Dream Theater – Six Degrees of Inner Turbulence (2002)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONESix Degrees of Inner Turbulence (2002) è il sesto album dei celebri progster bostoniani Dream Theater.
GENEREIn questo album il loro progressive metal comincia a prendere una piega pesante, che nel futuro aumenterà, senza abbandonare però la composizioni di brani e ballad dolci.
PUNTI DI FORZAUn’energia spropositata.
PUNTI DEBOLIA volte le sezione sembrano incollate a forza, ma in general non ci sono grossi difetti.
CANZONI MIGLIORIThe Glass Prison (ascolta), Misunderstood (ascolta), War inside My Head (ascolta), The Test that Stumped Them All (ascolta), About to Crash (Reprise) (ascolta)
CONCLUSIONISix Degrees of Inner Turbulence ha sicuramente la sua storia e la sua importanza i Dream Theater, un disco di ottimo livello che con i suoi alti e bassi si fa apprezzare.
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VOTO FINALE
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80
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I Dream Theater nel mondo del progressive metal non hanno assolutamente bisogno di presentazioni, ispirati da robuste band prog rock (Rush, Yes, ELP, ecc) sono diventati essi stessi la fonte di ispirazione di band progressive metal moderne. Nati nel 1985 a Boston, dal secondo album sono diventati subito protagonisti della scena prog e oggi parliamo del loro sesto lavoro in studio, diviso a sua volta in due dischi. Le prime tracce sono a se stanti, le altre otto sono la title track sotto forma di suite.

I Dream Theater ci introducono all’album con il fruscio che chiudeva il loro lavoro precedente, espediente che si ripeterà per altri 3 album fino ad Octavarium. Questo fruscio è l’intro di The Glass Prison, un impeto inarrestabile di riff spaventosi e virtuosismi estremi. La canzone ci introduce a quella che sarà la “12 step suite”, dove appunto vengono affrontati i dodici passi contro l’alcolismo, problema che affliggeva il batterista Mike Portnoy. Ritornando alla traccia in sé, nata dopo che la band andò ad un concerto dei Pantera, si sente la carica che questo concerto ha dato al gruppo. Tredici minuti di ritmi martellanti che seguono un climax sempre crescente fino al finale che chiude la canzone. Senza dubbio è la mia traccia preferita, riesce sempre a dare una carica immensa. Successivamente c’è Blind Faith, il brano è sicuramente meno metal e più progressive. Inizialmente ci viene proposto quest’intro con synth e basso dall’atmosfera malinconica, rispecchiando alla perfezione il significato del brano che anziché fuggire dalla religione nei momenti di sconforto bisogna abbracciarla. Successivamente si arriva all’esplosione del brano, con una possanza ed una presenza maestose. Dopo l’esplosione c’è il susseguirsi di varie sezioni, strofa ritornello e uno special che passa da una variazione del brano ad un assolo di chitarra molto folk per poi arrivare a dei bellissimi pianismi che sfociano in un assolo di organo. Insomma, una sezione in piena essenza prog, nonostante non sia tra le migliori. La canzone si chiude ciclicamente lasciando spazio a Misunderstood, anch’essa tratta della religione, ma questa volta in maniera molto diretta prendendo la voce del messia e racconta il suo punto di vista sia di uomo che di dio. Il brano si apre con un arpeggio di chitarra sempre su frequenze malinconiche che vengono accentuate dalla linea melodica della voce. Un mix di emozioni che fa venire i brividi ad ogni ascolto, per poi arrivare al ritornello dove c’è un’esplosione prorompente ed energica che lascia senza fiato. Dopo le ultime liriche, il brano si lascia andare in totale libertà, cercando di dare la sensazione di essere in un’altra dimensione magari superiore alla nostra.

The Great Debate è un brano fortemente concettuale, che si basa sul dibattito sull’uso delle cellule staminali per la cura di malattia e rigenerazione di organi. Infatti, fino alla prima strofa c’è una forte stereofonia della voce ogni volta che una frase rappresenta una delle due posizioni, favorevoli o contrari, ponendola a destra o sinistra. Il brano è di per sé molto semplice, varia tra atmosfere molto felici ad un ritornello pregno di rabbia. Personalmente parlando apprezzo molto il ritornello ma il resto lo trovo troppo dispersivo, sicuramente la traccia che mi piace meno del disco nonostante non sia sicuramente da buttare, ha i suoi momenti apprezzabili. A chiudere il primo disco c’è Disappear, uno dei brani più tristi del gruppo. Una chitarra acustica, un piano e la voce ci introducono a questo dolore che prova quest’uomo quando viene abbandonato per sempre dalla donna, portata via da una malattia. La ballad è veramente toccante, se ci si lascia prendere dalla canzone si entra veramente in empatia col protagonista. Ascoltando il brano c’è la batteria messa tutta a destra che sbilancia tanto l’ascolto, così come l’uomo si sente destabilizzato dalla perdita dell’amata.

La suite ci viene giustamente annunciata dall’Overture, che ci illustra tutti i successivi movimenti. La sua funzione la fa molto bene, anche come strumentale a sé stante funziona benissimo. La suite è un richiamo alla teoria dei sei gradi di separazione, secondo la quale ogni persona è collegata ad un’altra tramite massimo sei persone. Il tema del sei è ricorrente, è la sesta canzone del sesto album e parla di queste sei persone affette da diverse malattie. Il primo movimento è About to Crash, un pianoforte ci introduce con una dolce melodia a questo brano che parla di una ragazza affetta da bipolarismo. La traccia risulta rilassante, con un ritmo che ci culla su queste melodie dolci. La sezione strumentale risulta sicuramente più tragica, specialmente con l’assolo che fa da tramite per portarci dalla tragica malinconia alla lenta felicità che rimane però sospesa. In questa sospensione si intromette brutalmente War inside My Head, uno dei brani più brevi del gruppo ma con un’energia distruttiva. Qui il tema è di un reduce di guerra affetto appunto da disturbo post-traumatico, le scene di guerra si ripetono nella sua mente. La canzone è una bomba in tutti i sensi, con un veloce climax verso l’esplosione che è The Test that Stumped Them All. Anche qui la rabbia la fa padrona e i due tempi dispari che si susseguono rappresentano alla perfezione la schizofrenia del protagonista. Un movimento instancabile, ritmi spasmodici, incastri di batteria iconici. Questi ultimi due brani ascoltati insieme sono di un’energia che lascia senza fiato. Il tutto si rilascia con la serafica Goodnight Kiss, una traccia che nasconde un argomento tristissimo, la perdita di un figlio e della depressione post-partum. Il brano si alterna tra dolcezza e tristezza fino alla sezione strumentale dove la musica diventa il tema centrale, facendoci sentire ancora una volta il tema ricorrente prima della sezione finale dove la chitarra esegue questo assolo lento dalla linea tragica. Solitary Shell è una ballad molto felice, nonostante il protagonista sia affetto dalla sindrome di Asperger. Le chitarre acustiche, i synth e la voce del cantante la fanno padrona e il ritornello è super orecchiabile e rimane facilmente in testa. La sezione strumentale è la più bella soggettivamente, arricchita dall’assolo di chitarra acustica e dai pianismi veramente gustosi. Un brano sicuramente sottovalutato a causa del poco metal, ma un brano che sa ripagare benissimo. Successivamente troviamo About to Crash (Reprise) in questa ripresa troviamo la stessa protagonista che a questo punto è in preda alla seconda personalità, piena di forze per affrontare la vita. Infatti la canzone rimane sullo stesso tema, ma risulta più veloce e carico. La chitarra che ci introduce la canzone ha uno de suoni più belli che io abbia mai sentito, veramente spettacolare. La sezione strumentale anche qui risulta molto piacevole e simpatica, sfruttando anche dei canoni di musica classica; in più riprende anche i temi dei movimenti precedenti per sfociare nell’ultimo. Losing Time/Grand Finale è un brano diviso in due, nella prima parte c’è l’ultima protagonista affetta da disturbo dissociativo della personalità mentre l’ultima parte inizia con delle considerazioni sulla vita dell’uomo per poi terminare ogni verso della strofa per collegare le storie dei personaggi, richiamando appunta la teoria dei sei gradi di separazione. La canzone è musicalmente perfetta è un finale che si costruisce lentamente per poi saziarti nella miglior maniera. E’ un’esperienza da fare, sicuramente ci sono momenti ricchi che possono essere apprezzati.

In conclusione, l’album in sé personalmente è un alternarsi di alti e bassi. Ci sono delle canzoni spettacolari come The Glass Prison, Misunderstood, Solitary Shell, War inside My Head che elevano quest’album ad un buon livello, con il resto delle canzoni che funge da solida base. La suite è sicuramente più apprezzabile se si hanno i testi e i significati in mano, altrimenti si perde tantissimo il filo e sembrano delle tracce sconnesse. Soggettivamente parlando non è uno dei miei album preferiti del gruppo, ma ne riconosco la solidità e la sua celebrità tra i fan.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
Disco 1
1The Glass Prison13:52
2Blind Faith10:22
3Misunderstood09:32
4The Great Debate13:46
5Disappear06:46
Durata totale: 54:18
Disco 2
1Six Degrees of Inner Turbulence (Part I: Overture)06:50
2Six Degrees of Inner Turbulence (Part II: About to Crash)05:51
3Six Degrees of Inner Turbulence (Part III: War Inside My Head)02:08
4Six Degrees of Inner Turbulence (Part IV: The Test That Stumped Them All)05:03
5Six Degrees of Inner Turbulence (Part V: Goodnight Kiss)06:18
6Six Degrees of Inner Turbulence (Part VI: Solitary Shell)05:48
7Six Degrees of Inner Turbulence (Part VII: About to Crash (Reprise))04:04
8Six Degrees of Inner Turbulence (Part VIII: Losing Time / Grand Finale)06:00
Durata totale: 42:02
FORMAZIONE DEL GRUPPO
James LaBrievoce 
John Petruccichitarra, backing vocals
Jordan Rudesstastiere
John Myungbasso
Mike Portnoybatteria, backing vocals
ETICHETTA/E: 
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE: 

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