Fates Warning – Inside Out (1994)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEInside Out (1994) è il settimo album dei Fates Warning.
GENEREUn progressive metal che, contro ogni tendenza, predilige strutture semplici e pochi tecnicismi, ma senza lasciar da parte la ricercatezza.
PUNTI DI FORZAUno stile non solo molto originale rispetto al prog più tipico ma anche raffinato, intimista, di grandissima sensibilità, tanto da sopperire alla mancanza di potenza. Una grande cura per ogni dettaglio, un lato melodico molto spinto.
PUNTI DEBOLIUna lieve mancanza di hit, un filo di omogeneità – ma questioni di poco conto.
CANZONI MIGLIORIMonument (ascolta), Pale Fire (ascolta), The Strand (ascolta)
CONCLUSIONIInside Out manca il capolavoro, ma solo per un pelo. Si tratta di un album davvero sostanzioso, che i fan del progressive non dovrebbero sottovalutare solo perché è uscito tra due dei dischi più amati dei Fates Warning come Parallels (1991) e A Pleasant Shade of Gray (1997)!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
88
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Nonostante il metal sia (o meglio, pretenda) di essere uno dei generi musicali più anticonformisti, al suo interno le mode non sono mai mancate. Quasi tutte le band le seguono, abbracciandole del tutto o solo in parte: sono molte poche quelle che, invece, possono dirsi davvero immuni alle tendenze. Eppure, qualche band del genere esiste, anche famosa: è il caso per esempio dei Fates Warning. Band di importanza storica incredibile, ha contribuito, a metà degli anni ottanta, all’invenzione del primo progressive metal, dando all’heavy classico un’impostazione cervellotica, strutture complesse e sonorità ricercate. Tutte caratteristiche che poi verranno sviluppi dai gruppi che porteranno oltre il genere, in primis i Dream Theater. Tuttavia, mentre i newyorkesi negli anni novanta stavano conducendo il progressive verso suoni ricchi e ipertecnici, i Fates Warning andavano ancora per la propria strada. Lo dimostra una serie di dischi in cui il genere viene inteso in una forma più semplice, ma non per questo poco ricercata. È anzi una grande eleganza che fa brillare album come Inside Out.

Settimo album nella carriera del gruppo del Connecticut, è animato da un progressive metal che, almeno a livello tecnico, si rivela piuttosto basilare. Gli svolazzi sono pochi e le strutture dei brani sono lineari, tanto che a un ascolto distratto può sembrare quasi un album troppo spoglio, semplicistico. Ma se si va ad approfondire, Inside Out appare con la sua vera natura: quella di un lavoro pieno di dettagli nascosti, tutti molto curati, nel cui intimismo i Fates Warning hanno infuso un lato emotivo eccezionale. Animato da una grande sensibilità, è evocato al meglio da un suono non solo molto melodico e con pochi spigoli, ma anche di gran raffinatezza. Questo tra l’altro consente alla mancanza di potenza e di grinta di non pesare, ma anzi quasi di essere un ulteriore pregio. Ne risulta insomma un lavoro concreto, e con davvero poche sbavature: a parte una lieve mancanza di hit e a tratti un pelo di omogeneità non c’è altro da segnalare. Certo, si tratta di pecche che, seppur in maniera molto minore rispetto alla media odierna, incidono tanto da impedire a Inside Out di essere un capolavoro. Per fortuna però non impediscono ai Fates Warning di sfiorarlo!

Outside Looking In comincia mostrando subito un suono molto particolare, obliquo ma fascinoso. In primo piano le chitarre di Jim Matheos e Frank Aresti disegnano un fraseggio strano ma piacevole: anima anche molte delle frazioni intermedie del pezzo, tra cui i ritornelli. Nonostante questa base, e nonostante Mark Zonder che gigioneggia molto in sottofondo, sono abbastanza orecchiabili grazie alla malinconica melodia cantata da Ray Alder. Ottime anche le strofe con cui essi si scambiano: all’inizio sono vuote, con giusto qualche venatura dissonante e prog di chitarra, per poi cominciare però una bella crescita. Come anche in buona parte del disco, inoltre, la struttura è piuttosto semplice, quasi classica, con un (breve) assolo al centro seguito da un tratto quasi drammatico. L’unica altra variazione è un momento più tecnico alla fine, ma dura poco: per il resto abbiamo un pezzo lineare. Il che non è un problema: la qualità è già molto elevata, e come apertura per Inside Out non c’è male! Va però ancora meglio con Pale Fire, la cui scelta come singolo del disco è facile da comprendere. Già dopo i primi secondi, ombrosi, emerge una norma molto musicale: è la stessa che regge refrain iper-melodici, quasi da hard rock /metal melodico anni ottanta, ma senza perdere la classe e l’eleganza tipica dei Fates Warning. Entrambe sono anche più evidenti nelle strofe: rette a livello ritmico dal basso di Joe DiBiase, sono piene di dettagli che le rendono profonde, mogie. Il tutto evoca un pathos sottile, non lancinante ma tanto composto e ricercato da incidere alla grande. Ottima anche la fase centrale, l’unico momento un pelo più prog del complesso. Quanto basta, in ogni caso, a coronare bene un piccolo gioiello, non tra il meglio del disco ma neppure troppo lontano!

The Strand se la prende con calma a entrare nel vivo: all’inizio c’è solo una chitarra pulita triste, e solo col tempo il brano comincia a crescere. Le strofe però rimarranno abbastanza vuote per tutto il pezzo: con pochi echi di chitarra, basso e batteria, risultano parecchio desolate. Più pieni sono invece i ritornelli, senza però perdere il loro tono oscuro: con un riffage dimesso, di chiara origine doom, evocano una cupa depressione. Gli unici più ariosi e meno tetri sono il tratto centrale e il finale: il primo inizia speranzoso, ma presto comincia a tingersi di un tono sconsolato. Più sereno è invece il secondo, una breve frazione di puro progressive metal, semplice ma sereno. Dà un tocco di luce a una canzone ombrosa in cui si integra bene: il risultato è variegato e tende un po’ nascondersi, ma se lo si scopre il suo livello è poco lontano dal meglio del disco! Anche la successiva Shelter Me presenta la classica impostazione che i Fates Warning hanno già usato in Inside Out, ma senza che ciò dia fastidio. Già le strofe sanno bene il fatto loro, con la delicatezza che le permea; il meglio è riservato però ai bridge, intensi e soprattutto ai ritornelli, semplici ma laceranti, di gran forza. Merito non solo della bella prestazione di Alder, che consente loro di essere anche molto catchy, ma anche dei fraseggi di Matheos e Aresti alle sue spalle, intelligentissimi per aggiungere un tocco ancor più insicuro, mogio, ombroso al tutto. Questa alternanza funziona molto bene: l’unico neo è invece il passaggio centrale. Anch’esso vocale e melodioso, cerca l’emozione in maniera un po’ troppo spinta e finisce per suonare esasperato. Ma è giusto un dettaglio: gli altri particolari di contorno, come il dolce assolo o il finale espanso funzionano a dovere. Ci regalano un altro brano di ottimo livello: poteva essere eccezionale, ma ci si può anche accontentare!

Prima delle due ballate del disco, Island in the Stream si basa in gran parte sullo stesso arpeggio di chitarra, di vago sapore folk. Scandito a volte in maniera lenta ed echeggiata, altrove in un po’ più animato, evoca comunque una bella nostalgia, sottile col suo suono echeggiato. Ottimi anche i brevi tratti in cui lascia la scena, sostituito da un pianoforte; come le lievi orchestrazioni che spuntano di tanto in tanto, conferisce al tutto più eleganza. In unione con l’atmosfera generale, malinconica in una maniera rilassata, serena, si crea un bell’effetto atmosferico. Un effetto che non viene meno neppure quando, poco prima di metà, comincia a far capolino un riff di chitarra distorta. Pur aggiungendo una nota oscura, non spezza l’emozione generale, anzi la accentua ancora, aiutandola a uscire con più intensità. A parte il solito assolo, lento ma adatto alla situazione, non c’è altro da dire di una canzone semplicissima, ma di atmosfera davvero avvolgente. È il segreto che le consente di essere un vero e proprio gioiellino e di non sfigurare in Inside Out! A questo punto, i Fates Warning tornano con più forza al metal con Down to the Wire. Si comincia in maniera molto melodica, quasi hard ‘n’ heavy classico, ma poi il tutto si intensifica. Per quanto non pestino troppo, anche con pochi semplici riff gli americani riescono a creare un ambiente più duro. Lo si sente per esempio nelle strofe: già preoccupate in principio, col tempo diventano incalzanti, grazie al lavoro di Zonder, arzigogolato ma come sempre valido. Anche i ritornelli hanno una buona potenza: graffiano parecchio a livello ritmico grazie anche a una base ritmica spigolosa, nonostante una melodia ancora orecchiabile. Quest’ultima tuttavia è il tallone d’Achille del pezzo: sa un po’ di già sentito, il che smorza un po’ la sua carica lancinante, per fortuna non troppo. In ogni caso, validi si rivelano ancora i particolari di contorno: che sia uno sporadico momento di pace o il classico assolo, tutto funziona. Il risultato è un brano sotto alla media del disco: visto il buonissimo livello, però, ciò conferma solo l’eccezionalità del disco!

All’inizio, Face the Fear torna ancora verso qualcosa di semplice e melodico, ma presenta già qualcosa di più agitato e nervoso. È un’anima che poi penetra con forza nel tessuto della canzone: lo si sente bene nelle strofe, piene di controtempi e sempre in movimento, ma non per questo poco sentite. Lo stesso destino è vissuto dai ritornelli: dopo bridge brevi, più lineari ma molto emozionanti, anch’esse sono puro progressive metal, convulso eppur melodico. Di nuovo, però, rappresentano il punto debole del brano: mentre il resto incide, essi appaiono privi di mordente, morbidi in maniera eccessiva. Per fortuna il destino della traccia si rialza nel finale, che svolta verso lidi di più espansi, con una base prog rock pulita corredata da echi melodiosi di chitarra distorta. È un passaggio particolare, quasi di gusto post-rock per ricercatezza e intensità: anche per questo, la sua aura intimista colpisce alla grande. Si tratta di un valore aggiunto per il pezzo meno bello dell’intero Inside Out, seppur il livello rimanga almeno un gradino sopra della media del progressive metal odierno! A ruota, segue quindi Inward Bound: più un raccordo che un episodio vero e proprio, riprende dalla fine del precedente e ne perpetra l’animo. Con lievi chitarre acustiche ed effetti ambient in sottofondo, si rivela molto docile, delicato, anche nei momenti più densi. Dominati dall’assolo di Matheos, uno di quelli lenti e tristi che il chitarrista dei Fates Warning è così bravo a produrre, risulta intenso al punto giusto. È soprattutto questo a rendere il complesso un interludio ben riuscito e godibile: anch’esso di certo non sfigura nel disco!

Monument si stacca dalla pace ambient con cui si concludeva il precedente e, senza un momento di pausa, le dà subito un ritmo preciso, col giro contorto e tecnico del basso di DiBiase. Presto, a questa base si uniscono altri elementi, tutti all’insegna di una grandissima raffinatezza, fino a che il metal torna a fluire. Contorto, con un tempo dispari molto ritmato, la falsariga di base è strana, e comincia a generare una tensione che poi si accentua nei ritornelli. Ombrosi, strani, persino lugubri in un certo modo, sono però di grandissima efficacia. Il vero spettacolo però gli americani lo hanno riservato per la sezione centrale, stavolta intricata e tortuosa ma composta davvero a meraviglia. Tra momenti da puro progressive metal, altri di uno strano ibrido tra metal e reggae/musica caraibica, fino ad arrivare a un frangente con una chitarra pulita di carattere latinoamericano, è un vero spettacolo per fantasia e invenzione. Ottima anche la variazione nel finale, con un calmo vortice pianoforte e il flauto, musica prog al massimo livello. È un’altra ciliegina sulla torta di un brano eccezionale, il migliore in assoluto di Inside Out! Quest’ultimo è arrivato ormai agli sgoccioli: nel finale i Fates Warning optano per Aftwerglow. Anch’essa più che una traccia vera e propria è più un outro, seppur espanso nella forma di una ballad solare, quasi a voler rasserenare l’anima dopo tanta malinconica. La protagonista ancora una volta è la chitarra, autrice di un arpeggio solare su una sezione ritmica leggera e, al centro, anche di un assolo a spezzare due tra i momenti in cui Alder canta con dolcezza. Ottima anche la seconda metà, in cui la musica sembra volersi incupire; poi però la norma di base torna col suo carico di relax. Parliamo insomma di un finale non del tutto significativo, ma molto piacevole, specie come parola fine su un album che si chiude così in una maniera del tutto adatta al suo livello!

Seppur sia sottovalutato in quanto album “di passaggio” tra due dei lavori più amati dei Fates Warning, Parallels del ’91 e A Pleasant Shade of Gray del ’97, Inside Out è un disco da non sottovalutare. Si tratta di un prodotto eccellente, ispirato ed emozionante tanto da sfiorare il capolavoro. Per chi ama il progressive metal a trecentosessanta gradi, specie se alternativo ai Dream Theater e ai tanti loro cloni, si tratta di un album da scoprire. Se non ti è mai capitato, perciò, il consiglio è di farlo presto!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Outside Looking In04:50
2Pale Fire04:18
3The Strand05:30
4Shelter Me04:45
5Island in the Stream06:30
6Down to the Wire04:31
7Face the Fear05:37
8Inward Bound02:35
9Monument06:35
10Afterglow03:26
Durata totale: 48:37
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Ray Aldervoce
Frank Arestichitarra
Jim Matheoschitarra
Joe DiBiasebasso
Mark Zonderbatteria
ETICHETTA/E:Metal Blade Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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