Megadeth – Peace Sells… But Who’s Buying? (1986)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEPeace Sells… But Who’s Buying? (1986) è il secondo, storico album dei Megadeth.
GENEREUn suono più puntato sul thrash metal rispetto al predecessore Killing Is My Business… and Business Is Good (1985), ma che ne mantiene in parte gli influssi speed e heavy. Anche le atmosfere oscure permangono, mentre le strutture tortuose vengono sviluppate ancor meglio.
PUNTI DI FORZAUn bello stile, già molto personale e valido, una gestione matura e competente della complessità, del gruppo, tante idee ben chiare. In generale, un album non solo classico, ma anche validissimo, con tanti pezzi validi e alcuni tra i migliori episodi della carriera del gruppo.
PUNTI DEBOLIQualche ingenuità, ma roba da poco.
CANZONI MIGLIORIWake Up Dead (ascolta), Peace Sells (ascolta), Good Mourning/Black Friday (ascolta), My Last Words (ascolta)
CONCLUSIONIPur non essendo l’album migliore dei Megadeth, Peace Sells… But Who’s Buying è un grandissimo lavoro, indispensabile per ogni fan del thrash che si rispetti.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
93
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1985: a due anni dalla formazione, i Megadeth esordiscono sulla lunga distanza con Killing is My Business… and Business Is Good. Si tratta di un album che, nonostante il sicuro fascino, ascoltato oggi suona piuttosto ingenuo e acerbo, col suo speed metal solo in parte rivolto verso il thrash. Al suo interno, però, era già presente l’anima spigolosa che poi farà grande la band guidata da Dave Mustaine. Un’anima che, per maturare e consacrarsi in via definitiva, avrà bisogno di un solo anno: è appena il 1986 quando i Megadeth pubblicano Peace Sells… But Who’s Buying?. Si tratta di un enorme passo in avanti rispetto al predecessore, in primis per lo stile. Seppur al suo interno vi siano ancora diversi influssi heavy e speed (verranno meno del tutto solo in So Far, So Good… So What! di due anni dopo), la band americana li integra bene in una base molto più thrash nella sua anima più caciarona e primigenia. A condire il tutto c’è anche un buon livello di oscurità e aggressività, mutuate da Killing Is My Business… e soprattutto la giusta complessità. Come da norma dei primi Megadeth, infatti, Peace Sells… è un lavoro tortuoso, sia a livello di atmosfere che di strutture: qualcosa che solo in seguito sarebbe diventato normale nel metal, che all’epoca era solo impatto selvaggio. Anche per questo, la competenza e la maturità con cui la band americana la gestisce impressiona. Certo, ancora qualche ingenuità è presente, ma è roba da poco: per il resto, parliamo di un disco di grande spessore, con idee chiare e giusto pochi, veri svarioni. Anche per questo, Peace Sells… si rivela non solo un classico assoluto, ma anche un album degno di nota, con al suo interno alcuni tra i migliori pezzi della carriera dei Megadeth!

Qualche colpo sul rullante di Gar Samuelson, esaltato dal basso di David Ellefson, poi Wake Up Dead inizia minacciosa, coi suoi semplici accordi dissonanti e la voce bassa, cupa di Mustaine. Il ritmo però è già piuttosto dinamico, anche se in questo inizio la traccia rimane ancora più o meno stabile. Nel giro di meno di un minuto tuttavia comincia un’escalation di riff tortuosa, quasi stordente a tratti, ma scritta e incastrata a meraviglia. Tra momenti di pura potenza e altri striscianti, frazioni convulse di impatto assoluto e altre invece di grandi dissonanze, si disegna un affresco quasi tutto strumentale (se non nel finale), ma stellare. Colpisce con la pesantezza di un asteroide, e ci conduce dritti al finale. Quando la musica si stabilizza di nuovo, su qualcosa di scomposto a livello di chitarre, arcigno e minaccioso al massimo. Con la sua potenza, è il finale perfetto per un brano che lo è altrettanto dal primo all’ultimo istante, non solo tra i migliori di Peace Sells… ma anche in generale nella carriera dei Megadeth! La successiva The Conjuring comincia in maniera ancor più minacciosa, lenta, con chitarre dissonanti a cui presto contribuisce anche il mastermind, fino al suo urlo finale. Quest’ultimo dà il là a una notevole accelerazione, che porta il pezzo su lidi più thrash: all’inizio votati alla potenza, presto però diventano più ombrosi e intricati. Si forma così un labirinto in cui è difficile districarsi: spesso macinante, colpisce con gran potenza, ma anche con un’aura crepuscolare, a tratti persino preoccupata. Fa eccezione a questa progressione il tratto centrale: con influssi heavy e persino hard rock, si pone più quadrato e diretto, seppur anche lì non sia assente un po’ di inquietudine. È proprio questo sentimento a dominare nella canzone, e a valorizzarla. Nonostante qualche sbavatura e qualche stonatura da parte di Mustaine, abbiamo infatti un’ottima canzone. E non importa se in un album del genere si rivela addirittura tra i pezzi meno riusciti: è solo per l’eccezionalità di ciò che ha attorno, mentre in molti altre scalette brillerebbe molto di più!

Peace Sells è leggendaria sin dall’attacco caratteristico del basso di Ellefson, ben supportato dalla cassa di Samuelson. Pochi secondi, poi siamo subito nel vivo delle strofe: sottotraccia, hanno comunque un bel suono, sia per le chitarre di Mustaine e di Chris Poland, sia a causa del riff, semplice ma efficace. Più esplosivi sono invece i ritornelli: sul lato più heavy della canzone, conservano però un senso di vaga minaccia, ben presente in questa prima parte. Prima parte che è abbastanza lineare: a eccezione di una fase solistica e heavy alla fine, stavolta, le due anime si scambiano senza troppi problemi. Poi però il pezzo cambia volto: con un riff che rilegge l’attacco in qualcosa di convulso, si sviluppa una fuga veloce, ansiosa. Merito sia del frontman che del crescendo, che da lidi semplici rende il tutto sempre più terremotante ed energico, tra assoli velocissimi e smitragliate di doppia cassa. È la conclusione adeguata, insomma, per un pezzo magnifico, poco sotto ai migliori del disco (quasi) omonimo! Ma Devils Island non perde quasi nulla: inizia lenta e minacciosa, con un vago retrogusto addirittura doomy (!), prima di partire dopo pochi secondi. Anche stavolta la struttura non è troppo complessa, rispetto agli inizi del disco: di norma, strofe cavalcanti e sinistre, aggressive e molto cupe, si alternano coi ritornelli. Semplici col loro coro, hanno però un’energia grandiosa, coi loro accordi potentissimi, di impatto assoluto. Da citare è anche il tratto di centro, pestato come il resto ma un po’ più vario, tra momenti di impatto già con l’assolo e altri in cui quest’ultimo porta il tutto su terreni più preoccupati. Anche nel finale c’è posto per una bella sezione strumentale, riottosa come i chorus. Anch’essa arricchisce un pezzo che può sembrare quasi elementare, ma a parte questo rimane un gioiellino: non sarà tra il meglio di Peace Sells… ma non è neppure troppo lontano!

Prima di una canzone in due parti, Good Mourning inizia quasi delicata, con chitarre acustiche a cui si sovrappone presto un assolo altrettanto mogio di Poland. Sono tristi, ma c’è anche una certa inquietudine tra le righe: rimane nascosta per buona parte del pezzo, ma col tempo si mostra di più, quando anche la potenza comincia a crescere. Ci ritroviamo alla fine in un frammento cupo, di indirizzo chiaramente doom, lento e quasi doloroso: è l’introduzione perfetta per Black Friday, che senza un attimo di pausa cambia volto e scatta. All’inizio lo fa in maniera quasi riflessiva, pur essendo già terremotante; dopo poco però diviene più aggressiva e vorticosa. È un vortice oscuro che all’inizio non avanza troppo veloce, pur essendo roboante; poco dopo però i ritmi salgono. Ci ritroviamo allora in un pezzo quasi allucinato per oscurità, tra bordate ritmiche, cambi di direzione, stacchi vari. Il tutto in uno schiacciasassi quasi stordente nella sua potenza, che ci conduce dritto verso il finale, malefico e aggressivo nella sua ossessiva ripetizione. È la ciliegina sulla torta di un pezzo di quasi sette minuti ma senza momenti morti, e con tantissima sostanza, tanto da porsi a giusto un’incollatura dal meglio di Peace Sells…! Purtroppo, ora i Megadeth schierano Bad Omen: comincia anche fascinosa, con chitarre lievi e sinistre. Non male è anche la sua evoluzione, all’inizio lenta ma potente: sembra precorrere qualcosa di importante. Tuttavia, quando esplode stavolta la canzone non convince: troppo spigolosa, oscillante in una maniera che precorre il thrash metal tecnico, non riesce a comunicare molto a livello emotivo, a differenza delle altre. Sembra quasi più uno sfoggio di bravura che altro, come dimostra a lungo: in certi casi funziona anche, come nella frazione di assoli nella seconda metà, ma di solito il risultato è insipido. Per quanto non sia spiacevole, abbiamo un pezzo soltanto discreto ma nulla più, nonché l’unica vera macchia su un album del genere.

Cover dei bluesman Willie Dixon e Howlin’ Wolf, I Ain’t Superstitious è più un divertissment che altro. Ma in quanto tale, riesce bene nel suo compito di intrattenere: con la sua anima blues rock appesantita, funziona bene all’inizio, nella veste di brano hard ‘n’ heavy spensierato. E funziona anche in seguito, quando i giochi si fanno più densi, coi fraseggi veloci di Poland e Mustaine prima e poi la veloce coda. Molto in linea col suono dei Megadeth nel suo florilegio di chitarre, rende il tutto ancora più scanzonato e divertente. E poco importa se l’oscurità di Peace Sells… qui non è presente: in fondo, parliamo pur sempre di una bella divagazione, non male nella sua posizione. È però un’altra storia con My Last Words, che arriva a concludere il disco: in essa, l’ombra torna sin dall’inizio, portata dalle chitarre pulite alienanti a cui presto si sovrappongono la sezione ritmica e la chitarra distorta. È un inizio strano, fuori dal mondo, ma poi gli americani strappano con potenza, con una norma principale vorticosa ma stavolta più puntata sullo speed metal che sul thrash. È un’anima che all’inizio è ben presente anche nelle strofe: col basso di Ellefson in evidenza e qualche influsso addirittura maideniano, di thrash c’è ben poco. Ma l’urgenza è comunque di alto livello, come il pathos, quasi disperato e angosciato a tratti. Il tutto giocato in velocità per oltre tre minuti da fiato sospeso: poi però la musica rallenta, per un breve tratto addirittura di retrogusto evocativo, con la rullata di Samuelson. Dura poco, prima di dare il là a una nuova fuga, stavolta più graffiante e thrashy. Il che tuttavia rende l’aura solo più drammatica e d’impatto, anche grazie a Mustaine e ai cori: il risultato è un finale di grandissimo impatto. Corona una canzone davvero eccelsa, il picco assoluto del disco che chiude insieme a Wake Up Dead!

Devo essere onesto, a questo punto: per quanto mi riguarda, Peace Sells… But Who’s Buying? è un lavoro inferiore a entrambi gli album successivi dei Megadeth (sì, anche al bistrattato So Far, So Good… So What!). Ciò non toglie però che parliamo lo stesso di un capolavoro, con pochi momenti morti e tantissima sostanza. Se ti piace il thrash e in particolare quello della prima ora, non hai molte scuse: si tratta di uno di quelle poche decine di dischi che proprio non possono mancarti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Wake Up Dead03:39
2The Conjuring05:04
3Peace Sells04:03
4Devils Island05:05
5Good Mourning/Black Friday06:41
6Bad Omen04:05
7I Aint Superstitious (Willie Dixon cover)02:46
8My Last Words04:48
Durata totale: 36:11
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Dave Mustainevoce e chitarra
Chris Polandchitarra
David Ellefsonbasso e backing vocals
Gar Samuelsonbatteria
OSPITI
Mike Andersonvoce addizionale (tracce 1 e 4)
Randy Burnsvoce addizionale (tracce 5 e 8)
Casey McMackinvoce addizionale (tracce 5 e 8)
Paul Sudinvoce addizionale (tracce 1 e 4)
ETICHETTA/E:Capitol Records
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