Mötley Crüe – Dr. Feelgood (1989)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEDr. Feelgood (1989), quinto album dei Mötley Crüe, è l’album che torna ai fasti migliori degli americani dopo un periodo di appannamento.
GENEREUn suono contaminato soprattutto dallo sleaze allora in voga, ma che non perde il suo focus nell’hair metal tipico della band, invece esaltato in ogni momento.
PUNTI DI FORZATante buone idee, un alto livello di ispirazione, una grande varietà interna grazie anche a influssi eclettici. In generale, un lavoro ben fatto, maturo, consapevole e con diverse canzoni di alto livello.
PUNTI DEBOLIQualche pezzo meno bello, qualche cliché di troppo, ma niente di che.
CANZONI MIGLIORIDr. Feelgood (ascolta), Kickstart My Heart (ascolta), Same Ol’ Situation (S.O.S.) (ascolta)
CONCLUSIONIDr. Feelgood non sarà uno degli album migliori dei Mötley Crüe ma è appena sotto a quel livello. Si rivela un piccolo gioiellino da possedere per ogni fan dell’hair metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
91
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1987: i Mötley Crüe pubblicano il loro quarto album Girls, Girls, Girls. Si tratta di un lavoro che, al netto di alcuni spunti, si rivela appannato rispetto a quanto la band americana ci aveva abituato agli esordi. Colpa non solo delle tensioni tra i membri della band, ma anche dei loro problemi di tossicodipendenza, che rendevano la situazione esplosiva. Il rischio che la band andasse in pezzi era concreto, ma per fortuna non si realizzò. I Mötley Crüe seppero invece reagire: quasi tutti i membri entrarono in riabilitazione e si disintossicarono. Soprattutto, però, risolte le tensioni, cercarono di avere un approccio meno superficiale e più attento alla propria musica. Fu questo a portare nuova linfa in un gruppo che rischiava altrimenti di seccarsi a livello creativo: ad appena due anni dal predecessore, il risultato della rivitalizzazione fu Dr. Feelgood. Sesto album dei Mötley Crüe, con esso gli americani tornano in buona parte ai fasti di inizio carriera, almeno per la qualità. Al suo interno, possiamo infatti trovare tante buone idee, e in generale un alto livello di ispirazione. Lo dimostra se non alto la grande varietà interna del disco, che esplora in diverse direzioni. A tratti Dr. Feelgood vira addirittura verso lidi heavy; l’influsso maggiore sui Mötley Crüe è però lo sleaze metal in voga alla fine degli anni ottanta. Questo senza tuttavia perdere il focus sul loro classico hair metal, che è sempre al centro e viene esaltato, anche al di là delle influenze più eclettiche che il gruppo mostra, tutte peraltro ben integrate. Ne risulta un lavoro maturo, consapevole e così valido che poco importa se ogni tanto c’è qualche pezzo meno bello o qualche cliché di troppo. Anche così Dr. Feelgood si rivela uno degli album più rilevanti nella carriera dei Mötley Crüe!

T.N.T. (Terror ‘n Tinseltown) comincia caotica, pochi secondi di rumori che poi lasciano spazio a suoni di voci e di effetti di sottofondo inquietanti. Anch’essi durano poco: un botto, ed è la volta di Dr. Feelgood, che all’inizio si mostra ancora ombrosa, in qualche modo. Ma è solo un intro: presto, i Mötley Crüe svoltano sulla sua vera anima. Con un riffage a tratti anche duro, ma sempre animato e vitale, è una base dura ed efficace sia in solitaria sia sotto ai ritornelli. Anthemici, catchy al punto giusto, incidono alla grandissima; lo stesso vale per i bridge che a volte li seguono, più aperti: rileggono la norma precedente, in qualcosa di più aperto, ma sempre incisivo al massimo. Ottime anche le strofe: pesanti a livello ritmico, con addirittura qualche influsso metal, sono semplici, ma come contraltare per l’altra parte funzionano bene, grazie alla loro energia e a Vince Neil che canta veloce. Ottimi anche gli arricchimenti della chitarra di Mick Mars: spesso brevi, spuntano qua e là. Fa eccezione la fase centrale, che dopo la ripresa dell’intro esplode in maniera classica, magmatica, di gran potenza. Non ci poteva essere contraltare migliore per un pezzo non troppo complicato ma pieno di contenuto e di buone idee, un’apertura davvero col botto per l’album a cui dà il nome. Dopo una canzone di un simile livello, Slice of Your Pie quasi spiazza. Non che sia così brutta, anzi: sin dall’inizio, calmo e quasi zeppeliniano a tratti coi suoi echi blues e quelli vocali, esplode poi in un magmatico hard rock. Divertente nel suo riff di base, regge alla grande strofe maschie ma di buon intrattenimento. È un effetto che si accentua anche nei ritornelli, di norma brevi ma col giusto impatto; solo al centro il loro tema viene sviluppato più a lungo, peraltro in maniera dilatata. In questo caso, è una variazione che va bene; purtroppo però non vale lo stesso per il finale, che lo fa ancora di più. Lungo, espanso, atmosferico, sembra quasi fuori luogo, sia nel pezzo che in generale in un disco dei Mötley Crüe. Sa di esperimento poco riuscito, insomma; contandoci poi che anche il resto, per quanto buono, non è eccezionale, e abbiamo con facilità il punto più basso di Dr. Feelgood. Non sarà scadente, anzi si rivela buona, ma in un lavoro del genere scompare!

Per fortuna, il disco si lascia subito alle spalle il suo (unico vero) passo falso tornando a splendere con Rattlesnake Shake, che si propone vivace sin dall’inizio. Il suo riffage è scanzonato e leggero, ma anche cadenzato e graffiante al punto giusto. Funziona molto bene sia da solo, sia nei ritornelli, in cui Neil canta una melodia giocosa in alternanza con delle trombe sintetiche che però ci stanno molto bene. Ottimo anche lo scambio con le strofe, invece piuttosto pesanti e con bridge obliqui, con un vago retrogusto sleaze. Entrambi funzionano bene per supportare il resto della canzone; lo stesso vale per la frazione centrale, a tinte quasi funky con la guida del basso di Nikki Sixx fino al breve assolo di Mars. Ottimo anche il finale, spiritoso col dominio della tromba e persino di un piano “da saloon”. Chiude in bellezza un brano che non sarà tra i migliori del disco, ma sa benissimo il fatto suo! È però un’altra storia con Kickstart My Heart: è uno dei brani più famosi non solo di Dr. Feelgood ma della carriera dei Mötley Crüe in generale, e capire perché non è difficile. Già l’avvio, con la chitarra che imita un motore, preannuncia qualcosa di impatto, ma poi gli americani fanno ancora meglio col riff di base. Già da solo è uno spettacolo, ma col potente coro del refrain, così anni ottanta da dare i brividi, colpisce con una forza assoluta. Anche il resto però non è da meno: funzionano bene sia le strofe, con un riffage che macina chilometri e risulta molto incalzante, sia i brevi bridge, un raccordo semplice ma notevole. Ottimo anche il passaggio di centro, un’evoluzione che parte da toni soffusi e poi torna a caricarsi, fino a esplodere in un chorus anche più esplosivo. Da citare è anche la parte finale, in cui Mars personalizza la canzone col vocoder, per un effetto strano ma riuscito. Sono due ciliegine sulla torta di un brano perfetto, il picco della scaletta insieme alla title-track!

Prima delle due ballad dell’album, Without You è una canzone dolce e solare (del resto, è dedicata al rapporto tra Tommy Lee e all’allora sua moglie Heather Locklear). A tratti, lo è anche troppo: passaggi che cercano di esprimere troppo sentimento in alcuni frangenti arrivano su lidi stucchevoli. Di norma però tutto è delicato e avvolgente: procedono bene sia le strofe, docili e con influssi quasi blues a tratti, sia i ritornelli, più potenti ma solo di poco, sia i catturanti assoli presenti qua e là. Buoni anche i rari momenti un po’ più elettrici e tesi: anch’essi non perdono la rilassatezza del resto. Tutto sommato, pur non essendo imprescindibile – e rappresentando anzi uno dei brani meno validi di Dr. Feelgood – il risultato finale è piacevolissimo e ottimo. Va però molto meglio con Same Ol’ Situation (S.O.S.): è una canzone a cui sono legato, essendo la prima dei Mötley Crüe che ho mai ascoltato, anni e anni fa. Ma anche al di là dell’affetto personale, è un grandissimo episodio sin dall’inizio esitante, per poi virare su qualcosa di movimentato e rockeggiante. Si rifanno a questa regola sia le strofe, con un riff da rock classico potenziato parecchio, sia i bridge, sia i ritornelli, corali e divertentissimi con la loro scanzonatezza hair metal, oltre a essere catchy il giusto. Più che tradizionale è anche l’assolo al centro di Mars; insieme ad alcune venature che rileggono i temi già sentiti nel pezzo e danno più varietà al complesso, è un valore aggiunto. Il risultato finale è un episodio splendido, semplice ma non banale: non sarà tra i picchi del disco, ma si trova a pochissima distanza!

Un urlo echeggiato ed effettato, poi Sticky Sweet ci presenta in breve i suoi temi principali, poi sviluppati soprattutto da bridge e ritornelli. I primi sono ossessivi, quasi ombrosi a modo loro, oscurando il senso di divertimento che contagia il resto. Ma poi nei secondi tutto ritorna: esplosivi, ancora una volta elementari, sanno sempre come colpire bene. A corredo del complesso, trovano posto strofe strane, spigolose ma all’altezza della situazione; lo stesso vale per il passaggio centrale, espanso e di influsso funky. Tra il lavoro di Sixx e quello di Mars, che intreccia ottime melodie in qualcosa di quasi onirico, è un momento strano, ma si integra bene nel brano. Che, anche per questo, si rivela ancora grandioso, neppure troppo lontano dal meglio di Dr. Feelgood! Il suono di una zip che si abbassa, poi ci ritroviamo subito all’interno dell’esplicita She Goes Down, con cui i Mötley Crüe ci propongono ancora uno step in più della loro anima rinnovata, almeno a livello stilistico. Lo si sente bene nel riff di base, con armonizzazioni classiche rilette in chiave hard rock: una falsariga che, in maniera ondeggiante, prosegue anche nelle strofe. Più potenti sono invece i ritornelli: ancora una volta sono corali, e ancora una volta si stampano con facilità in mente. In pratica, a parte un momento centrale un po’ strano, preoccupato– per tornare però scanzonata come sempre nell’assolo – nel pezzo non c’è altro che qualche variazione sugli stessi temi. E in fondo neppure serve: molti dei piccoli stacchi funzionano, come per esempio quello solo “basso e batteria” sulla trequarti. Il risultato sarà anche un po’ sottotono rispetto alla media del disco, ma in fondo vuol dire poco: rimane pur sempre una canzone divertente e ottima!

Con i suoi dolci arpeggi iniziali, Don’t Go Away Mad (Just Go Away) può sembrare una ballata: un appellativo che peraltro le si adatta, seppur alla lontana. Se le strofe sono gentili, calme, solari, il resto possiede un po’ più di voltaggio. Mescolando pulito e distorto, la gran parte degli elementi funziona bene; ancora meglio lo fanno però i ritornelli veri e propri. Arrivano solo a metà pezzo e si pongono più ritmati grazie a Tommy Lee: per quanto siano quasi banali, risultano comunque coinvolgenti. Ottime anche le venature spensierate, da puro hard rock anni ottanta, che contraddistinguono la seconda parte, tra un ritornello e l’altro. Tutte insieme, creano un pezzo un po’ particolare, più complesso della media dei Mötley Crüe, ma ben gestita dagli americani. Ne risulta infatti l’ennesimo grande pezzo di Dr. Feelgood! Quest’ultimo peraltro è ormai agli sgoccioli: si conclude con Time for Change, che al contrario della precedente è un lento vero e proprio. Lo si sente sin dall’emozionato inizio, col pianoforte sotto a un Neil dolce. È una regola che si mantiene a lungo, seppur con le dovute variazioni e la crescita della norma, che parte da strofe sempre piuttosto soffici. Pian piano però la densità sale, attraverso anche venature di chitarra più pesanti, ma sempre adeguata all’aura delicata e avvolgente del tutto. Si arriva così ai classici ritornelli malinconici e strappamutande: con una melodia ancora una volta al limite dello stereotipo, si rivelano però anch’essi molto efficaci. Lo stesso vale per la prestazione di Mick Mars, che dosa assoli, fraseggi e venature molto interessanti lungo tutto il pezzo. Come anche altrove, il chitarrista è un valore aggiunto per gli americani e per questa splendida canzone, neppure troppa lontano dal meglio del disco che chiude!

A questo punto, c’è da dire che Dr. Feelgood non è l’album migliore dei Mötley Crüe: di certo, i primi due dischi – e in special modo Shout at the Devil – sono migliori. Ma questo non è che mezzo gradino sotto: si tratta di un piccolo gioiellino che può fare la felicità di tutti i fan dell’hair metal e dell’hard rock anni ottanta. Se lo sei, perciò, non può che esserci un solo consiglio per te: nel remoto caso in cui tu non lo abbia già fatto, dovrai farlo tuo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1T.N.T. (Terror ‘n Tinseltown)00:42
2Dr. Feelgood04:50
3Slice of Your Pie04:32
4Rattlesnake Shake03:40
5Kickstart My Heart04:43
6Without You04:29
7Same Ol’ Situation (S.O.S.)04:12
8Sticky Sweet03:52
9She Goes Down04:37
10Don’t Go Away Mad (Just Go Away)04:40
11Time for Change04:45
Durata totale: 45:02
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Vince Neilvoce, armonica, shaker
Mick Marschitarra, backing vocals
Nikki Sixxbasso, pianoforte, organo, backing vocals
Tommy Leebatteria, backing vocals
OSPITI
Ian Geigerchitarra e basso
John Websterpianoforte (traccia 4), tastiere, programming
Bryan Adamsbacking vocals
Sebastian Bachbacking vocals
Jack Bladesbacking vocals
Mark Lafrancebacking vocals
David Steelebacking vocals
Robin Zanderbacking vocals
Steven Tylervoce (traccia 3), backing vocals (traccia 8)
Bob Rockbasso (traccia 11), backing vocals (tracce 2, 4, 8)
Rick Nielsenbacking vocals (traccia 9)
ETICHETTA/E:Elektra Records
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