Lufeh – Luggage Falling Down (2020)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONELuggage Falling Down (2020) è il primo album dei Lufeh, band progressive metal statunitense.
GENEREUn progressive metal moderno e ben delineato.
PUNTI DI FORZAUn disco ben curato grazie alla sua buona produzione, nonché ottimo sul piano strumentale.
PUNTI DEBOLISongwriting carente di entusiasmo e originalità
CANZONI MIGLIORITrial of Escapade (ascolta), My World (ascolta)
CONCLUSIONILuggage Falling Down è un buon album, ma l’operato dei Lufeh ha ancora margini di miglioramento che si vedranno probabilmente in prossime uscite
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
70
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Con la recensione di oggi ci spostiamo a Los Angeles, già molto rinomata per la sua scena metal, da cui arriva il primo full-length dei Lufeh, band composta quasi interamente da musicisti brasiliani trapiantati negli Stati Uniti e capitanata dal batterista Luis Fernando Batera, dal cui pseudonimo (per l’appunto Lufeh) la band prende il nome. Avendo perso da poco il cantante originario, a un mese dalle registrazioni il gruppo ingaggia lo statunitense Dennis Atlas che in breve ha saputo rimpiazzarlo benissimo, affiancandosi agli altri membri Duca Tambasco (basso), Teo Dornellas (chitarra) e Gera Penna (tastiere).

I Lufeh propongono un heavy/prog melodico denso di ritmiche disorientanti, in cui i musicisti mostrano una grande perizia tecnica ed una prova vocale di qualità, rifacendosi in buona parte ai Dream Theater, ma mantenendo uno stampo al passo con i tempi grazie ad una buonissima produzione.

Si parte con Find My Way, brano up-tempo con una linea vocale dal sapore decisamente AOR che lascia spazio ai virtuosismi di Dornellas. Dal punto di vista della produzione colpisce fin da subito la scelta di tenere il basso ben valorizzato, complice anche la buona prova di Tambasco che sfodera un repertorio micidiale alle quattro corde. Il tutto scorre piacevolmente, ma qualcosa colpisce l’attenzione non appena il brano raggiunge la sezione a tempi irregolari: gli strumenti iniziano a seguire un percorso diverso l’uno dall’altro, seguendo strade. che imprecise. Tuttavia, il ritorno al tema iniziale riporta la canzone nei suoi binari, terminando nella seguente The Unknown, con la quale si entra nel territorio progressive in senso stretto: un’intro a tempi dispari impreziosito dal lavoro del tastierista apre la strada alla voce di Atlas che, tuttavia, non convince ed il brano scorre senza nulla di memorabile, almeno fino alla sezione strumentale centrale in cui i musicisti riescono a dar vita ad una sensazionale combo di assoli. Anche in questo caso, però, manca la fluidità e l’ascoltatore resta bloccato in quello che sembra un eccesso di poliritmia senza poter spaziare tra le miriadi di emozioni che sa donare il prog ben realizzato. Arriva il momento della terza Doors e permane una sensazione di perplessità. La tecnica dei musicisti è tanta e colpisce sempre ma ci si è dimenticati della voce, sicuramente penalizzata dal poco tempo a disposizione per elaborare qualcosa di convincente. Si potrebbe dire che funzionerebbe meglio come brano strumentale, ma tutto sommato, va bene così com’è. L’album, però, inizia ad entrare nel pieno delle sue capacità con Trial of Escapade, un brano emozionante che si fa strada attraverso l’ottimo groove con tinte jazz ed un bel tappeto di tastiere. Anche la voce convince di più, con Atlas tagliente nella strofa dove riguadagna il suo ruolo di frontman e con eleganti backing vocals che aprono al ritornello. Anche questo, quindi, si rivela un bel pezzo, che riprende in gran parte lo schema del brano precedente per prenderne spunto ed elaborare uno dei momenti più belli del lotto. L’intro di pianoforte e tastiere di My World lascia presagire che la band abbia ancora delle carte da giocare. Anche questo brano colpisce con un Teo Dornellas strabiliante e un Gera Penna come il miglior Jordan Rudess. La song si lascia andare in un groove strumentale con chitarre funky ed un sempre ottimo Duca Tambasco al basso. Notevole, come del resto in tutto l’album, la prova di Luis Batera: la batteria non risulta mai invasiva e riesce a viaggiare in sintonia con tutti gli altri strumenti, e ne è un esempio l’incedere accattivante di End of The Road. In Escape jazz, fusion e progressive metal viaggiano all’unisono, senza però ergersi con le vocals che, ancora una volta, rimane penalizzata. Si arriva, infine, alla conclusiva The Edge, traccia in cui riecheggiano i Dream Theater, come da più ovvia influenza, ma sempre tenendone una buona distanza.

Luggage Falling Down è un buon album di debutto, un ottimo punto iniziale che potrà portare i Lufeh in alto, ma che però deve indubbiamente apportare netti margini di miglioramento. Nonostante le spiccate capacità tecniche dei singoli musicisti, l’album non riesce nel suo insieme a colpire l’ascoltatore nel migliore dei modi, complice la freddezza in un songwriting probabilmente poco ispirato. Questo non vuole essere un elemento penalizzante, dato che, se si considerano (come già detto) il punto di vista strumentale e la produzione il livello si innalza, ma è evidente che i Lufeh hanno tutte le carte in regola per migliorarsi, e in un disco futuro riusciranno sicuramente a superarsi.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Find My Way04:25
2The Unknown03:36
3Doors04:06
4Trial of Escapade04:24
5My World04:52
6End of the Road04:05
7Escape04:03
8The Edge04:04
Durata totale: 33:35
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Dennis Atlasvoce
Teo Dornellaschitarra
Gera Pennatastiere
Duca Tambascobasso
Lufeh Baterabatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Asher Media Relations

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