Enhailer, Black Pyramid – Enhailer/Black Pyramid (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEEnhailer/Black Pyramid (2020) è lo split album tra le due band americane omonime.
GENERE/I
  • ENHAILER: uno stoner doom metal animato e aggressivo, grazie anche a forti influssi sludge.
  • BLACK PYRAMID: uno stoner doom classico, molto espanso e dalle sonorità psichedeliche.
PUNTI DI FORZA
  • ENHAILER: alcuni ottimi spunti, una buona energia, un paio di pezzi godibili.
  • BLACK PYRAMID: una buona esperienza, che consente al gruppo di maneggiare bene uno stile non troppo originale, con diversi spunti di qualità. In più, un suono grezzo ma adeguato allo stile espanso del gruppo.
PUNTI DEBOLI
  • ENHAILER: una registrazione non all’altezza, una certa mancanza di direzione, pezzi un po’ troppo brevi ma al tempo stesso prolissi. In generale, una forte immaturità, non del tutto castrante ma incisiva sul suono del gruppo.
  • BLACK PYRAMID: per quanto piacevole, la musica del gruppo manca di guizzi vincenti e di memorabilità.
CANZONI MIGLIORI
  • ENHAILER: Death on Speed Dial (ascolta)
  • BLACK PYRAMID: Quantum Phoenix (ascolta)
CONCLUSIONIEnhailer/Black Pyramid è uno split carino, seppur non esaltante. Si rivela anzi un po’ nella media: per questo, può essere adatto a chi ama lo stoner doom e cerca un album senza troppe pretese.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
69
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Come ho raccontato diverse volte qui su Heavy Metal Heaven, mi piace recensire gli split album. E, in particolare, apprezzo quelli con un che di distintivo, che sia un filo conduttore o una buona sinergia tra le band coinvolte. Ma anche uno che non ha niente di tutto questo può non risultare malaccio: è il caso di Enhailer/Black Pyramid, album diviso tra le due band omonime. Si tratta di gruppi provenienti entrambi dalla parte orientale degli Stati Uniti, che hanno unito le forze per uno split di mezz’ora abbondante, equamente divisa tra le due parti. Parti che però Enhailer e Black Pyramid gestiscono in maniera diversa: già questo, in parte, ci conduce al primo difetto del disco. Nonostante il suono sia abbastanza simile, i due complessi americani differiscono abbastanza per quanto riguarda la filosofia. Questo crea un piccolo scollamento tra le due frazioni: niente di preoccupante, ma è un difetto che in qualche modo incide. Per fortuna, non lo fa troppo: il disco rimane carino, non eccezionale ma ascoltabile con piacevole. Anche se più per merito di uno dei due gruppi che dell’altro, come leggerai nella recensione.

La prima frazione è dedicata agli Enhailer, band di Akron (Ohio) nata nel 2014 e con una manciata di pubblicazioni alle spalle. Il suono che affronta qui è di base uno stoner doom metal compatto e con poca propensione alla lentezza: sono presenti anzi diverse accelerazioni. Accelerazioni che, peraltro, hanno anche un che di furioso: gli influssi sludge del gruppo non saranno troppo estremi, ma gli Enhailer non fanno nulla per nasconderlo. È questo suono ad animare le ben quattro tracce che la band schiera qui: già questo però rappresenta uno degli innumerevoli difetti di cui soffre la sua parte. Quattro brani in sedici minuti significa infatti una durata media di quattro minuti, ma la maggior parte dura meno: il risultato è un po’ di incompletezza in certi momenti. Eppure, al tempo stesso i pezzi riescono a essere prolissi in certe occasioni, un risultato abbastanza paradossale. Ma non è questo il problema maggiore degli Enhailer, come non lo è la registrazione della loro metà, grezza e piatta – di certo non valorizza bene la potenza del gruppo. Più che altro, gli statunitensi sembrano a volte mancare di una direzione precisa: è come se non sappiano se puntare sul lato più cattivo o su quello più solare e stoner. È una porzione piena di pecche, insomma: c’erano i prodromi per un disastro, ma per fortuna gli Enhailer riescono a salvarsi. Grazie ad alcuni ottimi spunti e alla giusta energia, il gruppo sa farsi perdonare i tanti errori. E riesce a rendere almeno decente la propria metà di split, seppur non vada oltre.

Nonostante la durata, Pearlesque è più un intro che altro. Comincia con una voce (rabbiosa), forse un campionamento, che parla per quasi un minuto, con alle spalle fuzz alti, inquietanti di chitarra, vede poi questi ultimi cominciare a evolversi su un riff molto pastoso, espanso. È una base che si evolve con molta lentezza, fino a sfociare in un pezzo stoner doom lento e ombroso, con echi di voce e dal frammento iniziale. A parte una specie di assolo distortissimo, non c’è altro in un pezzo tutto sommato gradevole, anche al di là del fatto che forse i suoi tre minuti sono un po’ troppi. Per fortuna, va un po’ meglio con Death on Speed Dial, che comincia subito a mettere il piede sull’acceleratore, in un’escalation che da toni ancora morbidi porta in breve a qualcosa di veloce. Il ritmo su cui si ritrova a condurre il batterista Chadd Beverlin è più da metal estremo che da doom, ma il riffage di Coler Riffle si adegua, in qualcosa di vitale e molto stoner. È un macinare che dura quasi un minuto, prima che la musica svolti verso lidi ancora morbidi. Anch’esso si rivela tuttavia un raccordo che porta all’anima vera e propria della canzone, al tempo stessa vivace e distruttiva: se i riff sono quasi festosi, le loro influenze sludge e la voce incattivita di Riffle vanno in una direzione più truce. È uno strano contrasto, ma funziona; ottima anche l’idea degli Enhailer di inserire al centro un tratto più espanso, che invece presenta un certo pathos. Non male anche la chiusura, sinistra e dissonante, seppur un pelo troppo lunga. Anch’essa si incastra bene in un pezzo che a tratti soffre del difetto della band, ma in fondo si rivela buono, il migliore della prima metà.

Un intro con una celebre battuta dal film La Fabbrica di Cioccolato, poi Drudgery comincia in maniera arrembante. Il ritmo stavolta non è velocissimo ma il riff di base, a metà tra stoner e influssi punk funziona bene, anche in accoppiata con melodie che gli danno un tocco un po’ più profondo. Poi però gli americani deviano verso una norma più orientata verso lo sludge, lenta e strisciante: non è male con la sua oscurità, ma stavolta non si sposa benissimo con l’altra frazione. Poi per fortuna l’anima iniziale ricompare, seppur in una forma più tetra: poi però la musica compie un’altra virata, stavolta in direzione opposta. Più tranquilla, con Riffle che canta con voce pulita, vive però in parte il destino dell’altra: seppur sia valida, è difficile capire dove gli Enhailer vogliano andare a parare. Il finale in tal senso genera ancora più confusione: si rivela, un momento potente senza troppo senso in quella posizione. Il risultato è un pezzo anche decente per i suoi spunti, ma che la brevità e la scarsa cura condannano a non andare oltre. Un po’ meglio va per fortuna con Enjoy the Flaying, brano strumentale che dopo un istante brillante, intricato e anche piuttosto tecnico, comincia a macinare con forza. C’è il brio dello stoner, ma c’è soprattutto una gran voglia di pestare, dimostrata sia dal riff che da Beverlin. Ogni tanto qualche melodia torna fuori, per brevi riprese di quanto sentito in apertura, ma per il resto la musica tira dritto fino al centro. È lì che trova posto una sezione nostalgica, di basso voltaggio, che colpisce bene per intensità. Ci sarebbero insomma i presupposti per il miglior pezzo della frazione, forse persino dello split, non fosse per la brevità. Prima che siano scattati ancora i tre minuti, infatti, tutto si spegne in un outro di suoni e voci distorte. Ne risulta un altro brano inconsistente: anche così risulta più che discreto, ma se gli Enhailer l’avessero curata meglio il risultato poteva essere ben più valido!

A questo punto, è arrivato il turno dei Black Pyramid, band nata nel 2007 a Northampton, Massachusetts e con all’attivo tre full-length e tanto altro tra split, EP e singoli. Questo fatto è ben udibile all’interno della loro frazione: seppur con un suono simile, viene gestita con molta più esperienza, e in maniera differente. Rispetto agli Enhailer, i Black Pyramid occupano lo spazio a loro disposizione con un’unica traccia, Quantum Phoenix, dalla durata di oltre un quarto d’ora. Ad animarla è un suono ben più espanso di quello della precedente: si tratta di uno stoner doom metal quasi puro, mai davvero aggressivo. Se a tratti è almeno grintoso, più spesso preferisce invece toni più espansi, a tratti vicini all’hard rock, spesso psichedelici. È uno stile che non ha molto di nuovo, anzi: di fatto, non è niente di diverso dalla media del genere. In compenso, la band del Massachusetts ha il merito di renderlo gradevole. E così, anche se nella loro frazione non c’è molto di memorabile, i Black Pyramid riescono a fare meglio dei loro compagni di split. Merito anche di un suono migliore: seppur sia ancor più grezzo di quello degli Enhailer, in questo caso si sposa bene con l’espansione maggiore della musica. Un’altra buona premessa per una canzone certo non da urlo, ma che sa bene il fatto suo!

Al contrario della fretta degli Enhailer, i Black Pyramid se la prendono con gran calma. Quantum Phoenix comincia con un fraseggio scandito dal basso di Eric Beaudry nel vuoto, contornato però da effetti sonori che gli danno un tono quasi solenne, magico. A esso dopo un po’ si aggiunge la batteria di Andy Kivela e la chitarra di Andy Beresky, a scandire però un riff molto espanso, che solo col tempo diventa più concentrato. Il tutto solo dopo oltre due minuti e mezza prende la sua forma definitiva, come un brano stoner doom potente e della branca più ombrosa del genere. Non che sia così cupa, però: a dominare, grazie anche alla voce sguaiata e roca di Beresky è piuttosto una certa tristezza, mogia ma in qualche modo solenne. Col tempo tuttavia l’aura si fa più cupa e in parte anche più tesa, con le chitarre che tendono a graffiare di più. È una situazione che dura a lungo, ma poi la band comincia una lenta retromarcia verso toni più soffici: poco prima di metà, il riffage si dissolve. Sul basso che torna a fare il ritmo in solitaria, comincia così un assolo lunghissimo e spesso ossessivo, seppur tenda anche a variare. Anche questo gli consente di non essere mai noioso, e anzi di avvolgere in una bella nostalgia per lunghi minuti fino a perdersi nel nulla. Ma il brano non è ancora finito: dopo qualche secondo, ricomincia a crescere, in una maniera all’inizio compassata. Presto però l’impatto risorge, in qualcosa di anche piuttosto graffiante, con riff belli potenti incastrati un passaggio dietro l’altro. Ma c’è anche spazio per qualcosa di vitale, più di quanto si sia sentito fin’ora: tra momenti in cui torna il pathos, altri arrembanti con addirittura il blast di Kivela, e altri ancora magmatici, è una base in continuo movimento. Se a tratti stona un po’ con quanto sentito finora, in generale non è male, anzi. Ci consegna il miglior pezzo dello split, nonché una metà migliore rispetto alla prima. Niente di meglio, insomma, per chiudere uno split così.

Per concludere, Enhailer/Black Pyramid non è l’album che cambierà i destini dello stoner e del doom, e neppure qualcosa che porti la benché minima novità nella sua scena. In compenso però è uno split carino, che si lascia ascoltare con piacere, specie nelle sue tracce migliori. Certo, è anche un lavoro un po’ nella media, che non va oltre quanto fanno tanti altri. Per tutti questi motivi, ti consiglio di ascoltarlo… ma solo se non hai particolari pretese. In quest’ultimo caso, invece, meglio guardare altrove!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Enhailer – Pearlesque03:09
2Enhailer – Death on Speed Dial05:36
3Enhailer – Drudgery03:39
4Enhailer – Enjoy the Flaying03:50
5Black Pyramid – Quantum Phoenyx15:14
Durata totale: 31:28
FORMAZIONI DEI GRUPPI
Enhailer
Coler Rifflevoce e chitarra
Michael Gilpatrickbasso
Chadd Beverlinbatteria
Black Pyramid
Andy Bereskyvoce, chitarra, effetti
Eric Beaudrybasso
Andy Kivelabatteria
ETICHETTA/E:Burnout Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Infecting Cells PR

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