Revelation – Salvation’s Answer (1991)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONESalvation’s Answer (1991) è l’album d’esordio della band di culto americana Revelation.
GENEREUn doom metal più che tradizionale, ma con qualche influsso progressive che precorre gli sviluppi della carriera successiva del gruppo.
PUNTI DI FORZAUn genere canonico ma non scontato, grazie a un songwriting niente male, che trova i giusti spunti; diverse canzoni godibili in una scaletta senza troppi punti morti.
PUNTI DEBOLIQualche momento troppo banale e scolastico, un po’ di omogeneità, una scaletta con poche hit, un reparto vocale non sempre al massimo. In generale, un po’ di immaturità.
CANZONI MIGLIORILong After Midnight (ascolta), Salvation’s Answer (ascolta)
CONCLUSIONIPur non essendo un capolavoro a causa dei difetti e dell’immaturità dei Revelation, Salvation’s Answer è un buon esordio, che può piacere a ogni amante del doom.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
77
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Tra i generi del metal, il doom è senza dubbio tra i meno popolari. Molte poche sono le band che hanno raggiunto la fama affrontandolo, mentre gli altri si sono dovuti spesso accontentare di un successo limitato all’underground. Questo però rende il doom metal uno dei generi più pieni di gruppi di culto, con carriere portate avanti con tenacia o almeno con onestà. È quest’ultimo il caso dei Revelation: sono nati a Baltimora, Maryland, nel 1985 (col nome di Panic, poi cambiato in quello definitivo giusto l’anno dopo). Da allora fino allo scioglimento nel 2013 hanno avuto un percorso discontinuo, con sette album divisi da una lunga pausa tra i primi anni novanta e i tardi anni duemila. Eppure, anche così il gruppo ha conseguito una sua piccola posizione all’interno della scena doom: il perché lo si capisce ascoltando anche un album non eccelso come Salvation’s Answer. Esordio dei Revelation, è uscito nel 1991: un anno ottimo per il doom, ma non per quello suonato dagli americani, che pur senza vivere il declino di altri generi metal stava diventando ancor più di nicchia di quanto fosse stato fino a quel momento. Parliamo, è chiaro, del doom metal più tradizionale, che è la base indiscutibile del disco. Ma a tratti Salvation’s Answer mostra già qualche inclinazione più progressiva, come quella che caratterizzerà più avanti la carriera dei Revelation.

Si tratta di un dettaglio che contribuisce a non rendere banale un genere altrimenti molto canonico. Ma la differenza in questo ambito la fanno gli americani stessi: il loro songwriting di solito non è niente male, e riesce a trovare gli spunti giusti per risultare interessante. La bravura da parte loro c’è, anche se non sempre i Revelation riescono a sfruttarla al meglio: a tratti invece Salvation’s Answer si impantana. Lo fa in particolare in alcuni dei momenti più lenti, in cui il gruppo suona scolastico, doom metal da manuale; quelli più dinamici di norma suonano meglio. A questo si uniscono inoltre due difetti più tipici del metal di oggi che di quello del decennio in cui i Revelation hanno esordito, ossia un filo di omogeneità di contenuti e una certa scarsità di pezzi che spiccano. Ma il vero problema di Salvation’s Answer si chiama John Brenner: almeno a livello vocale, non è proprio il massimo. Se a tratti il suo timbro sguaiato funziona in maniera discreta, in altri frangenti arriva quasi a stonare, il che non valorizza molto bene la musica del gruppo. In generale, in quest’album è ben udibile quanto all’epoca i Revelation fossero giovani e anche un po’ immaturi. Ma al tempo stesso, Salvation’s Answer mette in mostra in parte uno spessore che fa ben capire il perché nel tempo la band sia diventata di culto. Ed è anche questo, oltre al valore intrinseco del disco, a renderlo interessante anche al di là delle sue imperfezioni.

Lost Innocence comincia subito catacombale, col suo riffage strisciante, lentissimo. È quello che fa da sfondo a lungo per quanto riguarda la prima parte, seppur con diverse variazioni, che a tratti lo portano verso lidi psichedelici, mentre altrove assumono un tocco quasi epic doom. Si tratta di un’impostazione avvolgente, ma alla lunga viene un pelino a noia, anche a causa della voce salmodiante di Brenner. Per fortuna, non dura troppo: alla metà esatta, l’episodio si anima, diventando veloce ma rimanendo sempre doomy. Potente e scatenata, va avanti per un paio di minuti, prima di un finale che torna a una lentezza anche più funerea che in precedenza. Il suo animo desolato all’inizio incide, ma anche questa parte va avanti troppo a lungo. Chiude un pezzo certo non eccezionale, specie come apertura: discreto ma nulla più, non è all’altezza del meglio del disco. Per fortuna, i Revelation fanno già meglio con Salvation’s Answer: anch’essa comincia lenta, tanto da ricordare la precedente. Ma stavolta, il panorama è meno ridondante e presenta più variazioni, più interessanti. Lo è di sicuro l’aura, che riporta di nuovo verso il doom epico: l’incedere non troppo lento e il riff spesso circolare della chitarra di Brenner vanno in quella direzione. Anche per questo, seppur il tutto vada avanti quasi cinque minuti, annoia molto meno, e riesce ad avvolgere il giusto fino al centro, dove si spegne. Ci ritroviamo allora in un passaggio vuoto, echeggiato, dominata prima dal basso di Bert Hall Jr. e poi dalla chitarra pulita, mentre il doom torna solo in una brevissima fiammate. Ma poi gli americani si scatenano, in uno stacco potente e veloce, con un riffage che macina con forza e un’aura seriosa e cupa che avvolge. Tra tratti dissonanti che a volte ricordano addirittura il thrash, momenti intricati e altri più diretti e doomy, il tutto coronato da un assolo immaginifico, ci ritroviamo in un ottimo affresco, molto ben pitturato. Il suo ottimo livello gli consente di arrivare a poca distanza dal meglio del disco omonimo!

Infinite Nothingness parte subito col suo riff principale, quasi saltellante, ma senza perdere l’oscurità e i toni bassi tipici del doom. È una splendida base, che non annoia nel suo ripetersi ossessiva: anzi varia bene, con virate un po’ più distese e melodiche, ma inserite bene nel suo tessuto. Il suo unico difetto è che non dura: è presente solo in principio, dove presto viene declinata in senso quasi stoner, e nel finale. Al centro c’è una lunga parte più preoccupata, tra armonizzazioni cupe e momenti più rocciosi e animati. Quasi tutto funziona bene anche qui: seppur le manchi un po’ di grinta, la band sa il fatto suo. L’unico momento che lascia un po’ a desiderare è invece sulla trequarti: col suo andamento strano, di vago influsso progressive, accoppiato però a un’aura più leggera e solare, non si integra bene nell’ombra del resto. È l’unica sbavatura in un brano altrimenti validissimo, e che anche così si conferma molto buono: viste le premesse, però, si poteva fare meglio! La successiva Paradox mostra fin da subito un ritmo strano, obliquo, che precorre ancor meglio le sonorità progressive future dei Revelation. È una caratteristica che rimane nell’intero pezzo, molto più che nel resto di Salvation’s Answer: le tante frazioni che si susseguono sono cadenzate, labirintiche, e dimostrano la loro stranezza anche grazie all’assenza totale di cantato. C’è spazio anche per un paio di momenti più soffici, a tratti quasi sognanti: anch’essi remano in direzione prog. Lo stesso si può dire del breve scatto nel finale, veloce e strano – fin troppo, tanto da essere l’elemento meno riuscito dell’episodio. Certo, c’è anche da dire che, come traccia presa a sé stante, suona un po’ fine a sé stessa, e non riesce a spiccare più di tanto, anche vista la breve durata. Ha però almeno il merito di essere buona e piacevole, e di non stonare!

Images of Darkness esordisce rocciosa, macinante, animata, con un riffage incisivo. Fa pensare a qualcosa di eccitante, ma poi gli americani svoltano su lidi lentissimi, vuoti: sinistri e striscianti, come accaduto altrove perdono tuttavia presto di interesse. Non aiuta il fatto che sappiano parecchio di già sentito, e che si ripetano troppo prima di cambiare sentiero. Non che ciò che segue sia tanto meglio: la sezione più soffice e con la chitarra pulita di Brenner suona parecchio banale, e la sua voce (che del resto in tutta la canzone sembra poco all’altezza) stona quasi. L’unico passaggio degno di nota dell’episodio (a eccezione del già citato inizio) è invece la trequarti, più movimentata e con ritmiche avvolgenti, potenti. Ma è troppo poco per salvare un pezzo tutt’altro che eccezionale: arriva alla sufficienza ma non va molto oltre, e in Salvation’s Answer risulta il sicuro punto più basso. Per fortuna, i Revelation si ritirano su ora alla grande con Long After Midnight: si apre subito col suo riff di base, animato e con influssi hard rock. Ma ha anche una grande anima doom, che lo rende possente e gli dona un tocco di inquietudine ad accompagnare l’intera norma di base. Semplice, lineare, alterna momenti più rock, altri invece più duri, col frontman che stavolta accompagna a puntino, e brevi stacchi magmatici. È una struttura che si conserva a lungo, e si evolve solo al centro, prima assumendo influssi quasi punk, su cui spicca l’assolo di basso di Hall Jr. Poi però il tutto vira su toni più calmi, che stavolta funzionano bene: nonostante la voce un po’ spigolosa, Brenner si integra bene su una base malinconica e avvolgente. Il tutto si alterna di frequente con nuovi scoppi di energia, e nel finale le due si mescolano anche, in un ibrido particolare ma ben riuscito. Corona un piccolo gioiellino, forse non perfetto ma di gran impatto: quanto basta per essere il picco assoluto del disco!

Poets and Pauper comincia lenta, quasi fosse una ballata, ma col tempo la sua norma oscillante si potenzia, fino a sfociare in qualcos’altro. Ci ritroviamo allora in un breve scatto veloce, pur rimanendo in ambito doom e potente: anch’esso non dura, però. La falsariga vera e propria è più lenta e cupa, e peraltro incide piuttosto bene, col riffage di Brenner che risulta molto incalzante. Fa da contraltare per un pezzo roccioso e inquieto, che procede sulle stesse coordinate a lungo, potente e d’impatto. Solo a tratti la linea cambia: accade al centro, con un momento più veloce e nervoso, di retrogusto ancora prog. Lo scalino maggiore è però nel finale, con una coda a metà tra doom, hard rock e persino qualcosa che ricorda i Motörhead. È un passaggio strano, che forse stona un po’ con quanto è preceduto. Per fortuna però non rovina troppo una traccia che anche così si rivela solida e di buonissimo livello. Lo stesso, per fortuna, si può dire di Waiting for the End, con cui i Revelation concludono Salvation’s Answer: comincia lenta, inquietante, e col tempo lo diventa anche di più. Merito di uno sviluppo lento ma stavolta non noioso e della voce di Brenner, per una volta adatta nel dare un tocco malato all’atmosfera, già di per sé plumbea. Allo stesso scopo si schiera anche la sezione centrale: più veloce, come da norma della band americana, stavolta però è ombrosa e inquieta il giusto. Lo fa coi suoi giri veloci che presto tornano nell’abisso, per una frazione doom lenta e quasi sofferta. Si colloca bene in un pezzo lento ma di buon impatto, che conclude tutto sommato a dovere un album del genere.

Per concludere, Salvation’s Answer è un album buono e piacevole, anche con la sua immaturità e le sue sbavature. Di sicuro non è un capolavoro o un album che brillerà tra le più belle gemme del doom metal, ma chi ama questo genere potrà apprezzarlo. Se lo sei, quindi, il mio consiglio è di sfidare la (relativa, e del tutto non imbattibile) rarità di questo disco e di dare ai Revelation almeno una possibilità!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Lost Innocence06:28
2Salvation’s Answer08:27
3Infinite Nothingness04:56
4Paradox03:07
5Images of Darkness06:52
6Long After Midnight05:19
7Poets and Paupers05:23
8Waiting for… the End06:36
Durata totale: 47:08
FORMAZIONE DEL GRUPPO
John Brennervoce e chitarra
Bert Hall, Jr.basso
Steve Branaganbatteria
ETICHETTA/E:Shadow Kingdom Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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