Selenseas – The Outer Limits (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Outer Limits (2020) è la versione internazionale (con testi in inglese) del primo album dei Selenseas, За гранью возможного (2017).
GENEREUn power metal moderno, quadrato e potente ma con un piglio ricercato: punta su melodie maschie e strutture complesse. In più, sono presenti diversi influssi, tra cui spicca quello sinfonico, molto presente ma mai pervasivo.
PUNTI DI FORZAAlcune ottime canzoni, diversi spunti di classe, uno stile forse non originalissimo ma personale e variegato al punto giusto per non annoiare. In generale, un album che scorre bene, con quasi tutte le canzoni di livello almeno discreto.
PUNTI DEBOLIUna certa mancanza di hit, alcuni brani poco curati dal punto di vista della struttura; in generale, un po’ di immaturità.
CANZONI MIGLIORIThe Milky Way (ascolta), The Revenge of the Ifrit (ascolta), The Flame of Dawn (ascolta)
CONCLUSIONISeppur i Selenseas debbano maturare, The Outer Limits è un album discreto e piacevole, apprezzabile dai fan del power metal stufi dei soliti cliché!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
73
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Metà e metà: volendo usare una frase fatta, è questa che descrive meglio la buona riuscita di The Outer Limits dei Selenseas. Band nata a Mosca nel 2010, da allora non ha avuto una carriera semplice e lineare, con uno scioglimento tra il 2013 e il 2015 e un solo album, За гранью возможного, pubblicato nel 2017. Quello di cui parliamo oggi è la sua versione internazionale, con testi tradotti dal russo all’inglese: è uscito lo scorso sette agosto tramite l’etichetta nostrana Rockshots Records. Al suo interno, la band affronta un power metal moderno, piuttosto quadrato e potente, ma senza che manchi un tocco di melodia, specie da parte della tastierista Svetlana Tyushina. Conferisce a The Outer Limits una bella nota di colore, e a tratti porta i Selenseas verso influssi come il folk, il metal neoclassico e soprattutto quello sinfonico. È una componente non pervasiva, anzi spesso si mantiene in secondo piano: tuttavia, a livello emotivo e di eleganza è molto importante per la musica del gruppo. In più, i russi a tratti abbracciano venature prog, heavy e dal metal moderno. Il tutto unito in un genere che punta, al contrario di tanti nel power, su melodie maschie e poco zuccherose, ma senza sfociare nell’impatto delle band più speed. Al contrario, la musica dei Selenseas possiede sempre su una certa ricercatezza, udibile anche in strutture più complesse della media. Il che è la croce e la delizia per The Outer Limits.

Da un lato, seppur non goda di un’originalità così spiccata (alla fine i cliché del genere sono sempre quelli), il suono dei russi è quasi sempre fresco e personale: si sente che i Selenseas non cercano di copiare nessuno. Questo in un ambito sfruttato come il power metal è già tanto; unendo poi anche una buona varietà, The Outer Limits si rivela un album in cui di rado ci si annoia. Dall’altra però l’impostazione a tratti si rivela controproducente: senza grandi melodie, è più difficile per le canzoni spiccare. Diverse al contrario si limitano a trascorrere in maniera piacevole, ma senza andare oltre: solo poche invece riescono davvero a brillare. Questa assenza di hit è causata anche da una certa tendenza, da parte dei Selenseas, a non curare troppo la struttura delle loro tracce: a volte in The Outer Limits sembrano quasi accozzaglie di elementi senza capo ne coda. E, in generale, i russi danno il meglio quando giocano semplice: per loro la complessità paga solo di rado. Il risultato di tutto ciò è un disco un po’ immaturo: seppur il lavoro del gruppo sia pregevole sul lato stilistico, su quello del songwriting c’è ancora da crescere. Per fortuna, non sembra un impegno troppo gravoso: già in The Outer Limits i Selenseas mostrano spunti di ottima classe. E l’idea è che, per quanto difettoso, quest’album rappresenti comunque una base valida su cui costruire per il futuro.

Le danze partono da Intro, niente di diverso dalla norma del power. Per metà folk/medioevale, per metà sinfonico, si rivela meno di un minuto di pura atmosfera, con la sua solennità crescente man mano che la musica si accentua, fino a spegnersi nel nulla. Un secondo, poi Hope entra in scena: all’inizio è, come dice il nome, speranzosa, vitale, tranquilla. È una sensazione che torna spesso, accompagnata dalla stessa norma, a tratti giusto di un pelo ritmata, sognante, con un florilegio di melodie. A volte però il dinamismo sale: accade per esempio nei ritornelli, un po’ più spogli e quasi rockeggianti, ma sempre con lo stesso spirito incalzante. Buoni anche i particolari che staccano qua e là da questa norma: spesso dominati dalla chitarra di Ivan Lisitsyn, si dividono tra quelli veloci e vorticosi, e altri invece con un loro respiro. Entrambi animano anche la fase centrale, divisa tra un primo tratto più riflessivo e uno più veloce alla fine, molto valido. Presi a sé stanti sono tutti buoni, come anche la falsariga di base, ma dall’altro lato il pezzo suona inconcludente: sembra voler più che altro mettere in mostra assoli e riff invece di possedere una sua anima. Con un focus migliore, avrebbe potuto essere buono: così invece è solo sufficiente, certo non una grande apertura per The Outer Limits. I Selenseas fanno meglio con Frigate, che parte coi suoni di una lieve risacca. Pochi istanti e ci ritroviamo in un ambiente maestoso, con le orchestrazioni di Tyushina in primo piano. È una strada che la traccia non abbandona mai: anche quando entra davvero nel vivo, il lato sinfonico rimane su un riffage semplice. Così sono anche le strofe: con un Mikhail Kudrey (la cui voce ha poca personalità, ma non funziona troppo male nella musica dei russi) quasi teatrale, si pongono quasi evocative. Seppur non troppo veloci, risultano incalzanti, e conducono a bridge più pestati: in essi lo stesso senso si accentua. Poi però i refrain si aprono: all’inizio lenti, risultano comunque interessanti a livello atmosferico, oltre ad avere un buon piglio, specie quando il ritmo torna a salire nella loro seconda metà. A parte questa evoluzione, non c’è molto altro nel brano, a eccezione di un assolo centrale classico, ma sempre ben fatto, che confluisce in un finale neoclassico, vorticoso, di buon pathos. Corona bene un episodio non eccezionale ma buono e godibile, che nel disco fa la sua bella figura!

Il ticchettio di un orologio, poi Time comincia una crescita che da lidi all’inizio già metallici ma molto distesi e melodici la porta a indurirsi. Poi però il tutto diviene più preoccupato e potente, con le ritmiche di Denis Andrianov che graffiano di più e Lyudmila Malaya che a tratti sfodera la tipica doppia cassa. Ne derivano frazioni da power più che classico, seppur a tratti corredate da influssi sinfonici o folk, ben rappresentate dal violino di Tyushina. Si alternano varie volte nel pezzo con l’altra anima, che rappresenta anche i ritornelli, compatti ma in qualche modo esitanti e di basso profilo, in una maniera peraltro riuscita. Il tutto impiegato in un’altra struttura lontana dalla solita alternanza lineare tipica del power: stavolta però la scelta funziona in maniera discreta. Al netto di qualche momento morto, abbiamo un brano godibile e di buon livello, che non sfigura in The Outer Limits. La successiva Asgard si apre con un intro orchestrale, su cui presto spunta la chitarra di Lisitsyn. Quest’ultimo è protagonista anche quando il metal torna a fluire, con un assolo di influsso molto folk. Traccia anche la strada di una delle anime del pezzo: quello corale, di gran livello epico, che segue ritornelli anch’essi piuttosto battaglieri, con la loro melodia maschia cantata da Kudrey. In parte evocative sono anche le strofe, però più veloci e nei canoni del power, ma efficaci il giusto. Buoni anche i momenti che tornano alle origini orchestrali e si pongono più placide; lo stesso vale per la parte centrale, all’inizio arrembante per poi virare però di nuovo verso il folk. Il risultato è un altro episodio che non fa gridare al capolavoro, ma di livello più che discreto!

Se fin’ora The Outer Limits si è mosso su livelli non troppo esaltanti, con The Revenge of the Ifrit i Selenseas aprono una seconda parte di media qualitativa più alta. Un preludio dal sapore mediorientale, poi con lentezza emerge un brano che in parte presenta lo stesso retrogusto. Lo fa per esempio nelle bellissime strofe, che però brillano soprattutto per il riffage quadrato di Andrianov e per la voce impostata da Kudrey, all’origine di un bel senso di oscurità espansa. Il cantante è anche il protagonista della fase successiva, che si fa pian piano più concentrata e sinistra fino a esplodere nei ritornelli. Aggressivi grazie anche al growl dell’ospite d’onore Sergey Lazar (Аркона) in sottofondo, colpiscono molto bene con la loro cattiveria. Ottima anche l’apertura malinconica che li segue: contribuisce a dare equilibrio al pezzo. Da citare è poi anche la sezione centrale, cupa con le sue ritmiche roboanti, prima di dare spazio a un passaggio più disteso e speranzoso, di nuovo semi-orchestrale, a cui si accoppia un assolo. Lisitsyn ha spazio anche sulla trequarti, per una fiammata che parte nostalgica e finisce molto vorticosa: insieme all’altra, costituisce l’unica variazione di un brano non troppo complesso, se non negli arrangiamenti. E in fondo non serve: anche così abbiamo un pezzo ottimo, appena sotto al meglio che il disco abbia da offrire! Dante, che arriva poi, è considerabile l’unica semi-ballata di The Outer Limits, seppur molto alla larga. Se all’inizio i toni sono calmi, come da norma dei Selenseas il voltaggio presto comincia a salire. Il ritmo tenuto da Malaya resta lento, e l’atmosfera è intensa, ma spesso la chitarra è distorta. A tratti ha anche un tono moderno e duro, specie nelle strofe, più ombrose a modo loro. Di solito però si limita a disegnare panorami espansi, malinconici, come in quelli considerabili i ritornelli: tristi, sentiti, non sono niente male. Chiude il quadro una serie dei tipici assoli: sono di buona presenza in un altro pezzo di livello piuttosto buono!

The Mirror se la prende piuttosto con calma, con le lievi orchestrazioni e il carillon di Tyushina che insieme alla chitarra disegna un panorama lieve. Solo dopo circa mezzo minuto entra nel vivo un pezzo veloce ma ancora molto melodico e tranquillo. Eppure, presto quest’anima si adombra: succede nelle strofe, che possono godere di un’aura magica, molto avvolgente. Vanno avanti a lungo, per lasciare spazio solo a tratti a ritornelli più spogli, ma con un bel pathos a cui l’altra anima a volte si unisce. Dello stesso dualismo vive anche la frazione centrale, lunga e un po’ fine a sé stessa a tratti, ma tutto sommato piacevole. Lo stesso vale per il pezzo, che a parte il suo scambio di base non ha molto da dire, complice anche la brevità a cui i Selenseas la condannano. Pur non spiccando troppo, e risultando anzi il punto più basso di questa seconda metà di The Outer Limits, si rivela gradevole. È però un’altra storia con The Flame of Dawn: sin dall’intro rivela una natura riflessiva che poi si mantiene anche all’entrata in scena, ben aiutata dalla tastiera di Tyushina. È la stessa norma che poi torna, seppur in forma differente, nei chorus: la voce di Kudrey li rende immalinconiti, sognanti in senso oscuro, di gran tristezza. Creano un bel contrasto col resto, che invece è più duro: le ritmiche di Andrianov sono sempre al centro, e nella progressione il tutto si fa sempre più convulso sempre fino ai ritornelli. Ottime anche le venature soliste dell’ospite Alexey Verbitsky, ben ambientate sulla base dei riff del pezzo. Corredano al meglio un pezzo davvero breve e semplice, ma di buon livello: non è tra il meglio della scaletta, ma giusto per poco!

The Milky Way comincia oscura, ma dopo poco diventa speranzosa. Anche stavolta, è un’atmosfera che dura, seppur in accoppiata con una certa preoccupazione, almeno nelle strofe. Crepuscolari, con un sottile velo di oscurità, sono valorizzate dal riffage sempre in movimento e dalla prestazione mutaforme di Kudrey. Ma il meglio arriva coi ritornelli: retti da un florilegio di melodie, sono davvero magici, anche grazie a una melodia vocale mai così riuscita e catchy. Durano a lungo, ma senza annoiare, con il loro evolversi che li conduce a un finale quasi trionfale. Al solito, grandiosa anche la parte centrale, molto virtuosistica ma centrata soprattutto sui cori in primo piano. È una deviazione dalla norma dei russi, ma molto piacevole: correda bene il pezzo in assoluto migliore del disco! Quest’ultimo è ormai alle ultime battute: per il finale, i Selenseas hanno scelto The Outer Limits, traccia strumentale in cui mostrano tutto il loro estro. Dopo il classico intro si mostra molto calma in principio, ma presto cambia direzione, verso qualcosa di più spigoloso. È una norma in cui le influenze progressive della band, finora venute fuori solo a sprazzi, si mostrano con più forza, in una falsariga che spesso si pone anche piuttosto energica. Si alterna spesso con momenti invece dominati dalla melodia di chitarra, che li rende spesso carichi a livello emotivo. È su questa base che si svolge l’intero pezzo, con scambi tra le due anime che a volte, come nel sentito momento centrale, si intersecano. In ogni caso, brilla stavolta la cura che il gruppo ha messo nei confronti della musicalità: il risultato è una strumentale ottima, neppure a troppa distanza dal meglio del disco che chiude! La versione “regolare” del disco termina qui, ma in quella in mio possesso sono presenti anche due bonus track, seppur di poco interesse. Parliamo di una versione radiofonica di The Mirror senza intro e senza parte dell’assolo, e The Milky Way con un assolo al posto del ritornello. Differenze poco udibili a un ascolto distratto, il che rende queste due versioni giusto una nota a pie pagina musicale e poco più.

Per concludere, The Outer Limits è tutt’altro che un album eccezionale; almeno però si rivela onesto e godibile per quasi tutta la sua durata. Questo, oltre ad alcuni squilli di ottimo livello, lo rendono adatto a chi ama il power metal ma è stufo dei soliti cliché scontati. Se lo sei, ti consiglio di concedere a quest’album almeno un ascolto, e magari di segnarti il nome dei Selenseas. Come già detto, da queste tracce emerge non solo un po’ di immaturità, ma anche il potenziale che la band potrebbe avere una volta cresciuta. Un potenziale verso cui sono curioso: se sarà possibile, sarò felice di seguire le mosse successive dei russi!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Intro00:54
2Hope04:34
3Frigate05:10
4Time04:28
5Asgard04:40
6The Reveng of the Ifrit06:01
7Dante05:42
8The Mirror04:15
9The Flame of Dawn03:33
10The Milky Way04:15
11The Outer Limits04:30
12The Mirror (radio edit – bonus track)03:13
13The Milky Way (alternative version – bonus track)04:06
Durata totale: 55:21
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Mikhail Kudreyvoce
Ivan Lisitsynchitarra solista
Denis Andrianov chitarra ritmica
Svetlana Tyushinatastiera e violino
Vladislav Tyushinbasso
Liudmila Malayabatteria
OSPITI
Ivan Garinsound designer per le tastiere
Gamildzhan Makhmutovchitarra (tracce 2-13)
Andrey Scheglovvoce (tracce 2-10, 12, 13)
Alexey Verbitskychitarra solista (tracce 9 e 11)
Ilya Sklyarovvioloncello (tracce 4 e 7)
Sergey Lazarvoce (traccia 6)
Maria Skryabinaflauto (traccia 6)
ETICHETTA/E:Rockshots Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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