Hyperion – Into the Maelstrom (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEInto the Maelstrom (2020) è il secondo album dei bolognesi Hyperion.
GENEREUn heavy metal di stampo molto tradizionale, ma non derivativo, grazie ad alcune belle trovate.
PUNTI DI FORZAUno stile non originale ma neppure stantio, una buona capacità di variare, un songwriting vivace, competente e maturo che costruisce ottime canzoni.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ ondivaga e con poche hit, qualche cliché di troppo.
CANZONI MIGLIORIThe Maze of Polybius (ascolta), Driller Killer (ascolta)
CONCLUSIONIPur non essendo perfetto, Into the Maelstrom è un album onesto e godibile, un gradino sopra alla media. Gli Hyperion sono perciò consigliati a chi ama l’heavy metal, anche se magari è stanco degli stereotipi peggiori del genere!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
81
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Ma chi l’ha detto che l’heavy metal nella sua forma primigenia non abbia più nulla da dire? Se è vero che molte band uscite negli ultimi anni non hanno fatto che imitare in maniera sterile i gruppi storici, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. C’è anche chi riesce ad affrontare questo genere senza puzzare da un miglio di stantio, come fanno per esempio gli Hyperion. Nati a Bologna nel 2015, in questi ultimi cinque anni hanno pubblicato due full-length. Il secondo, Into the Maelstrom, risale allo scorso 21 aprile: uscito grazie a Fighter Records, si tratta di un lavoro interessante, anche per quanto riguarda lo stile. Di base, non è niente di innovativo: parliamo del più classico heavy metal, debitore di Iron Maiden (soprattutto), Judas Priest, Riot e Armored Saint. Ma gli Hyperion non hanno troppa nostalgia: Into the Maelstrom non cerca di copiare nessuno di questi gruppi, ma anzi mostra una sua personalità. Non c’è solo la voce di Michelangelo Carano, canonica ma non banale: la causa principale sono le diverse trovate che i bolognesi affrontano, provenienti a tratti da altri generi metal (soprattutto progressive, ma a tratti anche power e hard rock).

Si tratta spesso di dettagli piccoli, ma aiutano la buona riuscita di Into the Maelstrom. Merito anche del songwriting degli Hyperion, che li adopera al meglio: si tratta di una scrittura vivace, forse non originalissima ma che dota gli emiliani di competenza e maturità. Lo si può notare per esempio nelle strutture delle canzoni: non sempre lineari o semplici, sono costruite con cognizione di causa, almeno di solito. È vero che, dall’altra parte, non sempre il gruppo rende al massimo: il principale difetto di Into the Maelstrom è proprio l’essere ondivago. Seppur di vere hit ce ne siano pochissime, di più sono i pezzi di buon livello; altri però spiccano meno. Colpa anche del fatto che a tratti gli Hyperion cadono nei cliché più tipici del proprio genere: forse, suonando heavy metal è anche inevitabile non riuscire sempre a rileggerli in qualcosa di nuovo. Per fortuna però i bolognesi ci riescono molto più spesso di tanti altri: il risultato è che la pecca non dà troppo fastidio. E che in generale, parliamo di un album con diversi lati positivi da raccontare!

Una rapida rullata di Marco “Jason” Beghelli, poi ci ritroviamo subito nel mare ritmico di Into the Maelstrom, magmatico ma al tempo stesso divertente, col suo retrogusto hard rock. È un’impostazione che poi gli Hyperion utilizzano anche nelle strofe: semplici e animate, vanno avanti in maniera lineare, a parte qualche stacco un po’ più ombroso a tratti. Più quadrati e potenti sono invece i bridge, con un bel riffage duro e una certa grinta da parte di Carano e dei cori che lo circondano. Potenti ma animati, ci conducono a ritornelli brevi e corali, che ricordano il power per melodia, ma sono lo stesso adatti a concludere la progressione. Quest’ultima tra l’altro si ripete solo due volte, con al centro un assolo vorticoso e classico, seguito da una frazione vorticosa e possente. Ma in fondo non è un problema: nonostante la semplicità e anche la brevità, abbiamo un bel pezzo, rapido e completo nei suoi quattro minuti scarsi. Il risultato è già di ottimo livello, e apre l’album omonimo nel migliore dei modi. La successiva Ninja Will Strike mostra sin dall’inizio il chiaro influsso degli Iron Maiden negli incroci di chitarra di Luke Fortini e Davide Cotti. Questa norma torna a tratti nei diversi stacchi strumentali del pezzo, seppur altrove gli Hyperion gli diano una forma strana, obliqua, specie a livello ritmico. Più dritto è invece il resto, con classiche strofe heavy, dure ma sottotraccia, che confluiscono in brevissimi ritornelli, orecchiabili il giusto. Anche la struttura è vicina a quella più tradizionale, se si eccettua la parte centrale: più espansa, presenta ben due assoli, intervallati da un momento cupo all’inizio e da un passaggio drammatico al centro. In ogni caso, il tutto è ben costruito: il risultato non sarà tra i migliori di Into the Maelstrom ma neppure troppo sotto, e intrattiene bene!

Driller Killer comincia molto ombrosa, col basso di Antonio Scalia su cui si adagiano echi di chitarra inquietanti. Il suono di un trapano, poi la scena cambia in maniera radicale, con un riff strano, spezzettato e quasi progressivo, nonostante l’energia sia quella dell’heavy classico. Comincia da qui una bella corsa, con strofe a tratti anche espanse, ma che più spesso sanno macinare bene col loro riffage tagliente. Sembrano quasi serene e divertenti, ma sotto sotto accumulano la tensione che poi esplode nei ritornelli. Introdotta da bridge convulsi, hanno un bel pathos, ben evocato da una melodia vocale classica ma incisiva da parte di Carano. Da citare anche la frazione centrale, all’inizio molto “shred”, per poi portarsi però su qualcosa di sentito, che richiama ancora la band di Steve Harris, e poi infine verso lidi crepuscolari. È la ciliegina sulla torta di un gran brano, a poca distanza dal meglio di Into the Maelstrom! Gli Hyperion fanno però persino meglio con The Maze of Polybius: comincia con un assolo vorticoso, che fa quasi pensare al prossimo scatto di un pezzo speed. Ma poi il gruppo bolognese si stabilizza su un tempo medio, a tratti guidato da Beghelli in maniera marziale, altrove più semplice, ma incalzante. Merito non solo del bel riffage, ma anche di Carano: costruiscono strofe che coinvolgono, a volte in maniera quasi epicheggiante. La struttura le alterna non a ritornelli, almeno per ora, ma agli assoli di Cotti, di norma brevi e semplici, ma funzionali. È un’impostazione che va avanti fino a circa metà, quando Scalia dà il là a un momento strano, ancora di influsso prog. Poi però la musica torna più lineare, con un passaggio di alto carico emotivo anche a dispetto della potenza, che dà quindi il là ai veri ritornelli. In principio oscuri fino all’inquietante, con influssi persino doom, presto diventano musicali e avvolgenti, un bellissimo concentrato di potenza e melodia. Aggiungiamoci anche la velocità, che si innalza prima di un finale che torna all’origine, e ci ritroviamo in uno splendido vortice di emozioni. È il gran finale per un episodio però tutto grandioso, il vero picco del disco!

Breve pezzo tutto strumentale, From the Abyss inizia cupa, strisciante. Il suo riffage iniziale è diretto, ma poi la band assume nuove influenze progressive, una costante lungo tutto il pezzo. All’inizio sono piccoli dettagli nell’oscurità che rimane: poi però cominciano a penetrare armonizzazioni del genere. Un processo che continua fino al centro, con una rullata in controtempo: dà origine a qualcosa di oscuro e potente, che all’inizio sembra voler tornare su lidi diretti, ma poi si fa più vorticosa, un breve sfogo prima dell’outro malinconico, di chitarre pulite. Nel complesso, abbiamo una traccia che non esalta, e non spicca troppo, ma risulta ben composta e piacevole. Anche Bad Karma parte scomposta e tecnica, ma poi si raddrizza a partire da un ulteriore intro di basso voltaggio. Oscuro, mogio, dà però il là a della musica molto più vitale, in uno scambio in cui la seconda presto vince. Ci ritroviamo allora in un ambiente potente, ma non senza un buon livello di emotività. Presente sempre, anche nei tratti più energici, altrove esce fuori con forza, come nei momenti in cui Carano è accompagnato dai cori. Il tutto in una struttura dinamica, senza in pratica pause: risulta piacevole, ma purtroppo stavolta non c’è molto che spicchi. Seppur ben costruito, il pezzo non attira molto l’attenzione, complice l’assenza di melodie vincenti. Parliamo insomma del punto basso di Into the Maelstrom, seppur il livello sia almeno discreto. Gli Hyperion si ritirano su ora con Fall After Fall, che dopo un altro assolo da classico heavy metal, ci presenta il suo riff. È lo stesso che, dopo il suono di una campana da boxe, si sviluppa in maniera semplice ma efficace, in strofe belle tenaci, non velocissime ma quadrate. Più calmi sono invece i ritornelli: con una melodia non catturante al massimo ma incisiva il giusto, sanno evocare la giusta sensazione speranzosa. La struttura inoltre stavolta è quella classica, con tanto di semplice assolo al centro; l’unica variazione è la frazione di influsso epic e power che la segue. Nonostante la differenza col resto, si integrano bene in un pezzo semplice ma ancora di buon livello!

Traccia più lunga del disco coi suoi nove minuti, The Ride of Heroes entra nel vivo con calma: inizia in maniera malinconica, con l’incrocio tra una chitarra pulita, il basso e un assolo malinconico. Ma dopo circa mezzo minuto, tutto di colpo si fa più animato, col rullante militare di Beghelli a sostenere una melodia battagliera. È il preludio all’esplosione del metal vero e proprio, che mantiene lo stesso livello di tensione, un senso epico e combattivo notevole. Ammanta gran parte del pezzo: la norma di base ne è un gran esempio sia in solitaria, quando è semplice, sia quando regge i ritornelli. Con una melodia forse un pelo banale, ma nonostante ciò incisiva, all’inizio sanno il fatto loro; ancor meglio fa la loro seconda metà, più mogia e intensa, di emozione palpabile. Anche il resto non manca di un tocco evocativo: lo è la norma delle strofe all’inizio pur essendo espanso e semplice. Ma poi la falsariga di base si fa più dura e animata: una buona rappresentazione delle turbolente battaglie condotte dell’asso dell’aviazione italiana Francesco Baracca, a cui il pezzo è dedicato. Col tempo, la linea varia di più: tra momenti anche più epici e altri invece scatenati e rapidi, come l’assolo centrale, ci ritroviamo in una parte centrale con molti cambi. È però congegnata a dovere, come del resto l’intero brano: il risultato non farà gridare al miracolo, ma si rivela solido e degno di un disco come Into the Maelstrom! Per concludere quest’ultimo, gli Hyperion scelgono Bridge of Death, traccia più immediata come dimostra già dall’energico attacco. Ancora non troppo veloce, con anche una sua melodia, introduce un pezzo anche più duro. Il riffage di Fortini e Cotti è spigoloso, con dissonanze quasi arcigne, dal forte retrogusto thrash: regge le strofe in maniera efficace. La tensione che si accumula lì però non perde molto tempo, prima di liberarsi in bridge sentiti e melodici e quindi in ritornelli semplici ma di buon impatto. A parte il classico assolo, come al solito ben fatto, è tutta qui una scheggia breve ma efficace: ancora una volta, non sarà eccelsa, ma come chiusura per un disco così va benissimo!

In definitiva, Into the Maelstrom non è certo un album perfetto, ma si rivela onesto e godibilissimo. Fosse stato tutto come la prima, eccellente metà, poteva forse addirittura aspirare al capolavoro, ma non è un gran rimpianto: anche così si pone almeno un paio di gradini sopra alla media (non esaltante) del suo genere. Per questo, se ti piace l’heavy metal classico, non posso che consigliarti di dare agli Hyperion almeno una possibilità. Di sicuro questi bolognesi sapranno intrattenerti, anche se magari sei diventato allergico ai cliché più triti di questo stile!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Into the Maelstrom03:45
2Ninja Will Strike04:11
3Driller Killer04:05
4The Maze of Polybius05:19
5From the Abyss03:24
6Bad Karma04:33
7Fall After Fall04:40
8The Ride of Heroes09:06
9Bridge of Death03:57
Durata totale: 43:00
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Michelangelo Caranovoce
Davide Cottichitarra
Luke Fortinichitarra
Antonio Scaliabasso
Marco “Jason” Beghellibatteria
ETICHETTA/E:Fighter Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Atomic Stuff Promotion

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