God – Forefathers: A Spiritual Heritage (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEForefathers: A Spiritual Heritage è il quarto album dei romeni God, ma il primo di genere folk metal dopo degli esordi death/gothic/doom. Uscito nel 2019, è stato però composto e registrato oltre un decennio prima.
GENEREUn folk metal sui generis, ispirato soprattutto agli Skyforger, oltre che a Heidevolk e Svartsot.
PUNTI DI FORZAAlcuni ottimi spunti, una scaletta piacevole per quasi tutta la sua durata, alcune buone capacità da parte della band, un filo di calore da Europa Meridionale che non stona in questo stile.
PUNTI DEBOLIUna forte mancanza di direzione, una certa omogeneità, alcuni pezzi non all’altezza, un genere non originalissimo.
CANZONI MIGLIORIDatina Mesagerului, Străbunii
CONCLUSIONIPur coi suoi tanti difetti, Forefathers: A Spiritual Heritage è un lavoro decente e piacevole, seppur i God debbano migliorare in questa loro nuova avventura folk metal.
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VOTO FINALE
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65
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Nel mondo metal, ci sono molte band che hanno la fortuna di percorrere un tragitto “lineare”: nascono, crescono, pubblicano i loro album, e si trovano pochi ostacoli davanti in tutto ciò. Ma ce ne sono moltissime che invece vivono una carriera travagliata, piena di problemi: tra quelli in cui sono venuto in contatto, i God sono un gruppo esemplare di questa categoria. Fondati nel 1992 dai fratelli romeni Constantin e Eugen Lăpușneanu (rispettivamente voce e chitarra) come V.O.M.A. (Vomit on Mental Authority), nome cambiato due anni dopo, all’inizio suonavano il death/gothic/doom metal tipico del periodo. È questo genere ad animare i primi tre dischi del gruppo, usciti tra la fine dei nineties e il 2002. In quell’anno però i due fratelli Lăpușneanu si trasferirono a Lisbona: fu lì che, con l’ennesima formazione dei God, stavolta con l’aggiunta di musicisti locali, decisero una svolta stilistica – testimoniata anche dal monicker, a cui si aggiunse il sottotitolo “The Barbarian Horde”. Niente più doom o death: la band romeno-portoghese si buttò su quel folk metal che allora cominciava la sua ascesa verso il successo. Tuttavia, i problemi per la band non erano finiti: da allora, per alcune sfortune – e anche per il ritorno in patria dei due Lăpușneanu nel 2009 – i God non pubblicarono nulla, se non una manciata di uscite minori (tre EP). O almeno, così è stato fino all’anno scorso, quando ha visto la luce Forefathers: A Spiritual Heritage.

Composto e registrato tra il 2006 e il 2008, quando la band era ancora a Lisbona – sono presenti ancora membri portoghesi in lineup – sarebbe dovuto uscire probabilmente di lì a poco. Un serio tentativo di pubblicazione avvenne tra il 2010 e il 2011, ma anche quello non andò in porto: i God sono riusciti a farcela solo nello scorso dicembre. Forefathers: A Spiritual Heritage si è così rivelato col suo folk metal abbastanza sui generis: ricorda gruppi come Heidevolk, Svartsot e soprattutto Skyforger, seppur con un piglio più caloroso che riconduce all’Europa Meridionale. È l’unico tocco di personalità di un genere per il resto un po’ scontato, poco personale, il che lascia perplessi: viste le due diverse nazioni unite dai God, Forefathers: A Spiritural Heritage poteva essere più multietnico, più vario. Ma il problema non è solo stilistico. Il songwriting per esempio non è a punto: a tratti cerca di essere complesso, ma senza che ce ne sia un motivo, il che fa perdere alcune canzoni. Non a caso, i romeni danno il meglio quando giocano su campi semplici: anche lì però a volte stentano. In generale, ciò che sembra mancare di più ai God è una direzione ben precisa, come se il gruppo non sapesse dove andare a parare. Forefathers: A Spiritual Heritage appare al tempo stesso troppo cupo e aggressivo per essere un album a là Korpiklaani, caciarone e divertente, e troppo leggero per essere convincente in chiave più seria e solenne. E il risultato, anche nei momenti migliori, appare un po’ né carne né pesce.

Inoltre, i romeni soffrono di un difetto tipico del metal di oggi, una certa omogeneità di contenuti. Questo tra l’altro contribuisce al fatto che, lungo la scaletta, vi siano diversi momenti anonimi. Ma Forefathers: A Spiritual Heritage non è tutto da buttare: ci sono anche diversi buoni spunti, che lo ritirano su dall’anonimato in cui i difetti rischiano di condannarlo. I God in generale sembrano essere il classico studente bravo, ma che non si applica: seppur a sprazzi, qualche buona dote è visibile nella loro musica. Ne risultano degli squilli che mostrano diversi pregi, specie a livelli d’atmosfera, in cui la band mostra di sapere come variare e non annoiare. Peccato che questa capacità sia sfruttata solo di rado dai God, che per il resto non esaltano: è per questo che alla fine Forefathers: A Spiritual Heritage è decente ma nulla più. E che non riesce a galleggiare nel mare del folk metal medio.

Chemarea Strămosilor (“la chiamata degli antenati”) inizia timida, con un breve intro sinfonico poco ricco, con la stessa melodia che si ripete a lungo. Forse anche troppo: per lunghi minuti l’unica variazione è il suono di percussioni e qualche altra orchestrazione ritmica e ossessiva, peraltro abbastanza lieve. Si deve aspettare quasi un minuto e mezzo per ascoltare la prima vera melodia, che peraltro è quella di base del pezzo. Da allora, il preludio va avanti ancora un minuto, prima di entrare infine nel vivo, spostandosi su territori più interessanti. All’inizio, la musica è calma e semplice, atmosferica, col ritmo lento di Paulo Silva su cui si staglia una norma solenne. Ma non è una situazione destinata a durare: presto il ritmo sale, accogliendo i classici giri folk scatenati e anche una certa allegria, nonostante elementi aggressivi come il riffage potente di Eugen Lăpusneanu e Jose Carlos Rocha Marreiros, oppure l’altro Lăpusneanu che dal roco cantato tipico del genere passa allo scream. Ma non è certo oscuro: queste frazioni suonano anzi come la colonna sonora di una bella avventura, vitale e folle. Sono il momento migliore del pezzo, ma anche i ritorni di fiamma della fase iniziale, lenti ed evocativi non sono male. Il contrasto tra queste due parti non impressiona moltissimo, ma neppure stona, e rende il tutto gradevole. Certo, c’è anche da dire che il brano nei suoi undici e mezzo finisce per risultare un po’ ridondante, con l’unica variazione sulla trequarti. È un crescendo che mescola le suggestioni delle due anime sentite fin’ora, ma con un’impostazione principale non distantissima da quella di base, fino a sfociare di nuovo nell’anima veloce, in cui campeggia un assolo scatenato. Contribuisce a creare un episodio discreto che si lascia ascoltare con piacere e ha qualche spunto valido, ma per il resto non impressiona né si stampa troppo in mente. Insomma, un perfetto manifesto dei pregi e dei difetti dei God in Forefathers: A Spiritual Heritage!

Licoarea Zeilor (“il nettare degli dei”) comincia coi suoni inequivocabili di una taverna. Alcuni avventori cantano in coro una melodia che poi, dopo poco, verrà sviluppata dai flauti e dalla fisarmonica. All’inizio il tutto rimane pura musica folk con al massimo la sezione ritmica sotto. Si ripresenta simile anche nella seconda parte: solo al centro la sua anima disimpegnata e caciarona viene riletta in qualcosa di più metal, ma sempre scatenato. La deviazione maggiore accade però in quelli considerabili i ritornelli: ancora giocosi per le melodie, sono però veloci e hanno anche un tocco aggressivo. Merito soprattutto del Lăpusneanu cantante, che graffia con la sua voce a metà tra scream e growl. A parte un breve tratto centrale che riprende quest’anima più metal, non c’è molto altro all’interno di un pezzo non eccezionale ma almeno divertente! Tuttavia, è un’altra storia con Datina Mesagerului (“il rito del messaggero”), che dopo un breve intro del flauto di Ana Gomes Marques Figueiredo, mostra subito il suo volto principale. Di nuovo il metal non è presente, mentre a dominare la scena è un folk rock ricco, pieno di strumenti e di suoni. Tutti scandiscono melodie che nel pezzo cambiano poco: tra strofe e ritornelli per esempio la differenza la fanno i cori e una melodia un pelo malinconica nei secondi. Ma in fondo non importa: l’atmosfera leggera, ma in qualche modo anche sognante, ricercata, in questo caso colpisce benissimo. È proprio essa il punto di forza assoluto del pezzo, e rimane in scena a lungo, anche quando, a metà, la musica assume un’aura misteriosa. Ma le melodie restano più o meno le stesse, come anche nel finale, quando finalmente entra in scena una componente metal: più spoglia, è però la chitarra di Eugen Lăpușneanu a riprendere lo stesso fraseggio in principio. Ottimo anche il finale, che unisce tutto in qualcosa di rumoroso ma riuscito: è il gran finale di un episodio molto valido, in assoluto il migliore di Forefathers: A Spiritual Heritage!

Străbunii (“gli avi”) comincia con un corno, subito doppiato da una chitarra, per poi sfociare in qualcosa di non solo potente ma serioso, evocativo a modo suo. Sembra che i God abbiano cambiato direzione, ma presto la musica si rilassa parecchio. Tra momenti soffici, col Lăpusneanu cantante e una voce femminile a intrecciarsi, e altri invece più metallici ma sempre allegri, di una felicità pura e antica, non ignorante come nel tipico folk, la traccia varia parecchio. Ma c’è spazio anche per momenti più pestati che tornano all’origine, col loro tono battagliero e potente: nonostante la differenza però si integrano molto bene nel pezzo. Merito di un songwriting attento e ispirato, all’origine tra l’altro di diversi spunti: per quanto sappiano un po’ di già sentito, molte melodie stavolta funzionano. Si possono prendere come esempio quelle semplici dei ritornelli, simili ad altre nel disco ma coinvolgenti al punto giusto. Anche per questo, poco importa che alla fine le variazioni siano poche – qualche spunto qua e là, un passaggio centrale mogio. Ne risulta lo stesso una traccia valida, poco lontana dalla precedente. Ora Forefathers: A Spiritual Heritage sembra aver davvero ingranato; purtroppo però i God spezzano l’illusione con Legea Pământului (“il codice della terra”). Il suo attacco, col flauto di Gomes Marques Figueiredo e il basso di Telmo Melao che lo segue, è delicato, ma va avanti un po’ troppo a lungo: tuttavia, la sua ridondanza è inferiore a quella della parte metal successiva. Nonostante un’aura evocativa che gli dà un tocco di bontà, è un po’ prescindibile; il peggio è però che, dopo poco, i romeni cambiano rotta verso qualcosa di molto diverso, con uno stacco quasi sgradevole. Per fortuna, questa nuova norma non è male: a tratti festosa in una maniera quasi aggressiva, altrove invece più riflessiva, è tutta giocata sulla velocità. Non sarà eccezionale, ma coinvolge in maniera discreta. Lo stesso vale per il rallentamento al centro, anche più leggero e scanzonato, e soprattutto per la fase finale. Torna verso le coordinate iniziali ma in maniera meno piatta e più interessante, con un bel riffage, quasi doom, e qualche variazione di rilievo. Ritirano su il destino di un brano che però non va molto oltre una sufficienza abbondante.

Sin dall’inizio, Triburile Infioratorilor Codrii (“le tribù delle foreste spaventose”) cerca di darsi un tono: cosa che per ora le riesce anche, col tono cupo che viene evocato. Ma quasi subito, la linea musicale comincia a variare troppo senza un perché con frazioni folk mogie che si alternano con altre veloci, quasi di influsso power, cavalcanti e potenti. La macrostruttura si gioca per gran parte su queste due componenti, seppur con alcune variazioni e alcuni cambi d’arrangiamenti: purtroppo, anch’essi non servono a molto. Già la base di suo non ha molto appeal, e anzi in molti frangenti sembra addirittura goffa: aggiungere ancora più roba non giova alla resa complessiva. Penso per esempio alle orchestrazioni sintetiche di Filipe Colombo Silva Costa che appaiono a tratti, ma danno l’idea di non servire a molto, oppure alle melodie che sanno davvero troppo di già sentito. Anche per questo, ne risulta una canzone per larghi tratti indigesta, con poco appeal, nonostante qualche spunto decente e qualche raro tratto che riesce a coinvolgere. Mi viene in mente per esempio la sezione quasi verso la fine, che col riffage black di Lăpusneanu e Rocha Marreiros, sormontato da giusto un flauto e dalle voci del frontman e dell’ospite femminile, ha un bell’effetto. Ma è troppo poco per ritirare su dall’anonimato e dalla mediocrità una traccia davvero poco ispirata, un riempitivo che rappresenta di gran lunga il punto più basso di Forefathers: A Spiritual Heritage. I God nel finale ritirano su i suoi destini, ma solo in parte, con Alma Mater: cover dei Moonspell, segue in maniera abbastanza pedissequa l’originale, ma senza essere una copia. I romeni riescono per fortuna a personalizzarla, con echi del loro folk intrecciate nel black originale in un ibrido ben realizzato, oltre che ben suonato. Il problema però è che, alla fine di un disco così, stona un po’: i suoi toni malinconici e oscuri, mai sentiti fin’ora, c’entrano poco col resto della scaletta. E così, il risultato finale ha due facce: preso a sé stante è buonissimo, ma come finale sarebbe stato meglio qualcosa di più in linea con l’album!

Tra molti difetti ma anche diversi pregi, Forefathers – A Spiritual Heritage si rivela un album tutt’altro che eccelso. Almeno però ha il merito di essere carino, gradevole: se ti piace il folk metal non ti esalterà, ma sarà un sottofondo piacevole, specie per un ascolto distratto. Detto questo, tuttavia, io spero che da quando hanno intrapreso questa nuova direzione, ormai più di dieci anni fa, i God siano maturati e migliorati. Di sicuro, nel metal di oggi, c’è bisogno di gruppi di un livello pari a ciò che i romeni fanno vedere nei momenti migliori qui. Certo non di qualcosa nella media, come il resto dell’album.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Chemarea Strămosilor11:35
2Licoarea Zeilor04:47
3Datina Mesagerului04:00
4Străbunii06:30
5Legea Pământului07:40
6Triburile Infioratorilor Codrii07:35
7Alma Mater (Moonspell cover)05:50
Durata totale: 47:57
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Constantin Lăpușneanuvoce
Eugen Lăpusneanuchitarra solista e ritmica
Jose Carlos Rochachitarra ritmica
Filipe Colombo Silva Costatastiera
Ana Gomes Marques Figueiredoflauti
Telmo Melaobasso
Paulo Silvabatteria
ETICHETTA/E:Earth and Sky Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Mister Folk Promotion

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