Witches of Doom – Funeral Radio (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEFuneral Radio (2020) è il terzo album dei romani Witches of Doom.
GENEREUn gothic/doom che ha perso gran parte dell’eclettismo del precedente Deadlights (2016) per sposare una natura più diretta, come l’esordio Obey (2014). Al contrario di quest’ultimo però sono presenti meno influssi stoner e più dall’hard rock classico, come classica è l’impostazione del lato metal.
PUNTI DI FORZAUno stile sempre molto originale, alcuni spunti di livello assoluto, una registrazione adeguata pur essendo grezza. In generale, un album di livello medio molto buono.
PUNTI DEBOLIUn po’ di cliché dai generi che il gruppo mescola, un po’ di omogeneità, una scaletta abbastanza ondivaga, l’ispirazione che si accende a sprazzi.
CANZONI MIGLIORIFuneral Radio (ascolta), November Flames (ascolta), Hotel Paranoia (ascolta)
CONCLUSIONIFuneral Radio è meno valido rispetto agli altri album nella carriera degli Witches of Doom, che dovranno trovare maggior sostanza. Tuttavia, rimane un lavoro buono e piacevole, adatto a chi ama queste sonorità.
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify 
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | Bandcamp 
SCOPRI IL GRUPPO SU:Facebook | Bandcamp | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
77
COPERTINA
Clicca per aprire

Nel mondo del metal, i gruppi possono appartenere grossomodo a due categorie. Da un lato, ci sono quelli che tendono a muoversi sulle stesse coordinate per tutta (o quasi) la propria carriera, magari evolvendole ma non troppo. E poi dall’altro lato ci sono quelli sempre alla ricerca di qualcosa, che non pubblicano mai due dischi uguali. È a quest’ultimo raggruppamento che appartengono gli Witches of Doom: dalla loro nascita a Roma nel 2013 ho avuto la possibilità di seguire ogni loro mossa discografica, e osservarne i cambiamenti. Quando nello splendido esordio Obey del 2014 la band affrontava un originale gothic/doom metal sporco, con forti influssi stoner, Deadlights due anni dopo percorreva una strada diversa, ancor più eclettica, con forti influssi elettronici. Una strada da cui però gli Witches of Doom hanno già svoltato: in Funeral Radio, uscito lo scorso tre aprile grazie a My Kingdom Music, tornano all’origine ma senza ripetersi. Il loro doom venato di gothic – un influsso meno accentuato rispetto al passato, ma ancora presente – è tutt’altro che tradizionale. Seppur qualche spunto istrionico del precedente sia rimasto, il gruppo ha perso molto del lato elettronico e nella presenza di synth – forse a causa dell’uscita del tastierista Graziano Corrado – per puntare su qualcosa di più diretto. I toni sporchi e diretti di Funeral Radio si rifanno a Obey, ma gli Witches of Doom stavolta si avvicinano solo di rado allo stoner. Piuttosto, guardano all’hard rock più classico, come classica è l’impostazione del lato metal (quello doom, ma certi spunti sono orientati anche all’heavy tradizionale) a livello di melodie e atmosfere. Il che è croce e delizia per l’album.

Se da un lato questa scelta dona ulteriore originalità al suono degli Witches of Doom (gothic/doom e hard rock di solito sono mondi lontani), dall’altra limita il gruppo. Vista la presenza di molti cliché più classici, Funeral Radio risulta a tratti troppo convenzionale e persino prevedibile. Ma la questione non si limita solo allo stile: parliamo in generale di un lavoro meno ispirato rispetto ai suoi due predecessori. Lo si sente per esempio nella relativa omogeneità della scaletta, con diversi pezzi che tendono ad assomigliarsi. Ma soprattutto, il problema maggiore è che il talento degli Witches of Doom si accende solo a sprazzi. Al di là della ridondanza, Funeral Radio presenta comunque alcuni brani di alto livello, ma purtroppo non tutti sono alla loro altezza. A questo si può anche aggiungere un suono un filo grezzo, ma in fondo non è una pecca: nella maggior parte dei casi anzi funziona in accoppiata col suono rude della band, come funzionano diverse sue idee, tutt’altro che scadenti. In generale, al di là dei difetti – e degli sconvolgimenti in lineup vissuti dagli Witches of Doom negli ultimi anni, che forse li hanno causati – Funeral Radio riesce a difendersi. Non sarà la migliore tappa della carriera dei romani, ma un paio di gradini sopra alla media lo è comunque.

Un brevissimo intro, cupo e appena udibile, poi Master of Depression entra in scena subito col suo riff di base, di orientamento molto stoner. Potente, venato dalla tastiera dell’ospite Fabio “Reeks” Recchia ma anche da influssi hard rock, è semplice ma di gran impatto. Funziona sia da solo che sotto alla voce raddoppiata di Danilo “Groova” Piludu, che dà un tocco mogio al tutto: si ripete spesso, ma non dà mai fastidio. Merito anche di variazioni come gli stacchi più crepuscolari e nascosti che appaiono a tratti, dominati dai giri di tastiera e da armonizzazioni di chitarra. Sono un particolare che incide, ma purtroppo non si può dire lo stesso dei ritornelli: espansi, hanno però poco carisma sia nella base, sia nella melodia. Ciò li fa quasi stonare all’interno di un pezzo invece ben realizzato in ogni altro particolare, compresa la parte centrale, con un bell’assolo di Federico Venditti. Il risultato anche così risulta buono e valido come apertura per Funeral Radio, ma rimane il rammarico che senza il suo difetto potesse andare ben oltre. Lo stesso vale in misura maggiore per la successiva Coma Moonlight, che però sembra quasi l’opposto della precedente. Un intro particolare, doom melodico con persino un accenno epico, poi gli Witches of Doom cambiano rotta su qualcosa di fin troppo classico. Hard ‘n’ heavy da manuale, non è neppure troppo stantio, anzi in principio risulta piacevole: alla lunga però finisce per suonare troppo stereotipato, con poco appeal. A salvare in parte la baracca ci pensano i ritornelli: di tono depresso, con sonorità gotiche molto calme e dimesse, non sono poi malaccio. Ma stonano parecchio con l’impatto del resto: in generale, sembra quasi che i romani qui non abbiano saputo trovare una direzione. E se in generale, a livello di riff e di idee il pezzo è anche gradevole, non va molto oltre: il risultato è sufficiente, ma certo non esalta.

Dopo un avvio difficoltoso, con Queen of Suburbia i capitolini cominciano a ingranare meglio. Lo si sente già dall’avvio, puro hard rock che ricorda gli anni d’oro del genere. È la falsariga che reggerà anche i refrain, che aggiungono la voce raschiata di Piludu in qualcosa di sognante, ma al tempo stesso ombroso. Ancor più cupo si rivela il resto: la norma di base alterna momenti più espansi ma già di potenza doom, e brevi sfoghi possenti, minacciosi a modo loro. Aggiunge un tocco finale il tratto sulla trequarti, di basso voltaggio e dominato dalla sezione ritmica all’inizio, prima che Venditti si proponga in un assolo semplice ma efficace il giusto. Chiude una canzone forse non eccezionale ma di livello buonissimo! Va tuttavia meglio con Funeral Radio, con cui gli Witches of Doom se la prendono con calma. Ha un avvio tranquillo, blues rock con qualche accenno persino sudista, accompagnato però da una componente elettronica che peraltro non stona. Con le sue chitarre echeggiate, introduce bene le melodie e le atmosfere del pezzo, che poi dopo un minuto e mezzo entra nel vivo. Ci ritroviamo allora in un ambiente doom/hard rock magmatico, persino sensuale a modo suo, specie nelle strofe, semplici e dirette. Più minacciosi sono invece i bridge: con il riffage pesante alle spalle di Piludu, riescono a evocare un bel senso sinistro, e sono tanto catchy da poter essere considerati i veri ritornelli. Ma i passaggi che seguono non sono da meno: lasciano da parte l’oscurità per qualcosa di più arioso, con fraseggi gothic che però lo rendono melodico e sognante più che altro. Nonostante le differenze, inoltre, le tre anime stavolta sono ben amalgamate; lo stesso vale per il finale, che lascia il metal per qualcosa di ricercato e malinconico, di influsso prog. È un altro particolare riuscito per un ottimo pezzo, neppure a troppa distanza dal meglio del disco a cui dà il nome!

Sister Fire ha un attacco che guarda di nuovo al lato più hard rock degli Witches of Doom, anche più accentuato rispetto a quanto si sia sentito fin’ora in Funeral Radio. È evidente soprattutto nei ritornelli, che riprendono questa fase iniziale in maniera esplosiva, col frontman che duetta con dei cori e una buona energia sia nel riff che nel ritmo. Più quadrate, ma sempre rockeggianti sono le strofe, che procedono dritte per la loro strada con giusto un vago influsso gothic a tratti, prima di confluire nei bridge, obliqui e quasi angosciati ma adatti a raccordare le due parti. Non stona neppure una frazione centrale di nuovo elegante, col pianoforte di Recchia e giusto qualche venatura rock nel finale. Anch’essa si integra bene in un pezzo valido e godibile al punto giusto! Dopo un attimo di confusione – come di qualcuno che stia sincronizzando una radio – Ghost Train emerge come un pezzo sereno e lezioso. I lievi arpeggi e i sussurri del cantante non hanno neppure una nota oscura, ma poi essa penetra con forza quando il metal entra in scena con gran malinconia. Una malinconia che poi esplode con ancora più forza nei ritornelli: molto da ballad, sono melodiosi e tristi al punto giusto, con la melodia di Piludu e quella della tastiera, dal suono di organo hammond, alle sue spalle. Da citare è anche l’assolo centrale, tremolante e lo-fi in maniera voluta, il che però gli dà un certo fascino. Il tutto costituisce un lento carino, avvolgente, ma non troppo riuscito: le sue due essenze diverse, quella più calma e quella più intensa, in fondo non si sposano benissimo. Ma il problema principale sono i tanti cliché impiegati dagli Witches of Doom: in fondo non c’è molto che non si sia già sentito in questi temi musicali. Ecco perché, seppur piacevole, l’episodio alla fine si rivela discreto e nulla più, e in Funeral Radio non spicca.

November Flames parte preoccupata, con una base doom spezzata da frequenti dissonanze. È una falsariga che contiene già i temi e le atmosfere che poi i capitolini svilupperanno nel corso del pezzo, per esempio nelle strofe, dure e dirette. È un’impostazione che si accentua anche di più nei bridge: si rivelano truci, persino inquietanti con Piludu che tira fuori addirittura uno scream e le tastiere quasi orrorifiche alle sue spalle. Ma poi la linea musicale cambia con forza: i chorus virano su un gothic sentito, di gran tristezza, ben evocata dal delicato cantante e soprattutto dalle melodie ondeggianti alle sue spalle. Ottima anche la seconda metà, che stavolta varia di più: all’inizio ibrida il ritornello con la parte iniziale, ma poi sembra spegnersi. È solo un’illusione, tuttavia, perché il finale è tutta un’escalation, all’inizio crepuscolare ma poi sempre più cattiva, con alla fine addirittura un blast beat e ritmiche vorticose, pur mantenendo un accenno gothic ben presente nella melodia di Venditti. È la giusta chiusura per un pezzo ottimo, a un’incollatura dal meglio di Funeral Radio! Meglio che però arriva con Hotel Paranoia, scelta dagli Witches of Doom come closer track: inizia arcana, misteriosa, con dei cori su una base espansa. Mezzo minuto, poi il metal entra in scena: con la guida del basso, che rimane già da prima, l’inizio è piuttosto arcigno, cupo. Poi però il pezzo vira verso qualcosa di più intenso dal punto di vista emotivo: sempre cupe, le strofe hanno però anche un buon accenno di tristezza. È quella che poi esplode con forza nei ritornelli: melodici, calmi, quasi sottotraccia, hanno però una nostalgia fortissima, quasi lancinante a tratti. La stessa progressione viene più o meno affrontata anche nella sezione centrale: all’inizio il fraseggio di Venditti è dissonante, ma poi il suo solo diventa melodico, dolce, mogio. Lo rimane per buona parte della progressione, prima che nel finale il tutto torni a qualcosa di più cattivo, un vortice quasi rabbioso, di gran pesantezza. Energico e potente, ma più nel senso dell’impatto che in quello dell’oscurità, si rivela anche il roccioso finale, di puro indirizzo ritmico (prima di un breve outro maligno, con risate cavernose ed effetti sonori vari). È l’ennesimo arricchimento per un pezzo davvero splendido, il picco assoluto del disco che chiude!

In conclusione, è un dispiacere che Funeral Radio non sia molto ispirato. Con l’originalità degli Witches of Doom, un disco al livello dei pezzi migliori qui poteva essere ottimo, o forse anche di più. Per questo, mi auguro che, rielaborando questo genere e magari unendolo a nuove esplorazioni, i romani riescano a trovare una migliore ispirazione. Di sicuro, possono farlo: i picchi qui presenti lo dimostrano. Picchi tanto validi che, se ti piace il gothic/doom ma anche, soltanto, il metal più fresco e originale, il disco ti è comunque consigliato.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Master of Depression04:43
2Coma Moonlight04:46
3Queen of Suburbia04:46
4Funeral Radio06:55
5Sister Fire04:55
6Ghost Train04:16
7November Flames06:00
8Hotel Paranoia07:28
Durata totale: 43:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Danilo “Groove” Piluduvoce
Federico Vendittichitarra
Saiaxbasso
Francesco Ciaccirellibatteria
OSPITI
Fabio “Reeks” Recchiatastiera
Jacopo Cartellibasso
Luca Iovienobatteria
ETICHETTA/E:My Kingdom Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento