Blodiga Skald – The Undrunken Curse (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Undrunken Curse (2020) è il secondo album dei romani Blodiga Skald.
GENEREUn folk metal di base simile a quello del primo lavoro Ruhn (2017), ma arricchito da influssi neoclassici, elettronici e soprattutto dalla musica orchestrale.
PUNTI DI FORZAUna classe che, seppur un po’ appannata, in parte rimane ancora. Diverse buone idee che creano alcuni pezzi validi, la solita ironia che rende più divertente la musica dei romani.
PUNTI DEBOLIOrchestrazioni che si mescolano poco col resto, sia a livello di mixing che di registrazione – non buonissima per il lato metal del gruppo. Una certa confusione a tratti, qualche pezzo non all’altezza.
CANZONI MIGLIORITo the East of Sorrow Town (Circus of Pigsley) (ascolta), Estelain (ascolta)
CONCLUSIONIThe Undrunken Curse è un album discreto anche al di là dei suoi tanti difetti; tuttavia, dai Blodiga Skald mi aspettavo di più.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
70
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Recensire uno stesso gruppo per più dischi può essere un’arma a doppio taglio. Come ho già raccontato più di una volta su Heavy Metal Heaven, mi piace molto farlo, per avere una panoramica più completa e approfondita di una carriera. Dall’altra parte però mi capita rimanere deluso quando un disco successivo di un gruppo non rispetta le mie aspettative su ciò che poteva essere. Quest’ultima situazione mi è capitata più spesso di quanto avrei voluto: gli ultimi in ordine di tempo sono stati i romani Blodiga Skald. All’inizio del 2018, avevo apprezzato molto il loro primo album Ruhn, un lavoro già ottimo ma che mostrava ancora del potenziale per crescere. Per questo, attendevo con ansia il suo successore: quando però mi sono ritrovato ad ascoltare The Undrunken Curse – uscito lo scorso 20 maggio grazie a Soundage Productions – mi sono reso subito conto che qualcosa non andava. E che, in particolare, i Blodiga Skald non si erano ripetuti sugli stessi livelli dell’esordio. Merito in primis di alcune scelte stilistiche a mio avviso non molto riuscite: se di base i capitolini suonano ancora il loro classico folk metal, esso è stato arricchito da diversi influssi. Molti di essi sono di estrazione addirittura metal neoclassico, che dà un bel tocco di eleganza al tutto; altri invece provengono dal lontano mondo della musica elettronica. L’influsso principale dei Blodiga Skald qui è però la musica sinfonica: è proprio questo il più grande difetto di The Undrunken Curse.

Non so se inserire le orchestrazioni sia stata un’imposizione sui romani (David Logan, che le ha realizzate, si è anche occupato del mixing e del mastering dell’album) o una loro scelta. E, in fondo, non è neppure importante: ciò che conta è che, all’interno di The Undrunken Curse la musica dei Blodiga Skald e questo nuovo lato non si sposano bene. Sembrano quasi suonati da due entità musicali distanti, accomunate in maniera forzosa e poco riuscita. Colpa anche del fatto che spesso la componente sinfonica sale sopra a quella metal, col suo volume più alto – il mix non è ottimale. Ma non lo è neppure la registrazione del lato metal, a tratti molto sporca, mentre le orchestrazioni hanno almeno un suono professionale e nitido. Ciò rende ancora più profonda la scollatura tra le due componenti dei Blodiga Skald, il che incide molto su The Undrunken Curse. E, purtroppo, non è la sua unica pecca: anche in senso generale, i romani qui a tratti sembrano confusi, con idee poco chiare sulla strada da prendere. Invece di fare il salto di qualità che mi aspettavo a livello musicale, sembrano essersi involuti. Certo, non l’hanno fatto troppo: diverse buone idee sono presenti, e la solita ironia dei Blodiga Skald, applicata allo stesso immaginario “orchesco”, in molti momenti riesce a rendere The Undrunken Curse almeno divertente. Visti anche i suoi immani difetti, poteva di sicuro essere peggio, invece riesce a salvarsi e persino a risultare discreto, carino. Tuttavia, coi suoi elementi di base, e visto anche il talento mostrato dai romani (in Ruhn, ma in parte anche qui, tra le righe), c’erano i presupposti per qualcosa di molto più valido.

The Curse comincia con calma, entrando in fade con un ritmo di fisarmonica, su cui presto entra una melodia strana, quasi da musica popolare del Sud Italia. Potrebbe essere benissimo la colonna sonora di qualche film sulla mafia (ricorda per esempio Il padrino) e va avanti per poco, prima di sparire in un attimo di silenzio. Subito dopo però la canzone parte con più forza: ci ritroviamo allora in un ambiente semplice, martellante, truce e anche piuttosto spoglio. Col tempo però influssi folk penetrano nella musica, arricchendola di colore: di solito funzionano bene, sia in chiave più aggressiva, sia quando la band propone qualcosa di più ballabile. Purtroppo, già qui è presente l’eccesso di orchestrazioni dei Blodiga Skald in The Undrunken Curse: a tratti si prendono del tutto la scena, rendendo la parte metal quasi inudibile. E sì che di solito propongono melodie valide, come sono anche quelle folk, con cui spesso si accoppiano. A livello musicale, il brano è degno di nota: sia nella sua norma principale che nel tratto centrale, che svolta su sonorità quasi medioerentali per poi farsi più strana, tra accenni elettronici e l’ottimo assolo della nuova violinista Yindi “Servant of Anor’s Flame”. In ogni caso, non è malaccio in un pezzo che per il resto non spicca moltissimo: ha però almeno il pregio di essere carino e piacevole.

Un brevissimo outro della precedente, poi Yargak ci si ricollega con un altro intro soffice, stavolta gestito dal violino. A esso presto si aggiunge il riffage di Ghâsh “Barbarian Know-All”, strano e scomposto, con un retrogusto quasi progressivo. È una base che tornerà spesso lungo il pezzo, in alternanza però con un gran numero di variazioni. A tratti la musica infatti devia verso qualcosa di più oscuro, col growl di Axuruk “Jejune” e dissonanze cupe, mentre altrove in scena c’è qualcosa di tono addirittura neoclassico. Ottimi anche i tratti più aperti e atmosferici, quasi paesaggistici che potrebbero essere considerati i ritornelli: hanno un tocco epico che non guasta. Ma soprattutto, a spiccare sono i passaggi al centro e nel finale: il primo presenta ancora un indirizzo esotico, all’inizio lento, ma che col tempo cresce in velocità. Ancor meglio fa la chiusura, che prende il già citato influsso neoclassico e lo rende febbrile e animato, con la tipica ironia dei Blodiga Skald. Sono entrambi elementi di valore per un pezzo buono e divertente: non sarà il migliore in The Undrunken Curse, ma sa il fatto suo! Anche Sbabobo ha un suo fraseggio personale di violino: sin dall’inizio, viene riletto in diverse versioni. A tratti Yindi è in solitaria, altrove le orchestrazioni di Logan gli danno manforte, ma solo di rado esso è assente, per brevi momenti in cui si evidenzia il riff. Anche la struttura varia spesso: a tratti l’aggressività prende il sopravvento, con Axuruk che growla con cattiveria e il drummer Vargan “Shepherd Tamburine” che porta tutto sul blast. Altrove invece è una certa espansione a dominare, seppur spesso il pezzo si muova su coordinate a metà tra i due mondi. A mettersi in mostra di più, in ogni caso, è di nuovo la seconda metà del pezzo: incidono sia gli assoli di chitarra che di violino, ancora neoclassici, sia soprattutto il finale. Che, dopo un attimo vuoto comincia a crescere, tra dissonanze, influssi ancora sintetici, e un’aura anche piuttosto oscura. È forse il momento migliore di un pezzo che per il resto non impressiona troppo, a causa dei soliti difetti, che qui colpiscono forte a tratti, e anche di un filo di inconsistenza, dovuto alla breve durata. Il risultato è discreto e di buon intrattenimento, ma niente di più.

A livello strutturale, Estalain non si rivela troppo diversa dalle altre tracce. Comincia da percussioni quasi marziali, a cui poi si sovrappone l’ennesimo bel giro di Yindi, presto raggiunta dalla tastiera di Tuyla “The Glorious One”. Stavolta però i Blodiga Skald variano di più, sia su questo tema, sia con fraseggi che lo evolvono. Il risultato in questo caso è molto positivo, anche per quanto riguarda le orchestrazioni, meno aliene rispetto al resto che altrove in The Undrunken Curse. I momenti in cui sono presenti funzionano bene, come anche quelli più spogli: merito anche di un songwriting complesso ma sempre sul pezzo. Lo dimostra la lunga seconda metà, tutta strumentale, che tra momenti più potenti e altri soffici, tratti persino divertenti e altri delicati e lirici, come il sognante finale, colpisce bene. Chiude un pezzo forse non da urlo ma molto buono, poco lontano dal meglio del disco! A questo punto, con Spirits of Water è venuto il momento della ballad, con cui i romani tirano fuori un animo profondo e malinconico. Lo si sente sin dall’inizio: la chitarra – o meglio il liuto dell’ospite David Ceccarelli – è sempre in primo piano, con intrecci ricercati ma senza abbandonare il folk. Su questa base trova spazio la voce soave di Yindi, che dà ancor più dolcezza al tutto. È questa formula, in accoppiata al massimo con lievi tastiere e un lento violino, a denotare sia le strofe, in apparenza quasi serene ma sempre più mogie in maniera evidente col tempo, sia i ritornelli. Al loro interno, questo sentimento diventa ancora più forte, con la cantante ancora delicata ma in qualche modo di gran intensità. È la stessa aura che permea tutto il pezzo, a eccezione del finale, che vira su frangenti più allegri e liberatori. Tra le chitarre acustiche e la voce di Axuruk, che canta in russo, l’impressione è quella di musica dell’Est Europa, disimpegnata e alcolica. È un finale strano, ma dopotutto non così fuori luogo in un episodio semplice ma di buona caratura!

The Sacrifice comincia quasi evocativa, con un bel riff e un bel giro di violino. Presto però tutto questo si perde: colpa della falsariga, non solo troppo intrisa dei problemi dei Blodiga Skald, ma anche anonima. Se i momenti che tornano all’inizio continuano a colpire, il resto rimane in mente molto poco. Non aiutano poi alcuni momenti che ricordano quanto già sentito in precedenza in The Undrunken Curse, e soprattutto una forte inconsistenza. Nella sua breve durata, il pezzo sembra incompleto, e solo in rari tratti riesce a dire qualcosa. In generale, il complesso ha davvero poco appeal, e all’interno del disco rappresenta il punto più basso! Per fortuna, toccato il fondo i romani cominciano la loro risalita: si parte da Tourdion, interludio che come indica il titolo ha un forte orientamento medioevale. Nei suoi due minuti scarsi la chitarra, le percussioni e il violino disegnano una melodia antica molto avvolgente. Il risultato una pausa carina, anche se presa come intro per To the East of Sorrow Town (Circus of Pigsley), con cui la scaletta si risolleva del tutto. È uno dei pochi brani qui in cui tornano la capacità di variare e la spensieratezza di Ruhn: se la norma iniziale è triste, mogia, il resto è più animato e vitale. Questa norma si alterna infatti con un ritmo in levare ancora malinconico, ma al tempo stesso con una bella carica festosa, che ti spinge a muoverti. Inoltre, la struttura stavolta è quasi lineare: alterna queste due anime con diverse variazioni, spesso una questione di piccole sfumature. Ma funziona anche quando invece la svolta è più radicale, ossia nella lunga sezione centrale, tra momenti ancora preoccupati ma con musica da giostra e un finale che invece riprende la più classica delle melodie da circo, per poi terminare in maniera davvero divertente, come se si fosse incantato il computer. Completa il quadro ciò che segue, un tratto espanso e di tono più serioso: anch’esso però si integra bene in un pezzo vario, ma sempre con cognizione di causa. I suoi sei minuti lo rendono il più lungo di The Undrunken Curse, ma non c’è neppure un attimo di noia: anche per questo, abbiamo lo zenit della scaletta, al cui interno si rivede quanto avevo amato in passato dei Blodiga Skald!

Fugue è un altro interludio molto breve, col violino di Yindi e la tastiera di Tuyla, che imita un clavicembalo, a scandire della musica di carattere barocco. In un disco più puntato sul folk come questo non ha molto senso; a parte questo però è gradevole, e introduce bene Yo-Oh the Sail Is Low, che all’inizio vira su qualcosa di oscuro. Con i suoi toni grassi, oscuri, persino blasfemi grazie ai cori fa pensare a un pezzo lugubre e orrorifico, ma poi i capitolini all’improvviso svoltano sulla sua vera norma. Come il vero titolo indica, ci ritroviamo in una canzone marinaresca che ricorda il pirate metal, seppur da lontano. Se la fisarmonica va proprio in quella direzione, c’è anche una maggior delicatezza spesso nel riffage, e anche una certa malinconia. Fanno eccezione i ritornelli: cantati da un ospite d’eccezione come Keith Fay dei Cruachan, sono esplosivi e allegri come la norma del genere. C’è anche spazio, in ogni caso, per qualche venatura diversa: per esempio, buoni sono i momenti più oscuri piazzati qua e là. Ancor meglio fanno quelli sognanti e dilatati, che riescono ad avvolgere molto bene. E nonostante a tratti i difetti di The Undrunken Curse pesino, in fondo non lo fanno troppo: anche in questo caso, abbiamo un pezzo di grandissimo intrattenimento!

Never Leave a Friend Behind prende vita con un piglio neoclassico nelle orchestrazioni di Logan, ma poi i Blodiga Skald si spostano su un folk più semplice. Ma la preoccupazione filtra anche qui: col violino a disegnare qualcosa di addirittura lancinante a tratti, con una grande urgenza emotiva. È una norma ottima, come anche ciò che la intervalla, ancor più convulso e angosciato: anche questa fase colpisce molto bene. Potevamo parlare del pezzo migliore del disco, non fosse stato che nel finale le orchestrazioni tornano: all’inizio non danno neppure troppo fastidio, ma poi si prendono la scena del tutto con una lunga sezione drammatica, che col resto c’entra molto poco. È il difetto peggiore di un pezzo valido in ogni altra parte, compreso l’outro che torna alle sonorità del preludio del disco in una chiave più strisciante. Insomma, alla fine si può parlare di rammarico: come anche il disco che (in teoria) chiude, visti i suoi spunti poteva essere altro che solo discreto e ascoltabile! In ogni caso, la versione che mi sono ritrovato a recensire presenta come traccia bonus TechnoBlodiga!, che come dice il nome stesso lascia il metal per abbracciare la musica techno. E il risultato è… a dir poco spettacolare! Da amante della musica elettronica, infatti, posso dire che questa strumentale è realizzata con molta cura – odio doverlo dire, ma è più di quella messa nel resto del disco. Il ritmo tamarro e continuo del genere si unisce però a una struttura molto complessa rispetto ai canoni della branca più mainstream del genere. Molte variazioni creano diverse atmosfere, che vanno dal giocoso al malinconico, dal profondo alla leggerezza. Ma soprattutto, a svettare sono le melodie, spesso di carattere folk ma suonate dal sintetizzatore: danno un tocco di varietà e di fantasia incredibile al tutto, sia quando tornano verso le melodie già sentite in The Undrunken Curse, sia quando ne propongono di nuove. Uniamo a questo qualche tocco di dance anni ’90 e qualche bella trovata eterogenea, e abbiamo un grande pezzo del suo genere. Non c’entra nulla col resto del disco né con la musica dei Blodiga Skald, ma fosse stato nella scaletta regolare per qualità sarebbe stato il suo picco insieme a To the East of Sorrow Town!

Insomma, The Undrunken Curse non è un album all’altezza di Ruhn: dai Blodiga Skald mi aspettavo certo di più. E se le buone qualità del gruppo sono ancora lì, e vengono fuori tra le righe, devono essere utilizzate con più consapevolezza e con chiarezza di intenti, oltre che in maniera meno aleatoria e confusionaria. Non perdo la speranza che ciò accada: spero infatti che, col suo prossimo disco, la band romana riesca a superare le sue pecche qui. E magari, maturando e perfezionandosi, arrivi a comporre il disco maturo che già mi aspettavo dopo aver ascoltato l’esordio!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Curse04:37
2Yargak04:52
3Sbabobo03:30
4Estelain04:34
5Spirits of Water04:27
6The Sacrifice03:38
7Tourdion01:40
8To the East of Sorrow Town (Circus of Pigsley)06:22
9Fugue01:05
10Yo-Oh the Sail Is Low04:30
11Never Leave a Friend Behind04:51
12TechnoBlodiga! (bonus track)05:12
Durata totale: 49:18
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Axuruk “Jejune”voce
Yindi “Servant of Anor’s Flame”voce e viliono
Ghâsh “Barbarian Know-All”chitarra
Tuyla “The Glorious One”tastiere e fisarmonica
Rükreb “The Noble One”basso
Vargan “Shepherd Tamburine”batteria
OSPITI
David Loganorchestrazioni
Keith Fayvoce (traccia 10)
David Ceccarelliliuto (traccia 5)
ETICHETTA/E:Soundage Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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