Cirith Ungol – One Foot in Hell (1986)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEOne Foot in Hell (1986) è il terzo album dei Cirith Ungol.
GENEREUno stile più veloce e orientato all’heavy classico che in precedenza, con meno influssi doom. Non gli manca però l’epicità che ha reso grande il gruppo.
PUNTI DI FORZAUn’ispirazione che rimane ad alti livelli, atmosfere molto epic e, diversi pezzi di ottimo livello. In generale, una scaletta solida.
PUNTI DEBOLIA tratti si sente come la band non abbia del tutto il controllo artistico sulla propria musica: alcune scelte suonano un po’ forzate.
CANZONI MIGLIORIOne Foot in Hell (ascolta), Chaos Descends (ascolta), Nadsokor (ascolta), Doomed Planet (ascolta)
CONCLUSIONINonostante le sue forzature, One Foot in Hell rimane un album ottimo, non al livello del meglio prodotto dai Cirith Ungol ma neppure da sottovalutare.
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify | Soundcloud
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | BandcampEbay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Sito ufficiale | Facebook | Instagram | Bandcamp Spotify | Twitter | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
87
COPERTINA
Clicca per aprire

1984: i Cirith Ungol pubblicano King of the Dead. Non si tratta solo di un album storico nell’epic metal ma anche, per quanto mi riguarda, di un lavoro perfetto, tra i migliori in assoluto nel genere. È così grande, che sarebbe stato difficile per chiunque ripetersi sugli stessi livelli, specie poi se messi nelle stesse condizioni degli americani. Come raccontarono poi i membri del gruppo, se per King of the Dead ebbero il totale controllo creativo, in seguito i produttori assunsero il comando. Il risultato fu che i successivi due album non sono onesti nell’esprimere le vere intenzioni musicali dei Cirith Ungol: per fortuna, almeno nel successivo One Foot in Hell, questo problema non incide troppo. Da un lato, si nota una piccola svolta stilistica: il loro epic metal precedente ha perso buona parte dei suoi influssi doom, presenti ma solo a tratti. Sono stati sostituiti da un heavy metal più potente e classico, meno acido: soprattutto, brilla per i suoi ritmi più alti, che lo portano a volte a toccare persino vette speed. Il che però non sempre funziona: One Foot in Hell rende al meglio quando, al contrario, i Cirith Ungol puntano su sensazioni evocative. In generale, si sente bene che ogni tanto le scelte degli americani suonano forzate, poco sincere; ciò non toglie però che il gruppo a questo punto della propria carriera è ancora molto ispirato. Ed è un fatto che, lungo One Foot in Hell, viene fuori spesso. Al netto di qualche episodio meno valido, parliamo ancora di un lavoro molto solido, non al livello del passato dei Cirith Ungol ma neppure troppo distante!

Senza alcun preambolo, Blood & Iron comincia subito energica, heavy metal quasi maideniano ma con un bel tocco epic, ben avvertibile nel ritmo cavalcante del riff. È già evidente nelle strofe, molto tradizionali, ma si avverte con ancor più forza nei ritornelli, anthemici coi loro cori blasfemi. Ottime anche le frazioni che seguono, rese malsane – come del resto buona parte del pezzo – dai vocalizzi acidi di Tim Baker. Chiude il quadro un assolo tipico, veloce ma non senza un tocco sinistro, da buona scuola Cirith Ungol. Completa il quadro di un episodio forse tra quelli imposti dai produttori, ma che anche così risulta molto divertente e di ottima qualità, e apre One Foot in Hell nel giusto modo! Va però meglio con Chaos Descends: introdotta da un urlo cavernoso, entra poi in scena più lenta e cupa. Il suo riff è pesante e a tratti mostra una natura molto doomy, seppur l’impatto sia quello dell’heavy. È un ibrido fascinoso, che colpisce già per epicità e per volontà bellicosa: una volontà che poi esplode in via definitiva nei ritornelli. Marziali, hanno un coro spettacolare accompagnato da melodie espanse, quasi allucinate, per un effetto di grandissimo impatto. Ottime anche il lavoro solista di Jerry Fogle, sia per quanto riguarda il breve assolo iniziale, sia quello più espanso nella più rapida parte centrale. Sono entrambi appropriati a un piccolo gioiellino, non tra i migliori del disco ma neppure troppo lontano da quel livello!

The Fire si apre col basso di Michael “Flint” Vujejia: una presenza ritmica ribollente, costante in tutta la canzone, a cui presto si affianca anche la chitarra. Insieme, cominciano a scandire un riff semplice ma molto tagliente, di gran effetto: si ripete spesso nel brano, ma senza annoiare. Al contrario, colpisce sia nelle strofe, semplici ma incalzanti, sia nei ritornelli, che lo alternano con scatti potenti e convulsi, di gran grinta. Il tutto funziona bene; lo stesso vale per il tratto centrale, che sembra deviare verso coordinate da heavy classico, ma poi torna indietro, con un assolo ombroso e ottimo. Degne di nota anche le due piccole aperture più lente e cupe sulla trequarti e nel finale: anch’esse arricchiscono un pezzo non eccezionale ma validissimo, che in One Foot in Hell non stona! È però un’altra storia con Nadsokor, tanto leggendaria quanto labirintica, difficile da assorbire, impenetrabile. Lo è a partire dal ritmo, che sin dall’assolo iniziale del drummer Robert Garven si pone cadenzato, non usuale. Ma quando a esso si accoppiano le chitarre, l’effetto è di un’epicità grandiosa, disperata, oscura alla maniera del meglio dei Cirith Ungol. Anche se il ritmo è incalzante e veloce, non è un problema: questo senso si sprigiona bene sia nelle strofe, già corali e allucinate, sia nei bridge, sussurrati da Baker, sia nei refrain, urlati e rabbiosissimi, di gran efficacia. Ottimi anche gli stacchi di contorno alla struttura: che siano denotati da cori che rendono più evocativo il tutto o come la lunga fase centrale, lenta e malinconica coi suoi intrecci di chitarre, tutto funziona. Lo stesso vale per l’escalation finale, che rende quest’ultima norma sempre più scatenata e vorticosa, fino a un finale caotico. È la perfetta chiusura di una traccia splendida, a pochissima distanza dal meglio della scaletta!

Dopo tanta qualità, i Cirith Ungol ora ci propongono 100 MPH, l’esempio perfetto della mancanza di onestà che affligge a tratti One Foot in Hell. Dopo un rapido inizio ombroso, si sviluppa come il più classico dei pezzi heavy metal, con anche un piglio speed. Ma, per una volta, la musica non è ispirata: le strofe sono piatte e banali, cercano di essere potenti e al tempo stesso epiche, ma non riescono del tutto in nessuno dei due obiettivi. Un po’ meglio va coi ritornelli, catchy e carini: si lasciano cantare bene e si stampano con facilità in mente. Anch’essi però non esaltano, come non lo fanno nella canonica parte centrale con assolo altrettanto tipico; meglio invece va quello di trequarti, musicale e molto piacevole. Ma è troppo poco: in generale, parliamo di un episodio anche discreto, piacevole, ma fuori posto in un disco del genere, di cui rappresenta l’unica vera macchia. Per fortuna, ora gli statunitensi si ritirano su bene con War Eternal: inizia lenta, melodica, con toni maestosi ed epici, ma dopo meno di un minuto li abbandona per coordinate più veloci e classiche. Stavolta però la musica è più ispirata: graffiano bene sia le strofe, potenti e circolari, sia i refrain, che accentuano questa natura. Quasi allegre, sono costruite su un giro quasi hard rock; c’è però anche un tocco di inquietudine e di oscurità, inserita con maestria. Ottimo anche l’assolo centrale di Fogle, stavolta profondo e ben accoppiato alla norma di base. La variazione più grande è però il finale, con un ritorno di fiamma del principio, corredata da un altro bel lead, anch’esso di pathos notabile. È il finale adeguato per una traccia ottima: forse non brillerà tantissimo in One Foot in Hell, ma sa bene il fatto suo!

Se fin’ora il disco è stato di alto livello, i Cirith Ungol per la fine hanno messo in campo un uno-due micidiale. Si parte con Doomed Planet: come dice il titolo stesso mostra fin dal principio influssi doom, specie nello spettacolare riff, da veri brividi. Anche il ritmo di Garven è lento, cadenzato in maniera da dare un piglio ancora più epico alla base. È questo ibrido a reggere buona parte delle strofe, non velocissime ma incalzanti al massimo. Confluiscono poi in bridge obliqui ma sempre evocativi, e poi in chorus che accentuano anche di più questo lato, semplici ma di impatto assoluto. La struttura inoltre è lineare: a parte il classico assolo al centro e un breve finale rumoroso non c’è altro da riferire. E non serve: anche nella sua semplicità, abbiamo un piccolo capolavoro, non distante dai picchi del disco. Tuttavia, i Cirith Ungol si sono riservati il meglio proprio in chiusura, con One Foot in Hell: sin da subito ci presenta il suo riffage di base. Catturante, diventa addirittura magnetico in accoppiata col basso di Vujejia e la batteria, per un effetto davvero d’impatto. Regge tutte le strofe, semplici ma avvolgenti, per poi modificarsi di poco nei ritornelli. Anch’essi si rivelano elementari, ma con Baker che quasi growla il titolo sono di potenza assurda. Si rivelano un valore aggiunto anche i due assoli, intrecciati a meraviglia con le ritmiche. La variazione migliore però è proprio in chiusura: vira verso coordinate più vorticose, oscure e acide che ricordano il predecessore, pur mantenendo lo stesso impianto ritmico. È un altro momento topico di un pezzo che certo non ne è carente: si rivela la punta di diamante assoluto del disco a cui dà il nome!

Per concludere, pur coi suoi lievi difetti One Foot in Hell si rivela un ottimo album, neppure troppo distante dal capolavoro. Come già detto, non è bello come King of the Dead, ma non è una buona ragione per sottovalutarlo: se ti piace l’epic o anche solo l’heavy metal anni ottanta, è un lavoro consigliato. Peccato solo che, per i Cirith Ungol, rappresentò l’inizio della fine: le pressioni discografiche si fecero ancora maggiori nel periodo successivo. Questo portò, cinque anni dopo, a un disco molto discutibile come Paradise Lost, e quindi a uno scioglimento che ha condotto gli americani in un oblio durato anni, fino alla recente reunion. E anche se, proprio quest’anno, è tornato su livelli che sembrano convincenti col nuovo Forever Black, rimane lo stesso il rammarico. Rammarico, in particolare, per ciò che un gruppo con queste idee potesse fare se avesse avuto il pieno controllo creativo sulla propria musica!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Blood & Iron03:51
2Chaos Descends04:55
3The Fire03:36
4Nadsokor04:43
5100 MPH03:26
6War Eternal05:12
7Doomed Planet04:37
8One Foot in Hell05:10
Durata totale: 35:30
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Tim Bakervoce
Jerry Foglechitarra
Michael “Flint” Vujejiabasso
Robert Garvenbatteria
ETICHETTA/E:Metal Blade Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento