Skulld – Reinventing Darkness (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEReinventing Darkness (2019) è il primo demo (e la seconda pubblicazione) dei nostrani Skulld.
GENEREMescola death metal e hardcore/crust punk con diversi influssi. Il dettaglio che lo rende originale è però la voce femminile di Pam, non un growl ma un cantato roco, monocorde, estraniante.
PUNTI DI FORZAUno stile innovativo e molto ben fatto, sostenuto da un songwriting maturo e con idee chiare che stupiscono, vista la giovane età della band. Insieme a una registrazione adeguata, queste doti consentono al gruppo di evocare un grande impatto e atmosfere di forte oscurità.
PUNTI DEBOLIQualche sbavatura, un filo di omogeneità di contenuti.
CANZONI MIGLIORIThe Priestess, Beaivi
CONCLUSIONIReinventing Darkness è un EP non solo originale ma grandioso, con cui gli Skulld si dimostrano una band ottima già in presente, ma soprattutto promettente in chiave futura!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 80 per gli EP
75
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Se una volta poteva essere l’eccezione che conferma una regola, oggi l’esistenza delle death metal band con una donna come cantante non stupisce più nessuno. Ne è passato di tempo, da quando c’erano solo gli Arch Enemy: oggi gruppi simili sono molto diffusi, e abbracciano quasi ogni branca di questo genere. Ma se invece parliamo proprio di death metal con voce femminile, intesa non come un growl vicino a quello dei colleghi maschi, ma con qualcosa di diverso? A qualcuno potrebbe sembrare un ossimoro, eppure c’è anche chi cerca di percorrere questa via: l’ho scoperto di recente grazie a una band nostrana, gli Skulld, e al loro EP Reinventing Darkness. Secondo parto di una carriera iniziata nel 2018, e con all’attivo un demo uscito anch’esso l’anno successivo, ha un titolo che può apparire pretenzioso. Tuttavia, io credo che si adatti bene alla musica del gruppo, che in effetti si può definire addirittura innovativa. Di base è un death metal classico, in cui la band riversa forti influssi punk e in special modo hardcore/crust. Niente di inedito, insomma: più personali sono gli influssi thrash e black, inseriti dagli Skulld con naturalezza assoluta nel proprio genere. Il punto forte di Reinventing Darkness è però la voce della cantante Pam: mi ha ricordato molto la grinta di Lynda “Tam” Simpson dei Sacrilege inglesi, quelli in particolare degli esordi crossover thrash. È un elemento che si sposa bene con l’oscurità della musica del gruppo, anche grazie alla sua impostazione particolare: roca, quasi monocorde in una maniera voluta, si rivela estraniante.

Il risultato di tutto ciò è un connubio strano, ma che funziona: merito anche delle grande capacità degli Skulld in fatto di oscurità e impatto. Da questo punto di vista, Reinventing Darkness può contare su un songwriting già maturo e su idee ben chiare, che stupiscono soprattutto se si conta che la band esiste solo da due anni. Se ci mettiamo anche una registrazione valida, basilare e secca ma di buon impatto, specie visto che parliamo di un’EP quasi d’esordio, ne risulta un grande prodotto, non solo originale ma molto interessante. Certo, a tratti si sente che agli Skulld manca ancora un po’ di esperienza: lo si avverte per esempio in una certa omogeneità di contenuti. Prese da sole, quasi tutte le canzoni di Reinventing Darkness sono valide: messe insieme però tendono un filo a perdersi, a confondersi tra loro. Per fortuna, non succede troppo spesso: di sicuro non parliamo di un disco monotono come ne ho trovati a volte sul mio cammino. E, in generale, è un difetto che lede poco la qualità di un lavoro che rimane molto interessante.

Senza il minimo intro, Red Moon comincia subito rabbiosa, con un riffage graffiante. Quattro colpi della batteria di Teo, poi siamo subito nel vivo di un pezzo più che altro punk, marcissimo ma feroce grazie alla voce di Pam, molto grattata, quasi un ruggito a tratti. Questa base va avanti per un po’ mantenendo il suo dinamismo e la sua anima crust, mentre le concessioni al death metal sono solo pochi svolazzi in blast, peraltro ben integrati. Questo lato del gruppo viene fuori invece al centro, inquietante e più lento, con tratti macinanti e altri invece più aperti ma funesto, di influsso addirittura doom. Valida si rivela anche la fase finale, che rilegge quanto sentito fin’ora e vi mescola thrash e crossover, ben rappresentato dal basso marcio di Ciufs prima di un nuovo scoppio sinistro. Anche questa sezione si integra alla perfezione in un ottimo pezzo, breve ma intenso, che apre molto bene Reinventing Darkness. Gli Skulld fanno però ancora meglio con The Priestess, che all’inizio si pone strisciante, lugubre, con una lentezza accompagnata da dissonanze che si rivela già molto efficace per atmosfera. Ma quando, dopo meno di un minuto, la musica scatta, la band nostrana fa ancora meglio. Ci ritroviamo in una tempesta quasi stordente, con un riffage vorticoso, retto dal blast, con vaghi accenni black che lo rendono più blasfemo. Ogni tanto questa norma ritorna, seppur a tratti la band viri verso lidi punk altrettanto ansiogeni, o verso lidi più quadrati e thrash. Meno angosciati rispetto al resto, aiutano però molto bene la canzone a respirare. Lo stesso vale per l’alternanza tra la trequarti e il finale: anche più esasperata e quasi drammatica a tratti, pur senza allontanarsi troppo dalla norma principale, la prima è davvero l’apice della virulenza, forse dell’intero EP. La seconda invece torna alla norma iniziale, per poi svilupparla in qualcosa pesante e cattivo, con delle belle bordate ritmiche da parte delle chitarre di Monti e Rappo. Entrambe le parti funzionano alla grande in un pezzo in pratica perfetto, il picco assoluto della scaletta!

The Longest Hour si presenta in maniera solida, rocciosa: una breve rullata di Teo, poi esplode subito il suo riff, che stavolta guarda soprattutto al death classico. Ma non manca un tocco della particolare melodia sinistra che gli Skulld ci hanno già proposto in Reinventing Darkness: una venatura che però col tempo viene meno. Prima infatti l’impatto sale sempre di più: toccato un apice, il ritmo accelera di botto. Ci ritroviamo allora in una fuga crust/death ancora una volta di gran frenesia: nonostante ricordi quella delle altre canzoni, risulta sempre incalzante. Merito anche dei diversi stacchi e variazioni a cui la band sottopone la linea musicale, zigzagante tra momenti più concentrati, ritorni di fiamma più potenti e diversi cambi di ritmo, a tratti repentini tanto da stupire. Certo, ogni tanto il brano si perde, ma per fortuna non troppo: di norma la sua cavalcata è focalizzata, e sa come tirare dei bei ceffoni. Degno di nota anche il passaggio di trequarti, con cui la musica rallenta e tira il fiato, ma senza perdere l’essenza arcigna che lo caratterizza. Lo stesso vale per il breve ritorno di fiamma finale, strano e obliquo ma di sicuro fascino. Il risultato di tutto ciò è un brano che non spicca nell’EP, ma preso a sé stante sa bene il fatto suo. La successiva Beaivi comincia di nuovo dal drumming di Teo, stavolta teso: prelude a un pezzo che subito entra nel vivo con grande urgenza. All’inizio è un’anima death molto incattivita a dominare, ma presto il brano vira verso qualcosa di meno tempestoso e più quadrato. Parliamo del momento in cui il quintetto implementa di più la sua influenza thrash, ma senza che manchi la sua tipica oscurità, dovuto a Pam e al suono quasi echeggiato: il risultato è un ibrido fascinoso. Funziona bene sia di suo sia in alternanza con l’altra anima, sia quando la band cambia le carte in tavola. Avviene nella seconda metà, che prima della ricomparsa dell’inizio assume una struttura “stop ‘n’ go” labirintica, fatta di momenti di gran impatto thrashy e altri invece lenti ma mortiferi. È un altro particolare ben riuscito per un episodio grandioso, poco lontano da The Priestess per qualità!

Cold Hands in Circle Reborn è l’unico vero pezzo di Reinventing Darkness in cui gli Skulld abbracciano vaghi influssi grind. Lo si sente non solo nella durata ridotta, ma anche nella frenesia catastrofica che permea tutto, sia i momenti più death e vorticanti, sia quelli più aperti. È una fuga a perdifiato che si blocca un po’ solo al centro, un momento grasso, graffiante, con qualche svolazzo più oscuro, che però presto torna a correre. È tutto qui un pezzo breve ma che non suona incompleto, anzi: nel suo, risulta di alto livello! A questo punto, l’EP è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Satanic Femminism, che parte subito col riff di Monti e Rappo, che stavolta punta sul tipico death metal venato di black con un lato melodico che potenzia l’oscurità del tutto. È un’essenza che il gruppo sfrutta a tratti, sia nella sua forma più granitica e possente, sia in tratti più lenti e sottotraccia. Ma c’è anche spazio per la loro anima punk, che a tratti fluisce libera: nel tempo però tende a unirsi con l’altra, in un ibrido che per l’ennesima volta il gruppo riesce a rendere fascinosa. Lo si sente bene poco prima del centro, quasi stordente tra i vari cambi di norma, prima che arrivi una breve sezione lugubre e ancora di influsso black. Ottima anche l’escalation finale, che si evolve pian piano per diventare più ossessiva, fino a una chiusura battente, anch’essa di grande potenza. Scrive una bella parola fine per una canzone ancora una volta di buonissimo livello, una conclusione più che appropriata per un disco così!

Per concludere, Reinventing Darkness è un piccolo gioiello, che evidenzia gli Skulld come una band di grandissimo interesse. Pur con la poca gavetta che ha alle spalle, il quintetto lascia stupefatti per consapevolezza e talento, e fa sperare benissimo per il futuro. Se saprà andare oltre anche alle piccole ingenuità qui presenti e sviluppare al meglio le proprie potenzialità, la band nostrana potrebbe diventare grande, forse addirittura un nome di punta. Ma in attesa di scoprire se così sarà, ti consiglio con calore di scoprire questo loro EP. Certo, forse se per te il death metal è solo quello classico, davanti a un comparto vocale così poco canonico potresti storcere il naso; se però le novità non ti disturbano, allora fiondatici sopra senza pensarci neppure un attimo di più!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Red Moon02:55
2The Priestess04:08
3The Darkest Hour04:14
4Beaivi03:27
5Cold Hands in Circle Reborn01:41
6Satanic Feminism04:28
Durata totale: 20:53
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Pamvoce
Montichitarra
Rappochitarra
Ciufsbasso
Teobatteria
ETICHETTA/E:Italian Extreme Underground, Strigon Records, Fallen Crow, Red Wine Rites Records, Violence In The Veins, Calimocho Diy, Bologna Punx, hecatombe records, Drown Within Records, Blog Thrower, ZAS Autoproduzioni Records, Bologna Hc, SFA Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Italian Extreme Underground

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