Descent into Maelstrom – Iconoclasm (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIconoclasm (2019) è il secondo album dei piacentini Descent into Maelstrom.
GENEREUn death metal che rispetto all’esordio omonimo (2017) presenta un lato meno melodico (comunque non assente) e un’impostazione meno classica, più tortuosa. Ad arricchirlo inoltre è presente un bel lato progressivo.
PUNTI DI FORZAUn suono molto più maturo rispetto all’esordio, come si può sentire nelle strutture intricate, nei diversi spunti eclettici, nelle atmosfere valide impostate dal gruppo. In generale, un album di media valido.
PUNTI DEBOLIUna certa mancanza di hit nella scaletta; in più, la musica del gruppo per quanto buona è spesso poco memorabile.
CANZONI MIGLIORIMonolith (ascolta), Shade of the Night (ascolta)
CONCLUSIONIIconoclasm alla fine si rivela un buonissimo album, e segna un grande passo in avanti per i Descent into Maelstrom dall’immaturità dell’esordio omonimo.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
81
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Come ho già scritto in altre recensioni, tra gli album di cui mi sono occupato per Heavy Metal Heaven negli scorsi anni, solo alcuni mi sono rimasti impressi. Della maggior parte invece mi ricordo poco, o in alcuni casi addirittura nulla: purtroppo, è quest’ultimo il caso di Descent into Maelstrom, esordio della band omonima. Seppur lo abbia recensito nel 2017, non ho molte memorie a livello musicale: so però che all’epoca, per quanto promettente e con alcuni spunti interessanti, lo trovai ingenuo e difettoso. Negli anni passati da allora, molte cose sono successe a questo progetto, che da one man band di Andrea Bignardi si è trasformato in gruppo vero e proprio, con l’aggiunta di vari musicisti. Ma soprattutto, i Descent into Maelstrom sono progrediti sul versante della maturità, come dimostra il secondo album Iconoclasm. Uscito alla fine del 2019 e ristampato il 25 marzo di quest’anno da Club Inferno Entertainment (è quest’ultima la versione su cui si basa la recensione), è un lavoro molto interessante, a partire dallo stile. Un ambito in cui, in confronto a a Descent into Maelstrom, Iconoclasm è progredito: rispetto al melodeath non lontanissimo dal classico dell’esordio, qui la band di Piacenza affronta un suono più duro e intricato. Ci sono meno concessioni ai riff tipici del death melodico, ma a tratti sono ancora presenti, e non solo: la melodia è molto diffusa nei lead e fraseggi presenti quasi ovunque. Questo genere inoltre fa valere la propria ombra anche nei momenti più da death classico, rendendoli più quadrati e meno marci della media del genere. Soprattutto, però, a caratterizzare con forza Iconoclasm rispetto a Descent into Maelstrom è un forte piglio progressive. Lo si sente non solo a livello di tecnicismi – con cui peraltro il gruppo sconfina solo di rado in territori techno death – ma soprattutto di atmosfere e di tempi contorti. Unendo ciò a un lato eclettico che sviluppa quanto sentito nell’esordio, ne risulta uno stile non originalissimo, ma almeno con una personalità.

Già questo è un passo in avanti di Iconoclasm rispetto al predecessore, ma i Descent into Maelstrom sono maturati sotto diversi altri punti di vista. Per esempio, a livello tecnico la registrazione è di un altro livello: ancora grezza ma non troppo, è molto migliore di quella piattissima dell’esordio. Ma anche sul piano del songwriting si vedono ottimi passi in avanti: ora il gruppo riesce a evitare o a rileggere i cliché meglio, e a impostare soprattutto ottime atmosfere. Labirintiche e cupe ma con molte sfumature che vanno dall’aggressivo al delicato, sono il punto di forza assoluto di Iconoclasm, e mettono in evidenza quanto in questi tre anni i Descent into Maelstrom siano maturati. Questo è un ovvio pregio, ma da un certo punto di vista potrebbe essere anche considerato un difetto: ora la musica degli emiliani è diventata molto più difficile da ascoltare. Colpa anche di una certa tendenza che si potrebbe definire introversa: parecchi dei pregi di cui ho parlato finora tendono a nascondersi. Serve un ascolto attento per individuarli, e non ne bastano centinaia perché il disco rimanga in mente, il che di sicuro lo rende sconsigliabile a chi ama musica più immediata. Tuttavia, io non lo considero un difetto: sarà quasi impossibile da assorbire, ma Iconoclasm è di livello molto buono. La vera pecca in cui sono caduti i Descent into Maelstrom qui è invece la mancanza di vere hit: anche i pezzi migliori sono poco sopra alla media della scaletta. Media che però per fortuna è elevata: in generale, parliamo di un lavoro valido, come leggerai nel corso della recensione.

The Misanthrope ha un attacco che spiazza: le sue chitarre folk malinconiche ricordano quasi gli Agalloch. Su di esse dopo poco spunta un flauto, a disegnare una melodia mogia: è però il preludio all’esplosione del vero brano, che entra con potenza dopo poco meno di un minuto. Nei primi secondi, però, il metal rimane doloroso, grazie alle tante melodie dietro allo scream di Bignardi. Poi il tutto si fa più cupo, tempestoso, persino sinistro, grazie a qualche venatura addirittura black nel riff. È un’essenza che in questa prima parte la fa da padrone, tra momenti da death classico giusto più espansi della norma e altri terremotanti, in cui Michele Castelnuovo a tratti sfodera il blast. Ma c’è spazio anche per qualche tocco di malinconia: all’inizio molto nascosto, poco prima di metà si mostra con una melodia dimessa, lenta. È il preludio al cambio di rotta totale che avviene al centro, con prima un breve tratto quasi doom, nonostante le dissonanze siano ancora black. Anch’esse però durano un soffio, prima di spegnersi in uno stacco soffice, con una chitarra pulita appena udibile. Raddoppiata da un piccolo assolo, dà poi il là all’improvviso a un nuovo scoppio di oscurità e cattiveria. Ma al suo interno, nonostante l’aggressività, si sente più angoscia: una componente che stavolta prende il sopravvento con rapidità. I Descent into Maelstrom seguono lo stesso canovaccio anche nel finale, che dopo un’altra apertura calma e morbida si fa ancora più acido e ansioso. Poi però un ordine nostalgico si riprende la scena: ci troviamo così in un passaggio progressivo e storto, ma al tempo stesso con una sua solennità. È questo che ci conduce fino al finale, dove un clavicembalo sintetico riprende il ritmo precedente in un outro fascinoso e crepuscolare. Nel complesso, ne risulta un pezzo forse non trascendentale, ma valido, non male come apertura di Iconoclasm.

Saturn ha un attacco lento ma plumbeo, con un riffage truce a cui si aggiungono presto lead dissonanti. È un’aura che nel corso del pezzo non cambia molto: a variare è invece il ritmo, spesso di alta velocità. Sorregge sia i momenti più d’impatto, in cui Bignardi e i riff aggrediscono a testa bassa, sia quelli strani, obliqui, alienanti. Nonostante i tanti fraseggi di chitarra, sono pochi i passaggi in cui si possono sentire vere melodie: succede al centro, dove ce n’è una circolare che dà un po’ di leggerezza, ma non esce dall’aura malata del resto. Non lo fa neppure la frazione di centro, sì con la sola chitarra e il basso di Michele Augello in qualcosa di lieve: anche lì però l’oscurità regna. È un valore aggiunto per una traccia a tratti un po’ fine a sé stessa nel suo macinare, ma non è un gran difetto. E neppure troppo diffuso: di norma quanto ci propongono i piacentini è interessante. Anche per questo, il risultato è un episodio di buona qualità. I Descent into Maelstrom però vanno ben oltre con Red Gaze, prima delle due strumentali di Iconoclasm. Comincia già con un’urgenza grandiosa: un fattore che durerà per buona parte di un brano a cui pure piace cambiare faccia più e più volte. Di norma, sul ritmo quasi sempre veloce di Castelnuovo, si alternano momenti da puro death classico e altri che guardano invece a quello melodico. Ogni tanto, inoltre, i piacentini rallentano su territori dissonanti, sinistri, persino angoscianti, con influssi doom a tratti. Quest’ultima torna anche nella parte conclusiva, l’unico momento davvero calmo del pezzo. È un’impostazione che si presenta anche nei tanti momenti storti e tecnici che costellano la strumentale, per lasciar posto solo in chiusura. Doomy, più rilassata, conclude al meglio un’ottima traccia, poco lontana dal meglio del disco.

Arrivati a questo punto, The Grim vede accentuarsi l’influsso doom che i piacentini hanno già espresso finora. L’attacco è lentissimo e tombale, puro death/doom desolato e lugubre, prima che il ritmo salga. All’inizio accade poco: solo dopo un minuto e mezzo la musica comincia a fuggire, seppur senza troppa cattiveria, stavolta. Il riffage di Bignardi, Pietro Buzzi e Mattia Panunzio è legato al melodeath e si presenta quasi timido, evocando un’aura più triste che rabbiosa. Solo al centro la ferocia si fa un po’ più elevata, una tempesta in cui spicca il cantato del frontman e selvagge bordate, che interrompono la schiarita più melodica della norma precedente. Ma anche questo turbine passa in poco tempo: subito dopo la musica si apre in qualcosa di malinconico ma quasi sereno. Parliamo di uno stacco molto melodioso, in cui i Descent into Maelstrom mostrano il loro lato più ricercato e sentito, specie per quanto riguarda la melodia principale di chitarra. In ogni caso, si rivela ottimo anche il finale, che si distacca da questa norma: il livello tecnico comincia pian piano a salire finché ci ritroviamo in un ambiente convulso, duro, ineffabile. Puro progressive death metal dei più intricati, vortica col suo fraseggio quasi stordente per un po’, prima di abbandonarsi a un outro death, che ricorda quelli sfilacciati del miglior death tecnico. Tutti sommati, questi tasselli compongono un pezzo realizzato a dovere: non sarà tra i migliori di Iconoclasm, ma in un album del genere non sfigura!

Forgotten Wisdom spiazza all’inizio con le sue percussioni e i cori arcani. Tempo una trentina di secondi, e ci ritroviamo in un ambiente più duro: sin dall’inizio mostra un’anima crepuscolare, dimessa per certi versi e truce per altri. Lungo la sua durata, è un continuo oscillare tra parti più pestate, negative e altre invece che, pur mantenendo l’impatto, presentano una maggiore profondità. L’avvio per buona parte appartiene alla prima categoria, ma la seconda esce fuori alla distanza. Il centro vede così una lunga teoria di sfumature che vanno dalla tristezza alla rabbia infelice, sostenuta dal melodeath, fino a raggiungere l’estraniante quando i piacentini deviano verso il loro lato progressive. Nonostante la lunghezza, è un’evoluzione sempre molto d’impatto, che incalza bene fino a toccare il suo apice al centro, un florilegio di frenesia e melodia. Ma poi la musica si acquieta: uno stacco misterioso, di lievi chitarre pulite e circolari, poi il metal torna, anch’esso ridondante. Insieme alla base precedente, che rimane, si crea un finale alienante, allucinato, che stacca dall’atmosfera precedente ma in maniera riuscitissima. È un finale ottimo per un pezzo che lo è altrettanto: siamo poco lontani dal meglio del disco! Monolith tuttavia fa pure meglio: seconda delle strumentali di Iconoclasm, mette in mostra le migliori qualità dei Descent into Maelstrom. Al suo interno, c’è tutto ciò che la band è, da tratti vorticosi col blast di Castelnuovo a momenti più d’atmosfera, da tratti ipertecnici ad altri di gran delicatezza. Il complesso è un fluire organizzato senza grandi spigoli: nei cambi di dinamiche (come l’abbassamento di tensione al centro) e nelle virate tra impatto e melodia, tutto funziona alla grande. Per fare un paio di esempi, non si può evitare di citare lo stacco nella prima metà che ricorda l’ansia e la desolazione degli ultimi Death, oppure il finale, ripieno di splendide melodie. Sono i due passaggi che spiccano di più di un brano però tutto valido, così ben scritto da essere uno dei picchi indubbi del disco!

Shade of the Night inizia calma, delicata, con gli arpeggi di chitarra pulita a intrecciarsi con un assolo dell’ospite d’eccezione Andy Marchini (ex Sadist e Dark Lunacy). Non dura molto, prima che la potenza entri in scena: per qualche secondo è timida, ma poi il lavoro del trio di chitarristi si fa più roccioso. Rimane però di orientamento melodeath, e non solo: alle spalle del riff, le chitarre sono dilatate quasi come nel post-metal, il che fa mantenere al tutto un tono malinconico e depresso. È un’anima che, seppur a tratti riletta in altre forme, rimane al centro della canzone: i piacentini se ne distaccano solo al centro, anche più intenso, in cui la tristezza non è più contenuta. Tra il blast di Castelnuovo, le ritmiche vorticose, il growl alto di Bignardi e qualche influsso black che rende il tutto più incisivo, diventa anzi dolorosa, lancinante. Stavolta inoltre la struttura è semplice, e fila dritta senza troppe variazione fino al finale, in cui tornano le chitarre pulite sentite all’inizio e il basso di Marchini. Del resto a un pezzo così buono da essere il migliore del disco insieme alla precedente non serve altro! A questo punto, siamo gli sgoccioli: per chiudere Iconoclasm, i Descent into Maelstrom scelgono The Portal of the Elsewhere, che all’inizio mostra un impatto da death moderno. È un’impressione che però dura poco prima che gli emiliani scelgano un’altra strada, più obliqua e tecnica. Ma si rivela solo un raccordo: sfocia a sua volta in un passaggio che invece punta sull’emozione, qui mogia, dimessa anche a dispetto della relativa potenza del riffage. Il tutto dura fino a metà, ma poi la linea musicale cambia ancora: ci ritroviamo allora una sezione lenta, decadente, di nuovo di influsso doom. Pian piano anche questa base cresce, assumendo sempre maggiori dissonanze e un’aura man mano più allucinante, fino a un finale freddo e alienato. È un ottimo finale per un gran bel pezzo: non sarà tra le sue punte di diamante, ma come conclusione per il disco non c’è male!

Come raccontavo già all’inizio, Iconoclasm è un album difficilissimo da assorbire: anche io, dopo decine e decine di ascolti, non credo di averlo fatto – non del tutto, almeno. Allo stesso modo, è un lavoro molto difficile da valutare nella giusta maniera, visto che poco di esso rimane in mente: l’impressione che se ne ha però è molto buona. Ecco perché, alla fine, mi sento di promuoverlo, e anche di consigliarlo. Magari chi ama musica più lineare e semplice dovrebbe starne alla larga; se però ami anche lavori labirintici e inaccessibili, allora posso solo suggerirti di dare una chance ai Descent into Maelstrom!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Misanthrope06:53
2Saturn04:12
3Red Gaze04:06
4The Grim05:44
5Forgotten Wisdom06:14
6Monolith04:03
7Shade of the Night04:32
8The Portal of the Elsewhere04:27
Durata totale: 40:11
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Andrea Bignardivoce e chitarra
Pietro Buzzichitarra
Mattia Panunziochitarra
Michele Augellobasso
Michele Castelnuovobatteria
OSPITI
Andy Marchinibasso (traccia 7)
ETICHETTA/E:Club Inferno Entertainment
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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