Stratovarius – Episode (1996)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEEpisode (1996) è l’album che consacra in via definitiva il nuovo concetto di power metal degli Stratovarius.
GENEREUn power metal neoclassico e melodico, molto ricercato.
PUNTI DI FORZAUn suono che ha ispirato molte band del genere – il che rende il disco storico – oltre che personale nei suoi eclettismi. Un livello qualitativo altissimo, con tante canzoni degne di nota, un lato emotivo di grandissima presa.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un filo ondivaga – ma è un difetto davvero da poco.
CANZONI MIGLIORIEternity, Speed of Light, Stratosphere, Forever
CONCLUSIONIEpisode è un album con sostanza da vendere, uno degli album cardine della discografia degli Stratovarius. Per questo, non bisognerebbe sottovalutarlo solo perché il successore Visions (1997) è anche migliore!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Spotify 
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon |  Ebay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Sito ufficiale | Facebook | Instagram |  Youtube | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
96
COPERTINA
Clicca per aprire

Me lo ricordo, quel periodo della mia vita. Stavo appena facendo esperienza col metal, di cui però non conoscevo i molti lati scoperti nel tempo: per me allora esisteva solo il power metal. Era in particolare quello tedesco più classico, cattivo e potente, con meno concessione alla melodia di quello nordico: per come vivevo il genere, nella mia ingenuità, rifiutavo quasi con sprezzo tutto ciò che era più calmo e ricercato. Ma fu proprio in quel periodo che le cose cominciarono a cambiare: accadde quando, quasi per caso, tra le mani mi capitò Episode. Sesto album degli Stratovarius, è stato un lavoro cardine per me: forse non subito, quando era solo un disco qualunque, ma col tempo è diventato la base di partenza che mi ha portato ad amare il metal più melodico. Anche per questo, a oggi ho un rapporto quasi personale con questo disco: tra l’altro, è stato tra quelli che ho smaniato di più di ricomprare, dopo un incidente in cui, anni fa, persi la mia intera collezione. E ancor oggi, lo ritengo un album importantissimo per me.

Ma non credo che la questione sia solo soggettiva: anche a livello oggettivo, Episode è un album molto importante, per esempio per gli Stratovarius stessi. Se non altro, è quello che consacra in via definitiva il loro nuovo concetto di power metal. Segnali importanti c’erano già stati con Fourth Dimension dell’anno prima. Parliamo non solo del primo lavoro con Timo Kotipelto alla voce, ma anche di un album di rottura col suono del passato, più semplice nei suoi forti influssi heavy e meno neoclassico. Ma col successore, gli Stratovarius sviluppano il concetto nella sua maniera definitiva. Già questo rende Episode storico, se non altro per le decine di band power che ha influenzato, col suo suono ricercato e melodico; soprattutto però, come spesso accade in questi casi, l’importanza si accoppia con la qualità. È un fattore che quest’album ha da vendere: per questo non capisco perché in molti, anche da fan dei finlandesi, lo sottovalutino. Forse è per la sua varietà interna, con tanti brani eclettici rispetto al solito power, o forse semplicemente per il fatto che il successore Visions è anche meglio. Quale che sia il motivo, trovo che sia ingiusto farlo: questi “problemi”, se così si possono considerare non impediscono a Episode di essere un lavoro pieno di grandi canzoni. E se a tratti è un pelo ondivago, in fondo non importa: anche così gli Stratovarius raggiungono e superano alla grande la soglia del capolavoro!

Un breve intro col suono di orologi che ticchettano, poi Father Time entra in scena con una potenza quasi heavy, anche con una sua durezza. È una norma che tornerà nel brano, che pure non manca di melodia: la si sente già nelle strofe, invece molto power, su cui Kotipelto crea subito una certa malinconia. È una sensazione all’inizio mogia, calma, ma col passare del tempo si fa più d’impatto: a tratti poi torna subito indietro, ma altre, dopo un breve assolo di Jörg Michael, dà il via ai ritornelli. Potrebbero sembrare quasi allegri, helloweeniani, ma tra le righe nascondono un gran pathos, che li fa brillare moltissimo. Ottima anche la parte centrale, col primo assolo della serie per Timo Tolkki prima di una coda evocativa di cori. È la perfetta quadratura di un pezzo splendido, che apre Episode a dovere – seppur il meglio debba ancora arrivare! Subito dopo, è il turno di Will the Sun Rise?, con cui gli Stratovarius ci mostrano un lato ancor più intimista. Lo fa già dall’inizio, quando il riff si propone macinante ma al tempo stesso melodico, dimesso. È un’essenza che permea l’intera canzone, in special modo le strofe: con ancora un vago influsso heavy, sono di grandissima nostalgia. Questa sensazione poi si accentua, grazie soprattutto al frontman, fino ad arrivare ai chorus: seppur non orecchiabilissimi, sono di buon effetto, e si integrano bene nella canzone. Degna di nota è anche la sezione neoclassica al centro, all’inizio lieve e ricercata, con influssi sinfonici, per poi esplodere in modo più estroverso, col duello tra Tolkki e Jens Johansson (neo-arrivato insieme a Michael, in quella che è però considerata oggi la formazione classica dei finlandesi). Nonostante la differenza, però, si integra bene in un pezzo che, pur col suo lievissimo difetto, si rivela lo stesso un gioiellino!

Se l’avvio è stato già eccellente, con Eternity gli Stratovarius salgono ancora verso il cielo. Parliamo di pura magia sin dal fraseggio iniziale di tastiera e chitarra: ci porta subito lontano, in un mondo fatto di malinconia e di un’oscurità però calda, come una notte d’estate. È la base che poi il pezzo comincia a evolvere, prima riprendendolo in forma metal, e poi modificandolo in qualcosa di ancor più immaginifico. Ricorda quasi Kashmir degli Zeppelin, ma in una chiave più intensa e melodica, oltre che lenta, grazie al ritmo oscillante di Michael. È proprio esso la base su cui si muove tutto il pezzo: regge anche le riflessive strofe, con le ritmiche create tutte dal basso di Jari Kainulainen su cui si stagliano arpeggi e suoni misteriosi oltre alla voce di Kotipelto. Se all’inizio la situazione è calma, col tempo il sentimento comincia a crescere: esplode già con la potenza dei bridge, anche piuttosto rocciosi, per poi trovare l’apice nei ritornelli. Da veri brividi anche nella loro semplicità, hanno però un coinvolgimento, un pathos, un’infelicità che li rende trascendentali, uno dei momenti migliori dell’intero disco. Ma il resto non è da meno: nonostante i quasi sette minuti, non c’è un solo istante morto. Parliamo insomma di una canzone perfetta, una delle migliori in assoluto del disco, e non solo: per quanto mi riguarda, è anche tra i picchi assoluti della discografia dei finlandesi – che pure non manca di punte di grandi squilli!

Dopo tanta intensità, gli Stratovarius saggiamente piazzano Episode, brano che all’inizio presenta un giro da musica ambient. È la base su cui, dopo pochi secondi, comincia a posarsi l’assolo di Tolkki, lento e melodico. ben studiato, semplice ma avvolgente, coinvolge con la sua calma per i due minuti di questa strumentale, fino a che l’atmosfera non viene interrotta da Speed of Light, che all’improvviso deflagra con urgenza. È proprio la frenesia ad animare la sua falsariga principale, coi rapidi giri vorticosi del riffage e un ritmo martellante. Regge sia i momenti strumentali che, in forma di poco modificata, i ritornelli: crepuscolari, nella loro brevità hanno comunque un bell’impatto. Più calme sono invece le strofe, ma il ritmo è ancora sostenuto: riescono lo stesso a evocare una bella malinconia. Essa si propaga ovunque, anche quando il pezzo sale verso riff del metal neoclassico più tradizionale possibile, con tastiere e assoli. Quest’ultima impostazione viene poi ripresa al centro in breve, prima che emerga la chitarra di Tolkki, che domina tra momenti di puro shred e altri a là Malmsteen. Nonostante a tratti sia solo mettersi in mostra, è il giusto contraltare per uno dei pezzi topici della scaletta! Uncertainty lascia quindi la rapidità della precedente per qualcosa che all’inizio può sembrare quasi truce, con la potenza del semplice riff. Ma col tempo, si capisce bene che il suo vero intento è evocare preoccupazione, la stessa di cui parla il testo. È una sensazione che i refrain rappresentano al meglio i refrain: metal melodico di influsso heavy, hanno un gran pathos, non lancinante ma che riesce lo stesso a incidere. Calme, sognanti, sono al contrario le strofe: la scansione ritmica del basso di Kainulainen, che ricorda quasi Heaven and Hell dei Black Sabbath è corredata da altri suoni che la rendono anche più espansa, atmosferica. A parte un assolo al centro, non c’è molto altro in una canzone lineare nonostante la lunga durata, le cui variazioni maggiori sono dei cambi di tonalità, specie nel drammatico finale. Ma non è un problema: anche così ne esce un pezzo di valore, che in Episode non brilla come altri ma sa benissimo il fatto suo!

A questo punto, gli Stratovarius schierano Season of Change: prima ballad del lotto, è però tutt’altro rispetto al solito pezzo lineare che uno si immaginerebbe in casi simili. Al contrario, è una lenta, graduale ascesa da coordinate molto calme all’inizio, con chitarre espanse e addirittura qualche elemento prog. Elementi che poi si accentuano quando entra in scena la sezione ritmica: il pianoforte e la chitarra pulita aumentano la suggestione. In seguito però il tutto sale verso lidi metal: all’inizio quasi distesi, diventano col tempo più intensi, pur mantenendo un piglio introverso. L’unico momento che esula da questa norma è l’assolo centrale di Johansson, quasi alienante ma ben integrato, prima che Tolkki ne esprima un altro che torna alla tristezza precedente e lo stesso tastierista aggiunga un tocco oscuro alla fine. A quel punto, il pezzo si spegne, ma non è ancora finita: un passaggio ombroso, con cori arcani, poi il pathos si riprende. Potente, anche desolato in una certa misura, grazie a un riffage mogio e anche a qualche orchestrazione, è una chiusura sentita e di gran efficacia. Mette la parola fine a un brano di quasi sette minuti ma mai noioso: non sarà tra i più belli del disco, ma rimane di livello eccezionale! Lo stesso vale del resto per Stratosphere, che però cambia direzione: brano del tutto strumentale, sin dall’inizio accelera con forza. Al centro di tutto, c’è la chitarra di Tolkki, che si mette in mostra in un assolo neoclassico senza fine, vorticoso e non varissimo nei suoi temi, ma di grandissima efficacia. Merito non solo della velocità (per l’appunto) stratosferica del chitarrista, ma anche del contorno, che lo supporta a dovere. Valida si rivela poi anche l’apertura al centro, che evita di rendere il tutto noioso: stacca dal ritmo veloce per qualcosa di intimista e delicato, sentito, che va avanti finché, pian piano, la frenesia degli Stratovarius non si riprende la scena. Con la sua grande ricercatezza, arricchisce una strumentale davvero bella: non sarà tra i migliori di Episode, ma gira a pochissima distanza da quel livello!

Babylon comincia con quello che sembra il canto di un muezzin. Ci fa piombare subito all’interno del fascino esotico del pezzo, poi mantenuto anche quando entra nel vivo. Lo fa con orchestrazioni di indirizzo mediorientale: una norma che regge anche i ritornelli, lenti e dilatati ma suggestivi all’estremo. Anche il resto però non scherza: seppur più spoglia, la norma è molto immaginifica, sia nelle strofe arabeggianti e vuote, sia nei bridge, quasi doom per impostazione. L’unico momento davvero classico per lo stile dei finlandesi è invece al centro, intimista e melodico, prima di una coda che unisce quest’anima a quella principale del pezzo nei suoi assoli. È in pratica l’unica, estesa variazione di un pezzo molto lineare nei suoi sette minuti, ma non importa. Anche così il suo charme è eccezionale: nonostante la differenza stilistica con la norma degli Stratovarius, risulta validissimo, e in Episode (che del resto è già molto variegato di suo) non stona per nulla! Tomorrow torna quindi al power metal più standard, quello di stampo Helloween. Nonostante sia riletto in stile melodico, di nordico qui c’è poco: la malinconia è spesso tra le righe, ed emerge in parte solo nelle strofe, iper-classiche. I bridge invece sono già quasi giocosi, un fattore che si accentua nella norma principale, di una gioia pura: lo si può sentire bene nei ritornelli. È questa semplice progressione a reggere un pezzo così canonico da suonare a tratti banale, ma senza che il tutto sappia troppo di stantio. Insomma, anche se da un lato abbiamo il pezzo meno bello della scaletta, non è un gran difetto: magari tutti i punti bassi negli album fossero validi come questo!

Night Time Eclipse torna di nuovo al lato più lento e riflessivo che gli Stratovarius ci hanno già fatto sentire alcune volte in Episode. E anche in questo caso, il risultato è di alto livello: lo è già da subito il riff, obliquo e forse addirittura di vago retrogusto melodeath, ma di sicuro fascino, con le sue suggestioni, manco a farci apposta, notturne. È una falsariga che rimane la colonna portante di gran parte del pezzo: al di là di qualche stacco più calmo, tutti i momenti ritmici lo riprendono o almeno lo evolvono. È il punto di partenza sia dei tratti che citano ancora l’heavy metal più classico, sia di quelli celestiali, sia di chorus che sono il massimo a livello emotivo, con la norma iniziale sotto alla voce di Kotipelto, quasi dolorosa a tratti. Per circa metà pezzo, la norma si muove su queste coordinate, ma poi il ritmo accelera, seppur la linea musicale si mantenga simile al passato. Dura un po’, poi il brano si fa più melodico, prima con un momento sentito, quasi da ballad, e poi un assolo quasi rockeggiante all’inizio, per poi trasformarsi nel solito shred. È un tratto quasi disimpegnato, ma poi nel finale la malinconia torna a prendere il sopravvento, quando giungono in scena lenti, espansi cori. È il finale dell’ennesimo brano eccellente del lotto: non è tra i suoi picchi solo per la sua eccezionalità, e in qualunque altro disco brillerebbe molto di più! Gli Stratovarius fanno però ancora meglio con Forever, con cui Episode si chiude. Lasciato da parte ogni traccia di metal, i finlandesi ci propongono una docile ballata folk, tra lenti violini e chitarre pulite. La voce del frontman, dolcissima, contribuisce a qualcosa di nostalgico ma al tempo stesso sereno, senza ombre. È un’aura che domina in maniera sottile nelle strofe, per poi farsi ancor più accentuato nei ritornelli, classici e semplici ma da lacrime per intensità. A parte un assolo di flauto (suonato dall’ospite Pasi Puolakka) al centro, non c’è altro in un pezzo elementare, ma stupendo. Per quanto mi riguarda, è addirittura uno dei picchi assoluti del lavoro che chiude!

Per concludere, Episode non sarà un album perfetto, ma ha comunque sostanza da vendere. Certo, come già detto gli Stratovarius faranno ancora meglio giusto un anno dopo, con quella meraviglia che risponde al nome di Visions. Tuttavia, non è un buon motivo per sottovalutare il suo predecessore: per quanto mi riguarda, lo considero comunque uno dei classici assoluti del gruppo e in generale del power metal melodico del Nord Europa. E anche per questo, penso che ogni fan che si rispetti dovrebbe averlo nella propria collezione.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Father Time05:02
2Will the Sun Rise?05:06
3Eternity06:56
4Episode02:01
5Speed of Light03:03
6Uncertainty05:59
7Season of Change06:57
8Stratosphere04:52
9Babylon07:09
10Tomorrow04:52
11Night Time Eclipse07:58
12Forever03:06
Durata totale: 01:03:01
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Timo Kotipeltovoce
Timo Tolkkichitarra
Jens Johanssontastiera
Jari Kainulainenbasso
Jörg Michaelbatteria
OSPITI
Pasi Puolakkaflauto (traccia 12)
Kimmo Blombacking vocals
Richard Johnssonbacking vocals
Marko Vaarabacking vocals
ETICHETTA/E:T&T Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento