Year of Desolation – Year of Desolation (2007)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEYear of Desolation (2007) è il secondo album dell’omonima band statunitense.
GENEREUn death metal melodico (ma non troppo) unito a un thrash moderno, con in più forti influssi da un metalcore altrettanto duro. Il tutto frullato in uno stile aggressivo e compatto, che ricorda i Lamb of God in chiave death.
PUNTI DI FORZAUn genere non originalissimo ma davvero efficace, grazie al suo equilibrio tra una grande aggressività, melodie ben strutturate e un’atmosfera disperata e varia. Strutture tortuosità ma ben curate, di solito.
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ ondivaga, una complessità a tratti troppo esasperata che fa perdere l’efficacia alla musica e la rende poco memorabile.
CANZONI MIGLIORIForged in the Flames of Malcontent (ascolta), 539 (ascolta), Erasing Your Existence (ascolta)
CONCLUSIONIPur non essendo un capolavoro, Year of Desolation è un album di spessore, che può piacere ai fan delle sonorità estreme moderne proposte dal gruppo americano!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Bandcamp | Spotify | Soundcloud
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | BandcampEbay
SCOPRI IL GRUPPO SU:FacebookBandcamp | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
82
COPERTINA
Clicca per aprire

Il mondo, si sa, non sempre è giusto; quello più ristretto del metal non fa eccezione. Al suo interno, avere buone qualità non è sufficiente per portare avanti una carriera solida e valida. Ci vuole anche un po’ di fortuna e soprattutto la giusta costanza, altrimenti si rischia di perdersi per strada: è quanto successo agli Year of Desolation. Nati a Indianapolis nel 2001, nei sei anni successivi hanno pubblicato un demo e due full-length: l’ultimo, omonimo, nel 2007 segnò l’ultima mossa prima che della band si perdessero le tracce. Eppure, agli americani la bravura non mancava: lo dimostra in primis un genere non troppo originale ma efficace. In Year of Desolation, la band frulla un death metal melodico (ma non troppo, anzi è piuttosto aggressivo) con un thrash moderno: è uno stile ben compatto, in cui è difficile staccare le due componenti. Nel complesso, ricorda i Lamb of God, seppur in chiave death metal e con meno influssi metalcore. Questi ultimi però non sono del tutto assenti, anzi: i potenti breakdown e gli influssi hardcore, entrambi ripresi dalla scuola più dura del genere, rafforzano ancor di più il genere degli statunitensi.

Quello degli Year of Desolation è insomma un genere davvero potente e rabbioso. Ma non è un’aggressione cieca e totale: nella loro musica, si trova anche una bella atmosfera. Spesso disperata ed estrema, con le sue tante sfumature correda bene l’altro lato, grazie anche all’abilità del gruppo per quanto riguarda le melodie. Ad animare Year of Desolation è un songwriting equilibrato e molto curato, oltre che labirintico: ci sono parecchi cambi di atmosfera e di direzione musicale al suo interno, spesso anche all’interno della stessa canzone. Questa essenza complicata è un valore aggiunto per il disco, ma a tratti rappresenta anche una pecca: non sempre la musica degli americani è studiata al meglio. A tratti invece si rivela troppo inaccessibile e poco memorabile, specie quando esagera nel cercare a tutti i costi la complessità. A ciò, si può anche unire una registrazione non ottimale, ma in fondo per poco: se è un po’ rimbombante, risulta comunque in grado di trasmettere potenza. E, in generale, parliamo di un album in cui i pregi superano di gran lunga i difetti: nonostante una scaletta un po’ ondivaga, con qualche pezzo meno bello, si tratta comunque di un lavoro solido e interessante.

Elitist Death Squad ha un attacco che ricorda molto i Lamb of God, truce e ritmato. Ma poi gli Year of Desolation scatenano con forza il loro lato più selvaggio e dinamico, con lunghi tratti di pura cattiveria. In certi frangenti Matthew Behner sfodera addirittura un blast beat travolgente; di solito la musica è meno estrema ma sempre frenetica, grazie a un riff nervosissimo e a Chad Zimmerman che urla con cattiveria. C’è però spazio anche per dei ritorni della norma iniziale: succede per esempio poco prima di metà, un momento introdotto da un passaggio lento e cupo. A seguire invece ce n’è uno espanso ma terremotante, prima però che la linea musicale assuma un piglio melodico per qualche tempo. È l’unico ammorbidimento di un episodio per il resto solido e giocato tutto sull’impatto: forse non esploderà in maniera eccezionale, ma alla fine si rivela molto buono, e adatto ad aprire Year of Desolation. Va però meglio con Running the Gauntlet, che comincia con una furia addirittura hardcore punk. È un lato che torna a tratti nel pezzo, spesso però in forma più quadrata e thrash: si alterna però con frazioni che invece mostrano un forte lato melodeath. A tratti reso terremotante da Behner e dal riffage taglientissimo, a mitragliatrice, di Joshua Kappel e John M. Hehman II, presenta però di solito un lato molto melodioso. Quasi maideniano a tratti, sa evocare sia una certa disperazione sia, a tratti, persino malinconia, non troppo incisiva. Sono queste montagne russe, musicali ma anche emotive, a rendere il pezzo buonissimo!

Suffer Thy Nemesis vira con forza verso il death metal melodico sin quasi dall’inizio: dopo un attacco duro, il tutto si colora di melodie, in questo caso nostalgiche e con una loro ricercatezza. È un lato che gli Year of Desolation mantengono presente per buona parte del pezzo: tra momenti preoccupati e altri persino distesi, è una lunga teoria di fraseggi eccellenti, tutti ben incastrati. Purtroppo, questa impostazione dura poco, prima di dare il là a una seconda metà molto più truce e cattiva. Tra momenti da death metal classico e altri estranianti per cattiveria, ha un gran impatto, ma non si sposa benissimo con la prima parte. Unendo poi che anche questo sfogo è molto corto, come del resto il brano in sé, la sensazione è di incompiuto. Visti i grandi spunti, il risultato finale resta buono; l’idea tuttavia è che qui la band abbia buttato via l’occasione di incidere qualcosa di clamoroso! Ne aveva di sicuro le capacità, come dimostra Erasing Your Existence. Anch’essa sin dall’inizio dimostra un lato molto melodico, con un attacco che sarebbe quasi heavy o thrash melodico, non fosse per la batteria martellante di Behner. È una costante che si mantiene a lungo: a livello ritmico il brano è abbastanza nervoso, a tratti persino vorticoso, ma al di sopra Hehman e Kappel incrociano molte melodie, spesso aiutate dal lavoro oscuro del basso di Michael Vandegriff. Si crea così una grande atmosfera, variopinta, passando tra momenti lancinanti e altri solo malinconici: il tutto è ben curato. Merito anche del fatto che gli americani mostrano un gran gusto in fatto di melodie. Di nuovo, inoltre, la seconda metà è più dura, ma stavolta con un passaggio graduale, e senza mai esserlo troppo. Anzi, nel finale un assolo fa tornare il tutto alla melodia, che conclude una traccia eccellente. Scritta molto bene, in ottimo equilibrio tra impatto e musicalità, non gira neppure troppo alla larga dal meglio di Year of Desolation!

The Economy of Existence esordisce con un assalto thrash che ricorda molto gli Slayer, seppur presto venga raggiunto da melodie dissonanti. Ma presto il lato death metal del gruppo statunitense torna alla carica, seppur non in maniera pervasiva come in altri brani. Al contrario, spesso la progressione vede di nuovo al comando toni più graffianti, o addirittura cupi e opprimenti. Ne sono la prova certi stacchi dissonanti, oppure la fase centrale, che parte con un piglio quasi groove metal e si risolve in un breakdown metalcore davvero oscuro e allucinato. In generale, la struttura è anche più complessa della media degli Year of Desolation, ma non è un problema. Le variazioni sono ben progettate, e i momenti di noia rari: il risultato è una canzone che forse non farà gridare al miracolo, ma rimane ben composta e valida. È però un’altra storia con Forged in the Flames of Malcontent: già l’attacco brilla molto, col suo riff semplice ma di impatto assoluto. Tra thrash e metalcore, colpisce con forza anche nella fase successiva, che pure devia prima su melodie dissonanti, poi su una norma più quadrata e nel canone thrashy. È l’inizio di un’evoluzione quasi schizofrenica, tra momenti più aggressivi, quasi stridenti a tratti e altri invece più distesi, ma sempre ombrosi. Se i primi brillano molto, specie nei momenti in cui il riffage di Hehman e Kappel è più grasso e obliquo, anche i secondi sanno benissimo il fatto loro. Degno di assoluta nota è poi il finale: per una volta ossessivo e ridondante, ha però un riff coinvolgente, e anche la melodia vocale di Zimmerman si lascia cantare bene, pur nel suo scream. È un altro elemento topico per un pezzo brevissimo ma fulminante, un gioiellino che rappresenta quanto di meglio Year of Desolation abbia da offrire!

Qualche colpo sul rullante di Behner, poi Gorge esordisce subito aggressiva, ma non senza un certo tocco melodico. Quest’ultimo a tratti scompare, per momenti truci e pesantissimi, a tinte thrash/death con influssi metalcore che rendono il tutto più rimbombante e cattivo. Ma a tratti prende anche il sopravvento, per passaggi quasi tragici, di pathos lampante. Queste due impostazioni si scambiano, a volte con qualche passaggio che sa di già sentito rispetto al resto del disco, ma di norma in maniera adeguata. Tuttavia, il pezzo non riesce a esaltare al massimo fino alla fine, quando d’improvviso gli Year of Desolation cambiano strada, abbracciando il loro lato “core” con più forza. Ci ritroviamo allora in un ambiente malsano: tra tratti violentissimi e altri fangosi, si genera una cattiveria assurda. Merito del bel lavoro ritmico e di Zimmerman, che alterna scream e un growl spaventoso. Sono elementi di un finale grandioso, che valorizza un pezzo certo non tra i migliori del disco, ma godibile e di livello adeguato. Purtroppo, però, in Year of Desolation tende quasi a scomparire, se non altro perché si trova tra due dei suoi squilli assoluti: ora è infatti il turno di 539. All’inizio è strana, espansa ma angosciosa e quasi sinistra, grazie a melodie dissonanti e persino di qualche sparuto influsso doom (!), oltre che ai soliti spigoli metalcore. Pian piano, l’oscurità si addensa, fino a una brevissima escalation brutale: poi però la cappa si dissolve del tutto, quando gli americani virano con decisione verso la melodia. Comincia allora una storia del tutto diversa, fatta di melodie scoraggiate, quasi lacrimevoli, che si evolvono man mano. Tra tratti più urgenti, ma che suonano persino più infelici, e altri di depressione più contenuta e lenti, si delinea un ambiente di gran spessore emotivo. L’unico lieve difetto è che forse tutto ciò potrebbe durare un po’ di più, ma è una pecca da poco. Per il resto, abbiamo un brano davvero bello, a giusto un incollatura da Forged in the Flames of Malcontent!

The Cleansing parte dando l’illusione di muoversi su toni melodeath e nostalgici anch’essa, ma poi comincia a indurirsi e a farsi più scura. La falsariga zigzaga tra momenti di pura cattiveria thrash e persino death classico e altri invece alienanti nella loro ridondanza, che però non dura mai tanto. L’anima del pezzo è in continuo movimento, ed evolve anche in direzioni inedite, come al centro. Trova lì posto uno strano momento atmosferico, con chitarre melodiche ed espanse e un ritmo metalcore in sottofondo. Quest’ultimo poi però si prende la scena, per una sezione incattivita e di gran potenza, grazie anche a qualche influsso groove. Il tutto forse non sarà così significativo, né spiccherà troppo, ma non importa: parliamo comunque di un’altra traccia di livello! Di sicuro, va meglio che con Consume the Destroyer, che si avvia in una maniera quasi alternativa, strisciante, subdola. È una componente che rimarrà in scena piuttosto a lungo: l’inizio incide abbastanza per la sua oscurità, con bei scambi ritmici. Ma poi questo comincia a perdersi nella solita complessità degli Year of Desolation, che iniziano ad alternare varie parti. Stavolta non c’è troppa coerenza: per quanto alcuni dei riff incastrati da Hehman e Kappel siano validi, il tutto tende a perdersi, a suonare un po’ fine a sé stesso. Non aiutano poi certi momenti vorticosi e complicati che sembrano più uno sfoggio di bravura che altro: insieme a quelli generici, che sanno di già sentito, non valorizzano molto la musica. Il risultato è un brano riuscito a metà: si rivela discreto, ma di certo nel disco non spicca molto, e anzi si rivela il suo punto più basso.

A questo punto, Year of Desolation è quasi alla fine: nella scaletta c’è rimasto spazio soltanto per All in Vain, che stupisce l’ascoltatore con un riff melodeath classico, ispirato al suono di Gothenburg. È una base che rimane per circa un minuto, col suo carico di incredibile disperazione, ancor più accentuata che in passato grazie anche allo scream lancinante di Zimmerman. Ma poi gli americani svoltano sul loro lato più aggressivo, con uno stacco davvero macinante e cattivo. Ottimo anche la frazione centrale, in cui le due anime si uniscono in qualcosa di breve ma intenso, prima di uno sfogo finale di pura ferocia. Anch’esso dura però un attimo, prima che una melodia vorticosa, celestiale, estraniante, entri in scena: col suo vortice quasi sereno, accompagna la musica nel suo spegnersi nel nulla. È l’ottimo finale per un episodio che lo è altrettanto: porta bene a conclusione quest’album – o meglio, lo fa solo in teoria. In pratica, dopo i suoi tre minuti e mezzo scarsi, il brano prevede un’altra intera mezz’ora: per la maggior parte è silenzio, interrotto però da ben due ghost track. Al netto della seconda, un po’ di caos proprio negli ultimissimi secondi, quella interessante è la prima, in cui gli Year of Desolation ci mostrano un loro inedito lato dolce. Col suono di pioggia e di tuoni in sottofondo, sono le chitarre di Hehman e Kappel a dominare. Sulla base di un docile arpeggio, molto orecchiabile, quasi a livelli da ballata commerciale, invece di una voce si staglia una chitarra distorta, in assoli però altrettanto morbidi. La loro malinconia struggente avvolge alla grande, ricercata a livelli che a tratti raggiungono il miglior post-rock. Certo, con il resto del disco non c’entra davvero nulla, ma come traccia nascosta non è niente male!

Per concludere, Year of Desolation non sarà un capolavoro, ma rimane un album di gran spessore. Ed è un vero peccato che la band omonima subito dopo sia sparita: forse non sarebbe mai diventata un gruppo di punta, ma meritava almeno qualcosa di più. E continua a meritare: visto poi che non è un album così impossibile da trovare, se ti capiterà il mio consiglio è di dargli una possibilità. Specie se ami queste commistioni moderne tra generi estremi: in tal caso, gli Year of Desolation faranno al caso tuo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Elitist Death Squad03:30
2Running the Gauntlet03:26
3Suffer Thy Nemesis02:56
4Erasing Your Existence03:42
5The Economy of Excess03:50
6Forged in the Flames of Malcontent03:10
7Gorge03:01
853903:10
9The Cleansing03:54
10Consume the Destroyer03:30
11All In Vain03:59
Durata totale: 38:08
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Chad Zimmermanvoce
John M. Hehman IIchitarra, backing vocals
Joshua Kappelchitarra
Michael Vandegriffbasso, backing vocals
Matthew Behnerbatteria
OSPITI
Jamie Kingbatteria
Matthew McCuctcheonbatteria
ETICHETTA/E:Prosthetic Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento