Vathos – Underwater (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEUnderwater (2020) è l’album d’esordio dei romeni Vathos.
GENEREUn post-black metal tipico, con una forte componente melodica e qualche spunto eterogeneo.
PUNTI DI FORZAQualche buona zampata, qualche spunto interessante in chiave futura. In generale, un disco per gran parte piacevole.
PUNTI DEBOLIUno stile banale e anonimo, una grande immaturità, una scaletta omogenea e ondivaga con poche hit, a tratti poca convinzione.
CANZONI MIGLIORIRuins of Corrosion (ascolta), Corrupted Mind (ascolta)
CONCLUSIONIUnderwater è un disco carino e piacevole, ma nella media: in futuro i Vathos dovranno crescere e lavorare meglio, se vorranno sfruttare meglio le potenzialità almeno discrete che hanno.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
67
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Romania: un paese che, a parte qualche rarissimo nome (Negură Bunget su tutti) non ha mai avuto risonanza internazionale, almeno a livello metal. Eppure, anche al paese dell’est europeo non manca una sua scena. Non solo è viva, ma può contare anche su qualche gruppo di validità assoluta, come ho potuto scoprire nel corso degli ultimi anni, soprattutto (ma non solo) a opera dell’etichetta autoctona Loud Rage Records. Tuttavia, altri gruppi sono un esempio di quel “provincialismo” che si può ritrovare nel metal di tanti paesi periferici rispetto alle scene principali: purtroppo, i Vathos appartengono a quest’ultima categoria. Nati a Bucarest nel 2017, hanno esordito proprio grazie alla già citata etichetta qualche mese fa con Underwater. Tre anni sono abbastanza per un gruppo per trovare le giuste idee in certi casi: purtroppo non è quello dei romeni, che sono abbastanza immaturi, a partire dal genere. Il loro è un black metal melodico con frequenti spunti “post” e qualche influsso più eterogeneo qua e là. I Vathos lo sanno trattare anche con una discreta abilità, per esempio variando le dinamiche: a tratti Underwater è potente, altrove dilatato e onirico. Il problema però è che questo genere non brilla: al di là di qualche bello spunto, i romeni suonano banali e senza grande personalità. E questo nonostante le potenzialità per essere originali nel loro suono vi siano.

Al di là dell’immaturità, comunque, parliamo di un lavoro che soffre dei tipici difetti del metal di oggi, a cui i Vathos non sono immuni. Underwater è un lavoro piuttosto omogeneo, con elementi che tendono a ripetersi senza venir riletti in qualcosa di nuovo. Questo tra l’altro rende la scaletta abbastanza priva di hit e soprattutto ondivaga: ci sono un paio di zampate e alcuni bei pezzi, ma anche altri che lasciano a desiderare. Il motivo principale è però che non sempre Underwater suona ispirato e convinto: a tratti sembra quasi che i Vathos stiano suonando questo genere per moda, invece che per propria volontà. Il che, nell’ambito del post-rock e dei generi che ne derivano, giocati su sfumature e sensazioni, è tutt’altro che positivo. Certo, non tutto è disastroso: in altri momenti, i romeni mostrano buone doti, e qualche spunto è persino eccellente. In generale, Underwater non è un album da buttare: si rivela anzi piacevole per gran parte della sua durata. Ma lo fa senza esaltare, rimanendo anzi nell’anonimato e nella media del suo genere.

L’iniziale Ruins of Corrosion parte da un lievissimo effetto echeggiato e post-rock. Pochi secondi, però, ed esplode il metal, potente e ricco ma al tempo stesso melodico, con una bellissima base, sognante e quasi positiva nella sua malinconia. È una norma ottima sia in solitaria che con lo scream alto e rabbioso di Radu, ma non dura molto: presto la musica intraprende un percorso diverso. Un percorso che di norma alterna momenti quasi intimisti, di puro post-black metal, e altri invece più classici. Pur senza perdere un tocco melodico, i Vathos si spostano in una direzione più cupa del resto: succede per esempio nella lunga teoria centrale, cupo e a suo modo anche aggressiva. Altrove però l’atmosfera si apre parecchio, come accade sulla trequarti, un tratto che ricorda gli Agalloch primigeni, più black. Ottimo anche il finale, che torna con forza al post-black in una maniera arcana, fascinosa. È un altro bel tassello di un pezzo armonioso e ben realizzato, uno dei picchi di Underwater. La successiva The Suicide ha un intro misterioso, con un arpeggio preoccupato della chitarra pulita. Dura a lungo, rimanendo la base anche di un crescendo che gli aggiunge lo scream e una sezione ritmica di vago accenno progressive, ma senza strappare verso il metal. Ciò accade solo dopo oltre un minuto, con le chitarre di Alex e Ducu che tirano fuori un riff melodioso al massimo, lacrimevole. Sia nella sua forma più vorticosa che quando in scena è presente un assolo melodico, da post-black, evoca una disperazione cosmica, ma non fredda: al contrario, è sempre un forte calore a dominare. Calore che filtra anche quando il pezzo si spegne, e assume un’anima onirica, post-rock/shoegaze pieno di echi e di atmosfera in apparenza serena, nonostante la malinconia mogia che filtra a ben sentire. Poi però il metal riprende, con un’altra crescita che parte in sordina per poi raggiungere un breve apice davvero drammatico. Anche questo viene meno presto, tuttavia, quando il pezzo si spegne in un altro frammento post-rock, anche più espanso. Sembra tutto finito, ma i romeni hanno spazio per un’ultima, rabbiosa zampata: arriva nel finale, che all’improvviso diventa dissonante, feroce: al di là di un breve stacco più melodico, lo rimane fino alla fine. È in modo brusco, cattivo, che si conclude un pezzo complesso e lungo ma ben fatto, neppure troppo lontano dal precedente.

Se fin’ora Underwater ha mantenuto l’asticella più o meno alta, con Curse of Apathy i Vathos incontrano una mezza stecca. Già l’inizio è indicativo, con il suo arpeggio nostalgico e calmo che insieme alla voce pulita di Radu vorrebbe forse citare gli Opeth, ma risulta poco riuscito, scontato. Quando poi la traccia sale pian piano di intensità, non va malissimo: tuttavia, la norma principale non si rivela neppure così d’impatto. Piacevole, risulta però poco appariscente, sia nei momenti più black e movimentati sia in quella in cui la band romena mostra il suo lato più melodico. In quest’ultima falsariga tra l’altro sono presenti influssi addirittura alternative rock del tipo più emotivo, che però non sono bene integrati. Le due anime sembrano incollate tra loro in maniera posticcia, il che sabota un intento in fondo buono. Anche questo contribuisce a un pezzo senza dubbio decente, gradevole, ma nulla più. Ed è incomprensibile come sia stata presa addirittura come lancio, con tanto di video, di un disco di cui rappresenta uno dei punti bassi! Per fortuna, la scaletta si ritira su ora con Corrupted Mind, che stacca parecchio dalle altre a livello stilistico. Lo si sente già all’esordio, con un riff che lascia le atmosfere sentite fin’ora per qualcosa di diretto, di chiaro indirizzo thrash. È solo un momento, ma la sua norma si ripeterà: succede nella stessa forma o, come nel finale, in maniera evoluta. Potente e quasi ignorante (c’è persino un accenno motörheadiano!), ha però in sé anche la preoccupazione del resto, in cui si integra benissimo. In ogni caso, questa impostazione si alterna con un’altra più tipica della band, disperata e lancinante, con le sue melodie quasi dissonanti e la voce di Radu urlatissima. Anche questa falsariga colpisce bene, ma soprattutto si unisce in un bel contrasto: merito anche dei momenti in cui le due anime si intersecano, stavolta in una maniera molto convincente. Nonostante la brevità, e nonostante la differenza col resto, abbiamo non solo il pezzo migliore di Underwater con la opener, ma anche quello che fa meglio sperare per il futuro. Di sicuro, seguendo questa strada i Vathos potranno trovare una personalità molto più spinta e originale di quella attuale!

Shape of… esordisce col solito post-rock echeggiato già sentito altre volte nel disco. Non è troppo scontato, ma non brilla neppure per personalità: un risultato che i romeni raggiungono meglio quando, dopo circa un minuto, scattano all’improvviso. Ci ritroviamo allora in una corsa non velocissima ma con un senso di urgenza e di dramma notevole, che la fa essere convulsa. È una bella norma: lo stesso vale per i momenti più rallentati e melodici, seppur solo in parte. Alcuni, per esempio di quelli a tinte post-rock o quelli con la stessa base venata di melodie distorte, presentano fraseggi interessanti o melodie che incidono. Non parliamo poi di quelli più cattivi: tra essi spicca quello al centro, di influsso death e persino doom, di gran cattiveria mitigata però da una chitarra pulita. È un bel passaggio; lo stesso non si può dire però di altri che i Vathos portano avanti troppo a lungo, finendo per risultare prolissi. Non è un difetto troppo importante, anche così la canzone risulta discreta: in generale però esso contribuisce a renderla poco brillante e anonima all’interno di Underwater. Di sicuro però va meglio che con Hold My Breath: inizia in maniera anche interessante, con un arpeggio delicato, avvolgente, bello. E anche quando il pezzo strappa, su una frazione metal melodica e mogia, non è malaccio: poi però i romeni ricominciano con dei vortici di chitarre che sanno già parecchio di già sentito. E non solo: a parte qualche bel guizzo, piazzato qua e là, risultano piatti, non riescono a evocare nulla. Un po’ meglio va nella seconda metà, che presenta un buon momento melodico all’inizio e nel finale una bella fuga, nervosa il giusto. In mezzo però il tutto continua a non convincere, e in generale anche questa parte è tutt’altro che eccezionale. Abbiamo insomma un pezzo con pochissimo appeal, in assoluto il punto più basso del disco.

Per fortuna, a questo punto Underwater si ritira su con Sanctimonious Belief che per una volta inizia subito elettrica. Ma è un’elettricità melodiosa, come i Vathos ci hanno già fatto sentire: un’essenza che per buona parte della prima metà rimarrà. Melodie post-black metal calme e malinconiche si alternano con frazioni cantate da Radu con un pulito altrettanto sentito, su una base avvolgente e tranquilla. Le prime in breve prendono il sopravvento, per una falsariga man mano più tempestosa. Al di là di una frazione più calma al centro, è una lunga escalation di ottimo pathos, a tratti un pelo ripetitiva, ma in generale avvolgente il giusto. Merito anche di alcune piccole variazioni, che di solito aiutano a non annoiare. Il tutto arricchisce di emozione un pezzo in fondo semplice ma valido: non sarà eccezionale, ma il livello è almeno buono. Più o meno, vale lo stesso per Flower of Death, con cui i Vathos concludono Underwater: se la prende molto con calma ad andare al punto, col suo avvio tutto a tinte post-rock, molto onirico. Oltre un minuto e mezzo di crescita molto lenta, piena di bei suoni ricercati, poi il metal entra in scena sulla stessa falsariga. Se le sonorità sono più pesanti, la delicatezza è la stessa: si mescola tuttavia con un certo impatto, dato soprattutto dallo scream del cantante. E col tempo, l’impatto si alza anche un po’ di più, quando le ritmiche di Alex e Ducu diventano un po’ più dure e aggiungono una nota crepuscolare. Per il resto, il pezzo è abbastanza lineare per due terzi della sua durata, ma senza annoiare: con uno spirito quasi da atmospheric black, avvolge sempre piuttosto bene. Lo stesso riesce a farlo peraltro il finale: più riflessivo e calmo, ma senza dipartirsi del tutto dalla norma precedente, torna a citare quasi gli Agalloch di Pale Folklore. Le sue melodie ondeggiano per un po’ in maniera malinconica, per poi stagliarsi in mezzo al vuoto e portare il tutto alla fine. È la buona conclusione di un pezzo molto carino, forse non da urlo ma che rappresenta comunque una chiusura adeguata per il disco.

Insomma, nonostante tutto Underwater è un disco carino, piacevole soprattutto se ti piace il post-black o le propaggini più melodiche del metal estremo. Tuttavia, sono convinto che i Vathos debbano lavorare molto, se vogliono innalzare il proprio livello sopra quello della media e trovare una personalità migliore. Le doti ci sono, come dimostra la manciata di buoni pezzi presente. Sarà dura, tutto considerato, ma non si può sapere: per quanto mi riguarda, mi auguro di poter sentire i romeni in una chiave più matura e valida!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ruins of Corrosion05:32
2The Suicide06:57
3Curse of Apathy05:34
4Corrupted Mind03:16
5Shape of…06:18
6Hold My Breath05:24
7Sanctimonius Beliefs05:02
8Flower of Death05:49
Durata totale: 43:52
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Raduvoce
Alexchitarra
Ducuchitarra
Danybasso
Gigibatteria
ETICHETTA/E:Loud Rage Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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