sia in questa chiave diretta, sia nelle strofe. Ne riprendono l’impostazione ritmica in qualcosa di melodico, misterioso e sottotraccia. Tuttavia, Mann ne fa aumentare l’energia con la voce, fino all’esplosione di bridge preoccupati e vorticosi. Se fin qui il pezzo è stato ottimo, purtroppo lo stesso non si può dire dei ritornelli: troppo acuti a livello vocale, con la mastermind che urla parecchio, cercano di essere drammatici ma ci riescono poco, e stridono col resto. Per fortuna, non sono poi così male, in fin dei conti: se il pezzo meritava di meglio, come dettaglio non dà troppo fastidio. Il resto però impressiona di più, compresi gli assoli dell’ospite Mehdi Farjami, musicali e ben realizzati. Insomma, rimane un piccolo rammarico: abbiamo un pezzo molto buono, ma che poteva essere eccezionale per le idee che ha! Di sicuro, in questo riesce molto meglio The Poisoner, che segue: parte da un breve intro del basso di Mann, a cui presto si accoda il riffage. Ci ritroviamo allora in un pezzo di influsso maideniano, seppur vi sia posto anche per il lato più rockeggiante di White Crone, specie nelle strofe. Crepuscolari nel loro senso oscuro, non mancano però di belle melodie di chitarra, e di un riffage vincente. A far la differenza è però l’ugola della cantante, con delle melodie molto riuscite: anche stavolta, riesce a creare un crescendo che culmina in quelli che possono essere considerati refrain. Urlati, rabbiosi, durano pochi secondi ma riescono lo stesso a colpire con la loro natura estroversa. Buona anche la frazione centrale, molto classica ma ben integrata nel pezzo, con la coda molto hard rock anni settanta cantata che la valorizza. È la quadratura di un cerchio eccellente, il picco assoluto dell’album a cui dà il nome!

Sin dai primi accordi, To the Abyss si sposta sul lato più doom del progetto White Crone, uno dei momenti in cui è più forte in The Poisoner. È una base pesante ma non troppo oppressiva: piuttosto, cerca di essere fascinosa, crepuscolare, misteriosa, il che le riesce molto bene. Ancor meglio va però con gli stacchi con cui si alterna: hanno ancora uno spirito doomy, ma unito a note hard ‘n’ heavy e a una melodia quasi power metal (!). Un connubio peraltro che funziona molto bene: rende questi passaggi di altissimo livello, tra i migliori dell’intero disco, specie quando nel finale la stessa norma si fa più lenta ed evocativa. Unica nota negativa è invece il tratto centrale: quasi di influsso thrash, potente e truce, non si integra bene in un brano invece più arioso, pur con un buon assolo. È l’unica pecca di un pezzo per il resto ottimo: anche così, si rivela valido! È quindi il turno di Our Sacred Duty: primo dei due brevi interludi, si rivela carino col ritmo quasi saltellante dato tutto dalla chitarra pulita, su cui quella distorta disegna un cupo lead. Non sarà troppo significativo, ma come frammento a sé stante non è male, e introduce bene Broken, con cui Lisa Mann tenta un esperimento. Sin da subito, le melodie sono esotiche, e col tempo questo lato viene sviluppato ancora, tra fraseggi orientaleggianti (ma a tratti molto maideniani) e le percussioni cadenzate di Caton Lyles. Queste ultime sono le protagoniste anche delle strofe, in cui insieme al basso reggono la voce della frontwoman e qualche svolazzo residuo. È un bell’affresco, che ci conduce dritto ai ritornelli: più intimi, misteriosi, sono di basso voltaggio, ma questo non li danneggia, anzi è un valore aggiunto. E se a lungo andare il tutto risulta un pelo prolisso, non è un problema: abbiamo lo stesso un brano valido, che in The Poisoner non sfigura affatto.

Una rullata del batterista Larry London, poi è il turno di The Seven Gates of Hell. Cover dei Venom, perde però quasi tutto dell’originale a tinte truci e black, per trasformarsi in un pezzo heavy del tipo che White Crone ci ha già proposto. Non c’è solo la voce di Mann a rendere il tutto più melodico: anche i riff sono meno cupi e più rockeggianti. Il risultato è un pezzo aperto, caldo, che colpisce bene con la sua atmosfera rilassata. Insomma, si tratta di un grandissimo lavoro da parte della musicista americana: ha riletto questo pezzo così bene che può sembrare uno suo, ma senza tradire l’originale, che è ancora ben presente. Tra armonizzazioni che ricordano da lontano il suono originale e un gran numero di buoni passaggi, abbiamo una grande rilettura, neppure lontanissima dal meglio del disco. A questo punto, è il turno di New Planet Earth, il momento più rilassato in assoluto di The Poisoner. White Crone lo costruisce col suo lato più hard rock, in questo caso vicino all’incarnazione più sui generis americana, ma senza per questo essere banale. Anzi, sin dall’inizio con le sue melodie intrecciate coinvolge; lo stesso si più dire della struttura di base. Essa è divisa tra strofe rette dalla sezione ritmica, sottotraccia ma allegre e i refrain, che sviluppano la stessa anima. Col basso ancora in bella vista, si rivelano allegre in una maniera innocente, gioiosa, che avvolge bene. Ottimi anche i bridge, più duri e un filo preoccupati, ma ben integrati tra le due parti che raccordano. Una citazione inoltre la merita anche la falsariga centrale (ripresa in parte anche nel finale), particolare con le sue melodie, di retrogusto quasi progressivo. Nel complesso, abbiamo un brano forse non tra i più significativi, ma non importa: il livello rimane comunque piuttosto elevato.

Interment comincia con gran calma, con un riff del basso echeggiato di Mann. Presto, si inserisce anche la sua chitarra, per qualcosa di in principio lento, sul lato doom di White Crone. Ma come già visto altre volte in The Poisoner, questa norma è destinata a crescere: lo fa all’inizio con dei lead storti, minacciosi al punto giusto. Ma dopo circa un minuto e mezzo, il ritmo all’improvviso comincia a salire: un breve intermezzo di transizione, poi ci troviamo in qualcosa di più animato e potente. Nonostante il riff rimanga doom, la batteria di London scandisce qualcosa che ricorda addirittura il flamenco o altra musica latina, come anche il riff di chitarra, che rilegge questi stile in una maniera sinistra, di vago influsso addirittura black. Ma anche questo è destinato a cambiare: presto il pezzo svolta, e dopo un momento in cui sembra voler tornare al doom, l’urgenza si alza ancora. Pochi secondi, e ci ritroviamo in un mid-tempo pieno di intrecci che renderebbero fieri gli Iron Maiden, seppur riletti con lo spirito crepuscolare che il progetto americano ha già mostrato. E non è finita qui: in coda, la scena muta ancora, con uno scambio tra momenti preoccupati, che ricordano i Black Sabbath di Heaven and Hell, e qualcosa di più disimpegnato. Il primo lato prende poi il sopravvento alla fine: chiude una strumentale ben fatta e di ottimo livello. Il breve outro melodico della precedente ancora non si è spento che Edge of Gone entra subito in scena, uno stacco molto riuscito. Una breve rullata di batteria, e poi ci ritroviamo già nel suo riff principale, hard rock però molto sabbathiano, con una nota doom ben sviluppata. Ma non è l’oscurità a dominare, quanto una certa rilassatezza, quella degli inglesi nei loro momenti più distesi, unita però alla vitalità tipica di White Crone e anche a una certa leziosità. La si sente bene sia nelle strofe, sia nei chorus: entrambi con lo stesso riff, a volte più esplosivo, a volte più calmo, scorrono bene, con giusto qualche momento più preoccupato, che varia il tutto in maniera piacevole. Da citare anche la frazione centrale, che dopo un breve assolo di London ne schiera uno ottimo della chitarra di Mann, malinconico il giusto. È un buon elemento per un ottimo pezzo, non tra i migliori di The Poisoner ma neppure troppo lontano!

Secondo interludio strumentale e soffice, Melancholia all’inizio vede il basso come protagonista. Poi però arrivano a dargli manforte anche la chitarra, con una melodia nostalgica, e la batteria con un ritmo marziale, adeguato alla situazione. Si crea così un piccolo affresco di un paio di minuti, godibile nel suo: un ottimo stacco, prima che Under Hag Stones entri in scena con tutta calma. All’inizio c’è solo una chitarra potente: anticipa l’impostazione principale del riff, che poi reggerà buona parte del pezzo, seppur con diverse variazioni. Pesante, di stampo doom, non manca però del respiro che Lisa Mann è capace di dare a quasi ogni suo pezzo. Lo si sente in particolare nelle strofe, lente e solenni, ma al tempo stesso melodiose: solo col tempo la musica diventa più apatica, confluendo nei cupi refrain. Ottimo anche il tratto centrale, l’unico in cui tornano un po’ gli influssi hard e heavy di White Crone. Retto dalla batteria di un ospite d’eccezione come Vinny Appice, si rivela tortuoso ma ben congegnato dal punto di vista melodico. È un’ottima chiusura per un brano altrettanto valido! A questo punto, c’è rimasto spazio solo per 18 Rabbit, con cui il progetto torna a qualcosa di più movimentato e hard ‘n’ heavy, in una forma peraltro deliziosa. È una falsariga movimentata ma al tempo stesso sognante, intimista: merito di Mann, che tira fuori una prestazione davvero sentita, almeno nelle strofe. Tra momenti più melodici, con anche chitarre pulite di memoria ottantiana, e altri invece un po’ più movimentati, tra cui il ritorno delle melodie iniziali, sono un saliscendi di fattura pregevole. Presto però la musica cambia: al prima di metà, dopo un momento animato, c’è spazio per il ritorno del doom. Solenne, quasi epico, è una frazione che colpisce bene nonostante la differenza con ciò che precede. E anche con ciò che segue: presto il ritmo torna veloce, pur mantenendo dei residui dal tratto precedente, con una strana tastiera però ben inserita. Ne scaturisce una sezione centrale lunga ma sempre interessante, piena di svolte, di momenti fascinosi e di mistero. Va avanti fin quasi al finale, che invece torna a qualcosa di melodico, tra la voce e la chitarra di Mann una chiusura malinconica ma emozionante e fatta a meraviglia. Nel complesso, abbiamo un piccolo gioiello, l’episodio topico del disco insieme alla title-track!

Come già detto all’inizio, The Poisoner è un prodotto almeno un gradino sopra alla media. Di fatto, si rivela un buon album, che può fare al caso di tutti gli amanti di heavy, doom e hard rock d’annata. Certo, c’è anche da dire che il progetto White Crone ha il potenziale per fare ancor meglio. Come esordio non c’è male, ma io da Lisa Mann mi aspetto di più: la sua originalità e anche la sua bravura in molti ambiti musicali meritano di essere sfruttate meglio. E conto che in futuro accadrà!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Dream of Tiamat04:04
2The Poisoner03:19
3To the Abyss04:27
4Our Sacred Duty00:50
5Broken04:46
6The Seven Gates of Hell (Venom cover)04:39
7New Planet Earth04:51
8Interment05:35
9Edge of Gone04:02
10Melancholia02:00
11Under Hag Stones05:01
1218 Rabbit07:18
Durata totale: 50:52
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Lisa Mannvoce, chitarra e basso
OSPITI
Kevin Hahnchitarre
Mehdi Farjamichitarra solista e ritmica (tracce 1 e 6)
Vinny Appicebatteria (traccia 11)
Larry Londonbatteria (tracce dall’1 alla 10, 12)
Caton Lylespercussioni (traccia 5)
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Noob Heavy PR, Metal Devastation Radio

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